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Acusada (The Accused). Il delitto di Avetrana in salsa argentina

Acusada (The Accused). Il delitto di Avetrana in salsa argentina My rating: 3.5 out of 5

Lo ammetto: faccio parte e anche con un po’ di vergogna di quella categoria di persone che ha una certa curiosità distorta per la cronaca nera e i delitti irrisolti, anche se razionalmente so rendermi conto di quanto, in un processo per omicidio, l’attenzione mediatica sia deleteria. Uno degli aspetti che più mi affascinano è il dubbio, la coesistenza di più verità che piacerebbe tanto a Pirandello: giacché in alcuni di questi casi nessuno saprà mai veramente come è andata, entrambe le versioni – quella della difesa e quella dell’accusa – diventano in qualche modo vere in modo relativo. È come un gatto di Schröedinger in cui la scatola non viene mai aperta.

Il film argentino Acusada di Gonzalo Tobal, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, tratta proprio di questo. Parte in medias res: vediamo innanzitutto una famigliola apparentemente normale farsi fotografare per una testata giornalistica, sembrano benestanti, benvestiti. Ci si domanda chi di loro sia la “celebrità”, e solo dopo un po’ scopriamo che è lei, la figlia imbronciata. Dolores, interpretata da Lali Espósito, è la principale sospettata dell’omicidio ai danni della sua più cara amica, avvenuto due anni e mezzo prima. La madre della vittima sembra più che persuasa della colpevolezza della giovane, mentre i genitori di Dolores si fanno in quattro per difenderla. La ragazza, dal suo canto, sembra apatica, chiusa in una bolla. Professa la sua innocenza ma è tentata di farsi incarcerare solo per farla finita con il teatrino mediatico.

I dettagli dell’omicidio descritto sono sinistramente simili al nostro delitto di Avetrana: anche in questo caso si tratta di due ragazze cresciute insieme come sorelle. Di un ipotetico movente dovuto a un rapporto sessuale consumato tra Dolores e un ragazzo, che l’amica avrebbe sputtanato ai quattro venti, in questo caso tramite un video hard diffuso nella cerchia di amici. Di una minaccia verbale di morte ascoltata da testimoni. Di false testimonianze di alcuni conoscenti, mai ritrattate per evitare un procedimento. Di una fantasmatica figura paterna che sarebbe, eventualmente, l’altro indiziato papabile.

Il focus del film è mostrare la prostrazione dell’accusato e di come un iter processuale così esposto al pubblico rappresenti di per se stesso un’esperienza punitiva. Un sospettato è comunque destinato ad avere la vita stravolta per sempre: se poi tutto questo tocca a un innocente, è una prospettiva che si fa fatica anche solo a immaginare. Dolores vede il suo privato – vita sessuale compresa – esposto al pubblico ludibrio, ai suoi genitori in primis, non possiede più un’identità ma esiste solo in base alla sua etichetta morale: l’accusata, appunto.

La narrazione di Acusada, in sé, non ha nulla di particolarmente originale, il valore aggiunto è piuttosto il come viene costruita: conosciamo i dettagli della storia gradualmente nel corso del film, a poco a poco, per piccoli pezzi di puzzle che vanno a comporsi – anche se la maggior parte resteranno mancanti oltre la fine. Il dubbio su se Dolores sia innocente o colpevole, oltre a permanere, non è rilevante: il senso del film è dato dal titolo. Esso riguarda il lasso di tempo tra il delitto e la sentenza, in cui la verità si sfilaccia a poco a poco, le prove sono inquinate e diventano specchietti per le allodole, l’opinione pubblica e dei media conta più delle indagini.

Molto importante, nel film, è il rapporto tra Dolores e i suoi genitori, soprattutto la figura paterna, disposto a tutto per tirarla fuori da questa storia. Anche se non è espresso nero su bianco, emerge nel film anche il profondo senso di colpa della ragazza nei confronti dei suoi, costretti dalla situazione a rivoluzionare la propria esistenza e a investire un sacco di soldi per la sua difesa. Innocente o colpevole, la ragazza sa che non avrà mai più indietro la sua vita passata.

Nota di colore: nel film è presente anche un cameo di Gael García Bernal, nel ruolo di un giornalista votato a incalzare la ragazza durante un’intervista. Non siamo ai livelli irraggiungibili di stile della Franca Leosini di Storie maledette, ma fa sempre piacere vederlo.

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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