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1917 – Cinema allo stato crudo

1917 – Cinema allo stato crudo My rating: 5 out of 5

1917: da Méliès a Mendes è un attimo

La chiamano Settima Arte, ed è forse quella che più di tutte ha il potere di scatenare sullo spettatore qualcosa per la quale non è sinceramente pronto: un profluvio di immagini, suoni, metafore e sguardi che non possono altro che gonfiargli il cuore nel petto e lasciarlo col fiato mozzo. Guardando 1917 ci ricordiamo di questo concetto, ovvero che il cinema è prima di tutto immagine, è visione, è telecamera ed espressione, fiato mozzo e bocca aperta di meraviglia.

Tutto il resto è sovrastruttura, così come sapeva Méliès, così come Mendes sa.

1917

1917, Prima guerra mondiale, trincea inglese: in uno dei tanti momenti di tregua arriva la notizia che i maledetti crucchi stiano arretrando al di là della linea Hindenburg, dopo aver fatto dannare con così tanta caparbietà le esauste forze dell’Intesa. Finalmente il nemico indietreggia e bisogna inseguirlo, incalzarlo, non fargli mancare mai il fiato sul collo. Dal comando generale arrivano però notizie tremende: i tedeschi hanno scavato una nuova trincea corazzata, armata di tutto punto e pronta ad accogliere l’ignaro battaglione che il generale Mackenzie sta ciecamente guidando, affamato di sangue germanico. Bisogna avvertire il battaglione Devon, 1600 uomini in tutto, coprendo rapidamente le poche decine di chilometri che separano le due linee.

Il compito viene affidato non a caso a Tom Blake (giovane soldato che sceglie come compagno d’avventura il migliore amico William Schofield) che ha un motivo in più per portare a termine la missione a ogni costo: suo fratello maggiore milita proprio sotto il generale Mackenzie e, se non tempestivamente avvisato, condannato a morte certa.

1917

1917 è tutto qua: una trama volutamente scarna ed esile che affida quasi tutto il dialogo ai primi 10/15 minuti perché da quando Blake e Schofield scavallano la trincea e si mettono in viaggio, da lì in avanti è solo terra di nessuno e Prima guerra mondiale allo stato puro.

Nel (inevitabile) confronto con Dunkirk, l’ultimo war movie campione d’incassi, 1917 sbaraglia e maramaldeggia, sostituendo – a parità di capacità tecnica – la cervellotica e artificiosa macchina narrativa di Nolan con una finta semplicità disarmante, quasi carveriana, realizzata con una telecamera che resta incollata ai due protagonisti e non li molla mai, non stacca mai, concede pochissimi momenti per rifiatare, e poi via, di nuovo allo scoperto, col rischio di beccarsi una pallottola da un momento all’altro. Loro personaggi e noi spettatori che li accompagniamo.

Questa è la vera magia di 1917: una regia tanto accurata, tanto preziosa e d’altissimo livello, che però non dà mai l’impressione d’essere pomposa o magniloquente, ma a volte quasi minimale, pur nella sua perfezione.

Anche dal punto di vista contenutistico 1917 può dire la sua, una storia perfettamente circolare che restituisce con pochissime battute e tanti gesti rapporti consolidati ed emozioni brucianti, prima tra tutte il senso di abnegazione, il coraggio, ma anche la solitudine, la promessa, l’impegno, la disperazione, l’insensatezza di una guerra che uccide l’umanità intera. Quasi mai si parla di eroismo, invece, nemmeno l’eroismo genuino e spontaneo del finale di Dunkirk, ma i gesti dei protagonisti sono molto simili a quelli dei personaggi di Fenoglio: il coraggio non è vero coraggio, ma disperazione e bisogno di gesti necessari per rimanere umani. Di questo alla fine si parla: nel paesaggio lunare fatto di crateri e topi che rodono corpi straziati da esplosioni c’è bisogno di rimanere umani e attaccati alla vita, come Ungaretti in Veglia.

Non a caso scritta durante la stessa maledettissima guerra.

1917

Mendes, basandosi sui racconti del nonno Alfred Hubert Mendes, ricrea dunque alla perfezione un tragico spaccato di Storia, riprendendolo con un falso piano-sequenza che non concede allo spettatore un attimo di respiro, lo costringe a non staccare mai, a rimanere incollato alle schiene, ai piedi, alle baionette dei fucili dei due protagonisti, vivendo insieme a loro (e rispettando quasi alla perfezione le norme aristoteliche della tragedia) un dramma umano e storico caricato di un pathos e di una poesia semplice quanto potente.

“Potente” è la parola giusta per descrivere 1917: un film che ti si inchioda dentro e ti trascina con sé per la campagna francese squassata dalle bombe, dai cadaveri maciullati e dai residui di uno stillicidio che, descrivendolo senza la benché minima traccia di retorica, appare ancora più insensato. In 1917 c’è cinema crudissimo, ma nel senso di puro e incontaminato: cinema primigenio, che esercita un’attrattiva ancestrale. All’apparenza tanto semplice e naturale grazie allo stratagemma del piano-sequenza che non si spezza (quasi) mai, ma in realtà quantomai artificiale, cesellato, lavorato ad arte da mani sapienti, quelle di Mendes e della sua troupe (Deakins alla fotografia in particolare).

Quello che rimane alla fine non è – come tanti già dicono – la sensazione di aver assistito a un meraviglioso esercizio di stile come può capitare di fronte a Dunkirk o a un estenuante calvario visivo, splendido ma sfiancante, come The Revenant, tutt’altro: alla fine del film ti viene quasi voglia di fare il giro attorno alla poltroncina e rimetterti a sedere, di ripartire insieme a Blake e Schofield, per gustarti di nuovo il viaggio dentro a un incubo dipinto col pennello fino e la mano buona di chi è abituato al grande cinema.

1917

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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