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Un sogno chiamato Florida: colori confetto, America rancida. E grande cinema

Un sogno chiamato Florida: colori confetto, America rancida. E grande cinema My rating: 4 out of 5

La terra dei sogni è la migliore fonte di ispirazione per la celluloide. Quando questi si trasformano in incubi, ancora di più. Ce lo hanno dimostrato prima con le parodie dei tailleur Anni Cinquanta, nello stile de La signora ammazzatutti e Desperate Housewives, poi con gli sguardi disincantati dal Vecchio Mondo, vedere alla voce Lars Von Trier con Dogville, quindi con l’ottima trasposizione del Pulitzer di periferia Olive Kitteridge, infine, ultimo in ordine di tempo e di Oscar, con Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Ma, per fortuna per noi e purtroppo per gli autoctoni, il filone sembra inesauribile, e se all’appello fra i vari “Stati quadrati” manca ancora qualcuno non temete, è solo questione di tempo. È il caso, per esempio, dell’assolata Florida, anzi, di Un sogno chiamato Florida: girato nel 2017 da Sean Baker e approdato solo ora nelle sale italiane, è lilla, celeste e grigio, crudele, allegro e disperato. Americano, dunque.

Moonee, un’irresistibile Brooklynn Prince alla sua prima prova, è una bambina di sei anni che vive con la madre Halley (Bria Vinaite) in un coloratissimo e squallido motel alle porte del Walt Disney World, in Florida. È tempo di vacanze estive, e la piccola si diverte come può con gli amici Scooty (Christopher Rivera) e Jancey (Valeria Cotto). Tra scorribande sull’asfalto infuocato, “safari” nelle paludi circostanti e accattonaggio fra quei turisti che, piccola chicca, non erano attori e non sapevano di essere ripresi, e che mai metterebbero piede al Magic Castle o al Futureland, questi i nomi fantasmagorici delle favelas che ospitano i tre piccoli, i nostri eroi riescono ancora a vivere in un sogno infantile, nonostante tutto.

Non così le loro madri: se Ashley (Mela Murder), la madre di Scooty, tenta di sbarcare il lunario come cameriera, Halley passa da un night club all’accattonaggio alla prostituzione. Il tutto tra pigiama, junk food e televisione sempre accesa, quasi una co-protagonista. A sorvegliare questo microcosmo c’è Willem Dafoe, unico nome noto e straordinario negli insoliti panni del buono, alias Bobby, il manager del motel: tra sguardi burberi, minacce e ramanzine, si ritrova suo malgrado a fare da padre a tutti gli inquilini del suo castello incantato.

Con storie come quelle di Un sogno chiamato Florida il rischio è di risultare troppo stucchevoli o troppo cruenti. Non è questo il caso. Sean Baker si pone alla stessa altezza di Moonee e guarda il mondo con i suoi occhi: vivaci, curiosi, irriverenti, svegli. Forse troppo: come quando dice di sapere esattamente quando un adulto sta per piangere. Brooklyinn Prince e gli altri piccoli esploratori sono adorabili, ma non perché si comportano da macchiette del baby criminale: li si ama perché si vorrebbe premere “stop” e non farli mai (s)contrare con il futuro già segnato che li attende.

Ma la vera rivelazione di Un sogno chiamato Florida è Bria Vinaite, perfetta ragazza di periferia con qualche scelta sbagliata di troppo alle spalle, una voglia di riscatto ormai sopita e pelle troppo fragile per farcela. Accanto a lei, le rughe di Dafoe si trasformano in una rete che è al tempo stesso una coperta e una prigione, un vischio che incatena ai margini della Florida.

La televisione, dicevamo, è l’altra grande protagonista: sempre accesa sul nulla – “l’informazione è noiosa”, dirà significativamente Moonee -, compagna di giornate tutte uguali, vuote e color del cemento, e termine di paragone per qualunque cosa, tanto che un  mezzo disastro ambientale verrà accolto dagli abitanti del motel con un applauso liberatorio e con un “è molto meglio della tv”. La televisione, e i colori: in Un sogno chiamato Florida il rosa e l’azzurro confetto dei resort e del cielo si scontrano con le distese infinite di asfalto che accompagnano i bambini nei loro pellegrinaggi da un non-luogo all’altro: motel, gelateria, fast food, supermercato e ancora motel, nel viaggio verso una Walt Disney World così vicina e così irraggiungibile. Una carrellata di periferia americana che ha l’aspetto dello zucchero filato e il sapore di un limone rancido.

Unica assente? La musica: per tutta la durata del film l’unico suono che si sente è quello degli elicotteri per ricchi che sorvolano il sedicente Paese delle Meraviglie. A eccezione dell’ultima, perfetta scena: una fuga dal mondo reale che ha bisogno di note per poterci credere.

Un sogno chiamato Florida mantiene tutte le promesse dell’America: diverte, commuove, emoziona. Solo, non come se lo erano immaginato.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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