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Un paio di considerazioni su Tropic Thunder – The MacGuffin commentary

Forse arrivo un po’ in ritardo nello scrivere soltanto oggi che Ben Stiller è un autore: un attore poco sopra la mediocrità, ma un grande regista. È per questo che voglio parzialmente farmi perdonare e guardare più da vicino assieme a voi quello che per quanto mi riguarda è il suo capolavoro: Tropic Thunder.

MI PIACE L’ODORE DI SPOILER DI MATTINA

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Classica immagine di repertorio.

Avete mai pensato a quanto è difficile gestire una grande produzione? Prendiamo il caso più tipico – il film di guerra. Ci sono da gestire sparatorie via terra, via aerea, probabilmente anche via mare, combattimenti corpo a corpo, riprese dall’elicottero, effetti speciali con esplosioni e fumogeni, una moltitudine di attori che si muove in uno spazio che spesso e volentieri è caotico. Quello che sto cercando di dire è che non è scontato.

Per esempio, personalmente trovo sorprendente il fatto che, nel 1997, a 27 anni, Paul Thomas Anderson, alla sua seconda regia, giri Boogie Nights, film che tira in ballo una grandissima quantità di attori e quindi di situazioni da saper gestire. Quello che a volte ci scordiamo è che è il regista che dice agli attori cosa fare e quindi la loro resa interpretativa dipende in buona parte anche dal regista stesso.

Prendete uno come Tarantino, o come Kubrick. Quale attore recita male nelle loro mani? Questo significa che usano solo attori bravi? Sicuramente hanno spesso lavorato con grandi attori, ma non è questo il punto: Samuel L. Jackson in Star Wars – La minaccia fantasma fa venir voglia di omicidio colposo, mentre nelle mani di Tarantino si trasforma in oro.

Grande produzione non significa solo tanti attori, ma in generale tante persone da muovere, dirigere, giostrare, scegliere. Io credo che un buon 50% del lavoro del regista consista nello scegliersi i professionisti da affiancarsi. Giusto per rimanere banali, pensate al direttore della fotografia. Poteva esistere Birdman senza Lubezki? E chi l’ha scelto Lubezki?

Ovviamente sto parlando di autori. Senza entrare nel merito di che cosa questa parola significhi, con autore in questo caso intendo un regista che ha il pieno controllo creativo sulla propria opera.

E qui arriviamo a Ben Stiller.

ben stiller

Ora, io ovviamente non so se Stiller abbia avuto il totale controllo creativo di Tropic Thunder, non siamo mica in Twin Peaks 3 in cui ogni scena scrive L Y N C H a caratteri cubitali sullo schermo. Comunque sia, a giudicare dalla produzione e dai principali attori creativi che hanno lavorato al film, decreterei a spanne che Tropic Thunder è il risultato dell’unione di 3 menti: quella di Ben Stiller, quella di Justin Theroux e quella di Ethan Cohen, dove evidentemente la predominanza spetta a Stiller, essendo lui produttore, scrittore, interprete e regista della pellicola.

È chiaro, però, che un regista non diventa automaticamente un autore solo perché ha il controllo creativo del film: questo è solo un presupposto. E quindi perché Ben Stiller è un autore?

Facciamo un passo indietro e torniamo all’origine della filmografia di Stiller da regista: Giovani, carini e disoccupati. Chi è abituato a film come ZoolanderTropic Thunder stesso si troverà un po’ spaesato nella visione della prima opera di Stiller, ma io credo che nel regista convivano due anime. Una, quella più zarra, tamarra, autoironica, dissacrante e parodica; e l’altra, quella più pacata, riflessiva, sentimentale, comica e sognante. Da un lato Tropic Thunder, dall’altro I sogni segreti di Walter Mitty.

È innegabile tuttavia che la svolta registica di Stiller arrivi proprio con Zoolander, film che sostanzialmente fonda la sua estetica e il suo stile. Difatti, tra questo e Tropic Thunder, nessun altro film sta in mezzo. Credo infatti che si possa riscontrare una continuità di intenti tra le due pellicole che, asciugando, possiamo ridurre a: prendere per il culo il sistema dall’interno.

Pensateci. Zoolander – non mi sembra fantascienza affermarlo – è una parodia del mondo della moda. Lo dimostrano i comportamenti di Stiller e Wilson, la competizione falso-virile che si instaura tra i due, l’attenzione ai costumi e così via. Tropic Thunder, invece, è una parodia – ma anche satira – dello star system hollywoodiano. In metacinema.

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Il fatto che quest’uomo qua sopra sia Robert Downey Jr. e il fatto che sia nero è niente più che geniale. Tralasciando che il tema è involontariamente estremamente attuale, viste le incessanti polemiche e scontri riguardo a Black Lives Matter, Cancel culture e blackface a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Ben Stiller qui scava in una ferita aperta nella cultura americana, che è proprio la faccenda riguardante la blackface.

Qualche pillola di storia. Affermazione lapalissiana: gli USA sono un paese razzista. Tutti d’accordo? Perfetto. In praticamente tutto il cinema precedente al ’68 – ma per essere buoni diremo: in tutto il cinema pre-Seconda Guerra Mondiale – gli attori di colore sostanzialmente non esistevano. Però le persone di colore sì, e quindi per risolvere il problema senza sporcarsi le mani le grandi produzioni hollywoodiane optarono per la blackface, ovvero truccavano attori bianchi per farli sembrare neri. Devo dire che a scriverlo un po’ mi fa ridere, cioè dai, non è una cosa ridicola e senza senso? Evidentemente no, per una mentalità conservatrice, come era (ma è ancora) quella americana.

Prendiamo per esempio il manifesto del cinema razzista americano: Nascita di una nazione di Griffith. Capolavoro della storia del cinema, ma fortemente controverso nei contenuti. In questo film le persone di colore ci sono, ma se sono personaggi che devono interagire con i bianchi, non saranno mai e poi mai interpretati da attori di colore, ma appunto da bianchi in blackface. Capito? Voi per vestirvi eleganti ed essere impeccabili indossate lo smoking, loro si coloravano la faccia di marrone.

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Il tema, già parodizzato (tra gli altri) dall’ormai celeberrimo fu episodio di Scrubs, è affrontato da Stiller in maniera satirica e appunto parodica. Il personaggio di Kirk Lazarus è un affermato attore hollywoodiano, sostenitore di quel tipo di recitazione che consiste nel “sentire” e diventare il proprio personaggio. Stiller porta questo elemento all’estremo: per diventare il proprio personaggio Lazarus deve diventare nero e quindi si sottopone a un intervento di modificazione della pigmentazione.

Senza dimenticare che il discorso si amplia e si trasforma in un meta-discorso sulla recitazione, nel dialogo che Lazarus intrattiene con il personaggio di Stiller. Salvo poi ampliarsi nuovamente per diventare una spietata critica ai metodi di selezione dell’Academy agli Oscar. Mai essere ritardati completi, ma solo half-retarded.

Ma il nocciolo della questione emerge quando Lazarus si scontra con l’unico vero attore di colore della pellicola. Quest’ultimo infatti gli rimprovera il fatto di aver preso il posto che spettava a qualcuno della sua etnia. Che è esattamente ciò che accadeva quando venivano utilizzati attori bianchi con la blackface al posto di attori neri.

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Tornando agli Oscar si apre tutto il discorso sul declino del personaggio di Stiller, Tugg Speedman, come attore professionista. È appunto parlando di Simple Jack, fittizia pellicola in cui Speedman interpreta un ritardato mentale, che Lazarus dice che per sfondare con l’Academy non devi mai interpretare un personaggio completamente ritardato, ma solo half-retarded. Per citarne due: Forrest Gump e Rain Man.

Inoltre è interessante notare come le parti dei due si invertano: Lazarus sostiene continuamente di essere autentico, genuino, ma è Speedman a rimanere effettivamente intrappolato nel suo personaggio.

In questa spirale discendente di pazzia in cui Speedman cade progressivamente è facile leggere il riferimento al colonnello Kurtz. Ah perché non lo sapevate che Tropic Thunder è una parodia di Apocalypse now? Lo dice il Vietnam, le inquadrature, il fatto che a un certo punto il film esca dal Vietnam per spostarsi in Laos e Cambogia, i vari riferimenti visivi, la scena del napalm e del fuoco orizzontale, Ben Stiller che grida al cielo nella notte.

Per certi aspetti però credo che l’apice del film si raggiunga quando Speedman viene costretto dai Vietcong ad interpretare Simple Jack. Passetto indietro.

Tropic Thunder è un film che lavora a vari livelli e quindi molte scene si possono leggere da diverse prospettive. Basilarmente i livelli sono 3: la realtà di noi spettatori che guardiamo il film, la realtà dei personaggi di Tropic Thunder e la finzione del film che stanno girando. Questo è semplice meta-cinema. Il fatto è che Stiller complica i livelli narrativi facendoli collidere continuamente e creando fratture che il film non risolve mai per davvero, il tutto dovuto al fatto che non abbiamo mai la certezza definitiva che tutto ciò a cui stiamo assistendo non sia a sua volta una messa in scena. A livello di linguaggio cinematografico qua stiamo parlando tipo di astrofisica.

E poi appunto ci sono le situazioni multi-livello, come quella che dicevo poco più sopra. Qui abbiamo Stiller che interpreta Speedman che interpreta Simple Jack. Di nuovo, puro e semplice meta-cinema. Ma notiamo 3 cose. Innanzitutto la scena è ritratta come un teatrino di marionette e quindi con una platea a guardare che può interagire col personaggio. In secondo luogo l’interpretazione è costretta, non spontanea e quindi c’è una forzatura che storpia ed estremizza il personaggio. Infine è fondamentale il fatto che il capo Vietcong a un certo punto urli a Speedman “più stupido!”.

È come se quell’urlo ripercorresse a ritroso i livelli narrativi fino a tornare a noi per dirci “quello è Ben Stiller, e lo spettatore sei tu”. Ok, ora, unendo i puntini, cosa esce? Questo è Ben Stiller che fa autoironia, prende in giro se stesso e lamenta il fatto che gli spettatori, da lui, vogliono solo la stupidità.

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Impossibile poi non spendere due parole sul personaggio di Tom Cruise, il produttore. Caricatura di se stesso (di nuovo, a doppio livello: caricatura di Tom Cruise e del produttore cinematografico) che incarna e mette a nudo i criteri spietati che stanno dietro alla produzione di un film ad alto budget. Di maestria esemplare la scena in cui i Vietcong chiamano per avere il riscatto e il produttore opta per il lutto pubblico. Una delle piccole perle incastonate in Tropic Thunder.

In ultimo, la caratterizzazione dei personaggi. Ogni personaggio vive di vita propria, ha un’identità, una psicologia, un arco narrativo. È incredibile quanto i personaggi interagiscano bene tra loro, creando reti, legami, tensioni, carica comica. Credo però che la chiave sia l’umanità. In prossimità del finale infatti Stiller ci mostra le due stelle di Hollywood avere un crollo nervoso, denudandole della loro spocchia e mostrandole come persone assurdamente insicure. O vogliamo parlare di John “Quadrifoglio” Tayback? Figura stereotipata del reduce di guerra americano che poi si rivela essere soltanto un chiunque che si è inventato una storia.

Hai le mani!

Queste sono le controindicazioni contenute sul foglietto illustrativo dello star system.

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Avete presente quando si dice che la vera intelligenza consiste nell’esprimere concetti complessi in maniera semplice? Io ritengo che questa sia una regola d’oro. Mea culpa, in quanto spesso me medesimo si dimentica di questo prezioso consiglio liberandosi in derive di intellettualismo ridicolo, ma immagino sia qualcosa che accade a tutti di tanto in tanto. VERO?!

In ogni caso mi sembra che la grande forza di Tropic Thunder stia proprio in questo: è un’opera complessa che si nasconde dietro un linguaggio e una rete di comunicazione estremamente catchy user-friendly. E forse è questa l’anima autoriale di Ben Stiller.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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