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At Eternity’s Gate. Più un’installazione su Van Gogh che un biopic

At Eternity’s Gate. Più un’installazione su Van Gogh che un biopic My rating: 3 out of 5

Van Gogh piace al cinema, perché piace molto alla contemporaneità. È la quintessenza dell’artista tormentato, incompreso, senza tutti i giovedì in testa. Colui che non ha venduto nemmeno un dipinto in vita ed è morto forse suicida – forse no -, il quale invece adesso col suo solo nome muove migliaia di persone.

Solo l’anno scorso è stata terminata quella titanica impresa del film di animazione Loving Vincent, che ripercorre la vita di Van Gogh attraverso i suoi dipinti – ogni fotogramma del cartoon è esso stesso un dipinto fatto a mano. Qui ci troviamo davanti a un’altra operazione interessante, anche se meno sbalorditiva: la vita di Van Gogh raccontata da un altro artista, Julian Schnabel.

Già regista da molti anni, Schnabel ha una formazione alle spalle da pittore contemporaneo. Dunque la prima cosa che c’è da sapere di questo film è che egli usa Van Gogh per parlare fondamentalmente di sé. Di una frustrazione che condividono molti artisti la cui arte è liquidata come troppo “semplice”. Da quel punto di vista, At Eternity’s Gate può apparire un’opera un po’ megalomane.

La verità è che molti film di Schnabel sono da considerare più installazioni artistiche in se stessi, che non operazioni narrative. Chiunque si aspetti un biopic su Vincent Van Gogh, odierà questo film, trovandolo fondamentalmente inconsistente.

Non si sofferma a lungo sulla malattia mentale, sul tormentato rapporto con Paul Gauguin, sul mistero legato alla sua morte: tocca tutti questi punti senza approfondirli. Il nodo del film è estetico ed è una riflessione sul ruolo dell’arte e dell’artista.

E sul colore giallo. Tanto giallo.

Il Van Gogh di Schnabel è stranamente autocosciente, così come le persone che lo circondano, ed è un’aspetto così insistito e poco realistico da far sperare che sia voluto. A un certo punto del film Gauguin (interpretato da Oscar Isaac, il Poe Dameron della nuova trilogia di Star Wars) si mette a fare uno spiegone che sembra uscito da un manuale di storia dell’arte delle superiori, in cui dice a Vincent che gli Impressionisti ormai non hanno più nulla da dire perché dipingono solo ciò che vedono e che loro due apriranno la strada a qualcosa di nuovo. Insomma: il Gauguin di Schnabel sembra sapere che lui e soprattutto Van Gogh saranno precursori dell’Espressionismo, e questo prima ancora che l’Espressionismo esista.

Allo stesso modo, Van Gogh – interpretato da Willem Dafoe – dichiara a un certo punto del film che forse lui non dipinge per i suoi contemporanei, ma per persone che devono ancora nascere.

Ci mancava per un pelo che aggiungesse “un giorno la gente si appenderà in casa i poster della Notte Stellata, nei book shop venderanno matite e magliette con i Girasoli e spunteranno come funghi in ogni città le Van Gogh Experience fatte coi proiettori luminosi” e l’episodio di Doctor Who in cui il Dottore porta col TARDIS Vincent Van Gogh nel futuro a vedere una sua mostra alla National Gallery al confronto diventa quasi verista.

Altra nota un po’ stonata è che sembrano essersi dimenticati un piccolissimo dettaglio: Van Gogh morì a trentasette anni, mentre Dafoe ne ha sessantatré. C’è qualquadra che non cosa. Somiglianza o meno, comincia a essere una forbice di differenza un po’ troppo ampia per non risultare ridicola.

Il parallelo che il regista vuole proporre allo spettatore alla fine è piuttosto semplice e persino noto: come le opere di Vincent Van Gogh erano giudicate dai suoi contemporanei “brutte” e il suo modo di dipingere troppo facile e infantile, così gli artisti contemporanei – come Schnabel – subiscono un trattamento analogo. Non è un caso che, nel film, nei confronti di un quadro di Van Gogh viene pronunciata la fatidica frase “quello potevo farlo anch’io”.

Forse l’aspetto più sgradevole del film è proprio questa strumentalizzazione di Van Gogh come specchio del regista.

La messa in scena in sé del film è interessante, con inquadrature che variano dalla forte soggettiva al paesaggio: più che replicare come in Loving Vincent l’arte di Van Gogh, Schnabel cerca di rappresentare anche a livello di regia il pensiero che vi era dietro, e questo è indubbiamente un punto a favore del film che lo salva dalle due misere stelle che stavano per arrivargli. Come Van Gogh è stato tra i primi artisti della storia a far sì che una parte del sé influenzasse la rappresentazione, così pure Schnabel carica le sue inquadrature di una valenza psicologica ed emotiva – un’operazione non nuova al cinema ma senz’altro interessante accostata al personaggio.

Si potrebbero dire infinite cose su Van Gogh, Schnabel ha scelto di utilizzarlo per fare un suo discorso molto specifico. Questo è il film, in soldoni.

Molte persone in sala l’hanno trovato un film soporifero, io stessa ho carpito dei sonori russare – nonostante le violente pestate sul pianoforte che costellano la colonna sonora potrebbero disturbare i pisolini. Il regista poi poi si è presentato all’anteprima per il pubblico in pigiama. Coincidenze? Io non credo. Probabilmente si voleva portare avanti.

Nel cast, anche Mads Mikkelsen (l’Hannibal Lecter della tv) nel ruolo di un prete del manicomio, inorridito dall’arte di Van Gogh. Nonostante il ruolo minore era presente in sala ed è stato uno degli attori più inseguiti, amati e amabili della giornata al Lido. Per la gioia dei fan, in parte consolati del pacco tirato invece da Oscar Isaac – annunciato e mai arrivato alla Mostra.

Evidentemente non ha trovato in tempo una tata a cui lasciare BB-8.

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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