In sala

A Quiet Place – Hai mai giocato al gioco del silenzio?

A Quiet Place – Hai mai giocato al gioco del silenzio? My rating: 3.5 out of 5

 

Ehi John, che dici se giriamo un bel blockbuster, di quelli coi controcazzi?! Ci mettiamo alieni, esplosioni, mitragliatrici, militari incazzati…

Michael, ho un’idea migliore… Fidati di me!

Me lo sono immaginato così, il dialogo tra “il più grande produttore di tutti tempi”, Michael Bay, e il regista di A Quiet Place, John Krasinski. Film che in America ha letteralmente sbancato, fatto gridare al miracolo, al capolavoro ed è diventato già oggetto di culto e masturbazione per cinefili di ogni età.

Aspetta, vuoi dirmi che non hai ancora visto A Quiet Place?!

Io dico solo… anzi, ve lo dico alla fine. Senza fretta. Andiamo con ordine.

Avevo il timore di dover aspettare secoli prima di vedere questo A Quiet Place: il destino mi ha letteralmente messo i bastoni tra le ruote in più di un’occasione e mentre vi scrivo, data astrale 16 aprile 2018, è già in sala da 11 giorni. Sono in colpevole ritardo, lo so.

Eppure questo è un film che andava visto. Andava visto, in sala. Ora che sono tranquillo, nel silenzio (angosciante) di camera mia, sto qua per raccontarvelo. Senza spoiler, come sempre.

Essere una famiglia, con i gesti e non con le parole

Krasinski e consorte, la meravigliosa Emily Blunt, sono gli anonimi (nel vero senso della parola) protagonisti di A Quiet Place, un horror/survival/fantascientifico di tutto rispetto:

In questo futuro distopico, nel 2020, la razza umana è in pericolo: degli alieni privi di vista, ma armati di udito sensibilissimo, sono sbarcati sulla terra e, al minimo rumore, sono pronti a dare la caccia a qualsiasi cosa emetta un suono. In un ambiente tutt’altro che tranquillo, viviamo le disavventure di questa famiglia che comunica quasi esclusivamente con l’uso del linguaggio dei segni.

La premessa non può non suscitare una certa curiosità nello spettatore: un’idea originale, fresca, da popcorn-movie che nasconde in sé un intento di cinema ricercato e ricco di sentimento.

Di A Quiet Place il buon John ne è anche il regista e, alla sua terza volta, dirige il suo miglior film, senza ombra di dubbio. Lenti movimenti di macchina, squarci di un’ambientazione ideata alla stragrande, scene d’azione girate magnificamente e una costruzione della tensione davvero notevole; un lavoro quasi encomiabile, macchiato da una prima prima parte del tutto sconclusionata nella gestione dei tempi.

L’alchimia tra Padre e Madre è credibilissima, ma soprattutto i loro personaggi esternano alla grande l’amore e il profondo legame che li unisce ai figli. Un senso del dovere, una volontà di proteggersi, per poter superare quel senso di colpevolezza che tormenta ogni membro della famiglia.

Una pellicola che mescola The Last of Us a Logan (con gli alieni al posto degli infetti e gli X-Men), a Matheson e al più recente It Comes at Night, in questo posto di campagna non c’è spazio per la serenità famigliare. Ciò che conta non saranno più le parole, ma i fatti.

Aggrappati al seggiolino (e alla vita)

Nonostante il mio miglior nemico Michael “Spazzatura” Bay figuri tra i produttori, A Quiet Place vive di tutt’altro cinema; niente bandiere americane, niente militari o robottoni, ma scene che vi pietrificheranno sulla vostra poltroncina, lasciandovi con il fiato sospeso.

Un gustoso saggio sull’uso del sonoro, di quelli che di rado si vedono in sala: strazianti silenzi, rumore indistinto e suoni diegetici combinati in maniera magistrale con una colonna sonora bomba, targata Marco Beltrami, che viaggia a ritmo dei vostri battiti. Pronostico dai 180 in su.

Croce e delizia questa scena. Però che ansia amici!

Un film che riesce a intrattenere, spaventare ed essere horror senza volerlo fino in fondo. È un escalation graduale di situazioni sempre più pericolose, sempre più frenetiche, che mettono a repentaglio la vita e la sopravvivenza della famiglia. E dello spettatore.

A Quiet Place riesce a donare anche una certa dignità al jumpscare, soluzione un po’… come dire, cheap, ma che qui ha sicuramente un suo perché, visto il prolungato vivere in silenzio dei protagonisti. Abbiamo del materiale con cui divertirci.

Non è tutto oro ciò che non parla

Ahia. Qui inizio a parlarvi dei tasti dolenti. Devo proprio? Sì perché a sto giro, gli errori, sono da matita rossa, non da matita blu, sia chiaro, ma sono belli evidenti.

A Quiet Place, nonostante tutte lo cose belle dette fino adora, ha i suoi limiti, non è un capolavoro (basta scomodare sta parola, per Dio!) e, come buona parte dei film survival/horror, soffre di incongruenze palesi.

Chiamo in causa la questione suoni/extrarrestri, che è piuttosto delicata e vi eviterò così spoiler: sembra un po’ assurdo che questi alieni riescano a cogliere la differenza tra i rumori della natura e i rumori umani anche a pochi centimetri di distanza tra loro. Ma soprattutto durante il film viene data una spiegazione abbastanza surreale riguardante le percezioni sonore degli alieni da parte di papà John che mi ha lasciato esterrefatto.

Errori dettati da una logica data fin troppo per scontata, che una volta terminata la visione vi faranno rimuginare su alcuni momenti un po’… meh.

Questo però non può, e non deve, togliere il merito al film di coinvolgere lo spettatore come si deve e di rendere questa pellicola uno dei prodotti più dignitosi di questo 2018.

Bella mossa

…e se non fosse finita qui?

Come uno degli horror più belli usciti negli ultimi anni, The Invitation, e il CloververseA Quiet Place è uno sguardo ristretto di una realtà molto più grande, che lascia ampi spazi di interpretazioni e chiavi di lettura, rimanendo perfettamente un film auto-conclusivo, ricco di fascino e povero di spiegoni inutili.

Un gioco del silenzio formato mortale che sfugge alla logica, secondo me, del blockbuster per tutti e che, con i difetti del caso, rimarrà centro di dibattiti da bar e circoli di cinema per un bel po’ di tempo.

Grazie per averci dato un bel film, sentito, che racconta di un dramma umano e famigliare prima che di una clichettosa apocalisse.

Grazie John, grazie Emily e grazie M…

No, mi dispiace… ma non ti ringrazierò mai.

 

Article written by:

Davide Casarotti

Antipatico e logorroico since 1995. Scrivo di Cinema da quando ho scoperto di non saper fare nulla. Da piccolo volevo fare il cuoco, crescendo ho optato per il giornalista; oggi mi limito ad essere pessimista, bere qualche birra con gli amici e andare al Cinema da solo. Giuro, non sono una brutta persona.

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