In sala

(a)social – Dieci giorni senza lo smartphone: sopravviva chi può

(A)SOCIAL CI HA RUBATO I CELLULARI!


Che bello il mondo! I paesaggi, le foto, l’aria di montagna, i selfie, il caffè della Nespresso che costa 2,50 €, le stories su Instagram, gli hashtag…

Non ero credibile, vero? Eppure un buon riassunto della vita odierna dovrebbe per forza di cose contenere tutti gli elementi elencati sopra. Nel mio caso la domanda è: abbiamo davvero così tanto bisogno di condividere i quotidiani cazzi nostri con persone delle quali per la maggior parte non conosciamo nemmeno il nome o che non abbiamo mai visto? La risposta è sì. Vi faccio un’altra domanda allora: siamo davvero così interessati ai quotidiani cazzi degli altri al punto da perdere diottrie, dignità, vita sociale (quella vera) e colpire ripetutamente pali con la fronte? La risposta è di nuovo sì. Questo mondo mi infastidisce. Anyway smetterò di fare il purista senza macchia e di sangue assolutamente nobile e non contaminato dal germe del social perché rischierei di diventare un racconta frottole. Che poi mi si allunga il naso e non mi va.

Ma tutto sto pippone perché? In primo luogo perché sono assolutamente logorroico e fastidioso: mi piace provocare. In secondo luogo perché il documentario di cui voglio parlarvi oggi si interroga proprio sul ruolo che svolgono gli smartphone nella nostra vita.

Ma andiamo a vedere più da vicino di cosa stiamo parlando.

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Lui è Lucio Laugelli, ideatore, regista e sceneggiatore di (a)social e già organizzatore dell’Alessandria Film Festival che in marzo darà il via alla sua seconda edizione. Anche Lucio, come il sottoscritto, prova un certo fastidio nel vivere in un mondo iper-connesso e smartphone-dipendente, ma anch’egli, come il sottoscritto, non è a sua volta capace di farne a meno. Da qui nasce l’idea di (a)social: interrogarsi sulla funzione e sull’utilità che gli smartphone svolgono nella nostra quotidianità e cercare di capire perché non riusciamo proprio a rinunciarvi. Esiste tuttavia una legge non scritta di vita che ci insegna che diventiamo in grado di riconoscere il vero valore di qualcosa solamente quando la perdiamo, perciò l’unico modo per rendere (a)social davvero autentico era quello di derubare senza pietà quattro poveri ragazzi lasciandoli privi del proprio smartphone. Scherzi a parte: l’idea del cineasta alessandrino era quella di prendere quattro ragazzi, lasciarli senza cellulare per dieci giorni, farli vivere assieme in una località montanara e vedere cosa sarebbe successo.

Risultati?

(a)social

Più che un documentario questo è un vero e proprio esperimento sociale veicolato dal mezzo cinematografico. La situazione è interessante già di per sé, perché permette di guardare da esterni una situazione alla quale non siamo abituati e che ci spaventa, ma che in realtà ognuno di noi vorrebbe sperimentare una volta nella vita. Sì, lo so cosa state pensando: “io non lo farei mai, come faccio a stare per dieci giorni senza cellulare, è una pazzia”. Ma è proprio questo il brivido: quale vantaggio potremmo trarre nel fare un’esperienza di cui conosciamo già l’esito? Credo che il termine stesso “esperienza” non sia più appropriato per descrivere quel tipo di situazione. Per questo i quattro ragazzi non sono dei poveracci che non sanno cosa fare nella vita e quindi decidono di accettare di partecipare ad un salto nel vuoto; no, sono dei normalissimi ragazzi iper-connessi tanto quanto lo è ognuno di noi che volontariamente hanno deciso di partecipare a questo esperimento.

E quindi, come hanno reagito al “deficit”?

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Chiunque si aspetterebbe grida di disperazione, pianti, crisi di panico e omicidi per riavere indietro il mezzo sottratto. E invece no. Chiaramente non è stato immediato per loro abituarsi a vivere senza smartphone, ma dopo breve tempo la mancanza è diventata assolutamente sopportabile. Interessante notare le diverse reazioni di ognuno dei quattro perché hanno permesso di individuare la vera utilità dello smartphone nella loro quotidianità, hanno evidenziato il campo della loro vita nel quale la mancanza si faceva effettivamente sentire: chi per esigenze lavorative, chi per comunicare coi propri cari o amici, chi per mantenersi informato e via dicendo. Ma la cosa più affascinante è vedere come i ragazzi si sono riavvicinati alla natura e alla conversazione verbale. Senza smartphone e senza possibili distrazioni si sono spontaneamente confrontati tra loro e sono stati capaci di apprezzare maggiormente ciò che li circonda. Correte nella natura, miei piccoli cervi! Scoprite un mondo nuovo!

Comunque un gigantesco bro fist va obbligatoriamente dato alla ragazza che ha portato con sé il libro di David Lynch. YOU GOT IT, MATE!

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Ma (a)social non è solo questo, difatti Lucio ha cercato di raccogliere anche pareri esterni di persone della più svariata età e professione per concedere più ampio respiro a questa riflessione sulla socialità del nuovo millennio. Facendo una stima generale si può notare che la maggior parte delle persone intervistate ha coscienza del ruolo imponente che svolgono gli smartphone sul nostro quotidiano e inoltre una buona parte di essi sente ciò come un’oppressione.

Tra gli intervistati figura anche Ermal Meta, neo vincitore del festival di Sanremo, che ha sottolineato quanto lo smartphone gli sia necessario per organizzare il proprio lavoro. Ed è proprio questa l’esigenza che più si riscontra tra gli intervistati: la maggior parte di essi dice di aver bisogno del cellulare per far fronte a questioni lavorative o organizzative. Riscontro significativo, che da solo basta a farci capire quanto lo smartphone sia ineliminabile dalla nostra vita.

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Senza dispiegarsi in questioni d’ordine morale, ovvero evitando di affrontare la questione “è giusto o sbagliato che lo smartphone sia così presente nelle nostre vite?”, credo sia più corretto e realistico limitarsi a riconoscere l’ineluttabile presenza dello smartphone e partendo da questo assunto affrontare la questione. Ed è proprio ciò che fa (a)social: assumendo come dato di fatto la suddetta ineluttabilità dello smartphone, cerca allora di capire quali sono i moventi e quali le cause del nostro morboso attaccamento al mezzo tecnologico.

Indubbiamente il documentario dà delle buone risposte, ci permette di riflettere e inoltre ci dà la possibilità di ammirare un po’ di paesaggio montagnoso. Va riconosciuta l’intraprendenza e il tentativo coraggioso del nostro Lucio nell’affrontare un tema che, per quanto attuale, è già stato usato e abusato, sapendolo reinterpretare in una nuova salsa. Complimenti anche a Angelo Ferrillo, Elisabetta Gagliardi, Sylvia Martino e Lorenzo Tawakol, ovvero i quattro ragazzi che hanno partecipato all’impresa, e al direttore della fotografia Paolo Bernardotti.

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Se siete interessati a ulteriori approfondimenti visitate la pagina Facebook di (a)social. Vi ricordiamo inoltre che il documentario è disponibile (e lo sarà per i prossimi cinque mesi) su Infinity in esclusiva e che esso è stato selezionato per partecipare al Festival du court metrage de Clermont-Ferrand!

Di seguito vi lasciamo il teaser trailer e buona visione!

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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