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2022, 2036, 2048: Villeneuve and friends, aspettando Blade Runner 2049

Al momento in cui scrivo Blade Runner 2049 non è ancora uscito; ancora ventiquattro ore di pazienza, per la precisione. L’attesa, che ve lo dico a fare, è alle stelle, e Denis Villeneuve, il – si spera – degno erede di Ridley Scott, ha ben pensato di calvalcarla a dovere, ingaggiando tre amichetti e chiedendo loro di girare tre cortometraggi: temporalmente collocati tra il Blade Runner originale e quello prossimo venturo, dovrebbero darci qualche indizio su ciò che è successo tra quell’ormai così lontano 2019 e le avventure di Ryan Gosling e Harrison Ford. Per tutti i fan del cinema e delle distopie, gli estimatori di Philip K. Dick e gli sventurati che, come la sottoscritta, dovranno aspettare ancora qualche giorno per entrare nel 2049, deliziatevi con queste piccole perle.

Cominciamo dal primo in ordine cronologico, e che però è arrivato per ultimo agli onori della cronaca: Black Out 2022. Diretto dal re dei manga Shinichiro Watanabe, è il più lungo dei tre, forse il più suggestivo – la prima inquadratura è un omaggio alle origini che commuoverebbe chiunque -, di sicuro quello fondamentale ai fini della narrazione. Tre anni dopo il celebre “Io ne ho viste cose…”, una nuova generazione di replicanti è stata creata: sono i Nexus 8, e a differenza dei precedenti sono dotati di una durata di vita naturale, umana. Cosa che, manco a dirlo, agli umani veri e propri, se così possiamo chiamarli, non fa affatto piacere: i movimenti per la supremazia della razza umana, inquietanti e molto simili a quelli che affollano le nostre cronache, sono all’ordine del giorno. Per fortuna che cinque modelli sono riusciti ad evadere: cinque, tra i quali spicca la bella e malinconica Trixie – che, scopriamo con un flashback, un paio di settimane prima si accompagnava ad un uomo, ma a quanto pare è finita male.

Il loro piano? Generare un blackout di proporzioni mondiali e distruggere così gli archivi magnetici in cui sono schedati. Questi replicanti, va detto, hanno i loro motivi per essere tanto arrabbiati: uno fra tutti, si sono accorti di essere stati mandati al macello in più di un’occasione, gli uni contro gli altri. Appena prima di una battaglia che sembra un misto fra Tarantino e I mercenari i toni assumono un tratto filosofico – live doesn’t mean living e via di questo passo. Quindi botte da orbi, gloriosi caduti e, indovinate un po’, il blackout. Gli uomini, in preda al panico, dichiarano fuorilegge la produzione dei lavori in pelle: sembra la fine della Tyrell Corporation, se non fosse che appena dieci anni più tardi la neonata Wallace Corp. ottiene il permesso per ricominciare. Corsi e ricorsi storici, insomma.

Con questo finale apertissimo Shinichiro Watanabe dà il la a un altro grande amico di Villeneuve, Luke Scott; e se ve lo state chiedendo, sì, è proprio il figlio di quello Scott. 2036: Nexus Dawn è il titolo di questo secondo episodio, di gran lunga il migliore dei tre. E come potrebbe essere altrimenti, con uno spettacolare Jared Leto a dominare la scena nei panni di Niander Wallace? Il corto si apre con un accenno al blackout e ad alcuni frammenti che potrebbero non essere andati perduti; quindi appare un terzetto di funzionari dall’aria preoccupata, stanno per rassegnarsi e tornarsene a casa, ma ecco che compare un elegantissimo Jared, scusandosi per la sua infermità che non gli consente di viaggiare – cieco, si direbbe. Il succo del discorso: la produzione di replicanti è ancora vietata, ma Mr. Wallace non ne vuole sapere; ha creato il modello perfetto, capace solo di ubbidire. Una dimostrazione? Il belloccio che ha al seguito, prontamente ribattezzato angel, non batte ciglio alla richiesta di fabbricare un’arma con un bicchiere e tagliarcisi prima la faccia, poi la giugulare. Solo, in un paio di occasioni borbotta this is wrong prima di eseguire. Poche parole, ma dense.

Inutile dire che in meno di sei minuti Jared Leto ruba la scena a tutti: glaciale e spietato, più come un manager che come un cattivo nel senso classico del termine, lascia presagire un’interpretazione perlomeno interessante per Blade Runner 2049.

Infine, il terzo episodio, meno intrigante degli altri due e apparentemente slegato da essi: 2048: Nowhere to Run. Dave Bautista è Sapper, di cui poco sappiamo se non che traffica con delle specie di girini che vende a carissimo prezzo, e che è una sorta di zio buono per una ragazzina che vive per le strade di Chinatown. Nell’ordine, prima le regala un misterioso libro, The Power and the Glory, e poi la difende da un gruppo di molestatori. Peccato solo che nel farlo dia un po’ troppo nell’occhio – il sospetto che sia anche lui un replicante si insinua -, e che venga prontamente denunciato come “il delinquente che state cercando”. Dissolvenza.

blade

2022, 2036, 2048: tre tappe che molto probabilmente ci faranno compagnia ancora a lungo in questa attesa a Blade Runner 2049. Certo è che queste pillole, tecnicamente perfette, sono riuscite in un’impresa quasi impossibile: alzare un po’ di più le aspettative per l’ultima fatica di Denis Villeneuve. E a tal proposito, scusate, ma ora vado a consultare l’elenco delle sale.

P.s. Se volete rimanere sull’argomento fate un salto dai nostri amici di Fantascienza cult.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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