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Avere vent’anni: il crudo racconto di una generazione allo sbando

Avere vent’anni: il crudo racconto di una generazione allo sbando My rating: 4 out of 5

Il Torino Film Festival si apre col botto presentando in versione integrale Avere vent’anni del Nostro Fernando di Leo. Il film, infatti, nel caso non lo sappiate, è stato uno dei casi più emblematici di censura capitati nel nostro paese, secondo solo a La dolce vita di Fellini e a Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Perché a noi italiani il bigottismo proprio ci piace, più della nutella sul pane. Evviva la religione e i buoni principi, in ogni caso: lavarsi la coscienza è d’obbligo.

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Avere vent’anni è un film che traccia un solco nella generazione post-sessantottina, mostrandola, descrivendola, evidenziandone le palesi contraddizioni.

Sicuramente ci troviamo di fronte ad un pellicola che definire audace è un eufemismo. Innanzitutto il protagonismo femminile, che non è strano in sé, ma lo è per il carattere delle due protagoniste. Due donne libere, aggressive, si potrebbe dire liberalizzate dalla rivoluzione sessuale. Lo slogan di una delle due infatti è

Noi siamo giovani, belle e incazzate

La maggior parte di voi, se non siete rimasti al 1902, potrebbe dirmi “e quindi?”. Bé, il fatto è che in quegli anni – il film è del 1978 – una pellicola del genere non poteva passare inosservata.

In Avere vent’anni infatti Di Leo non si fa nessun problema a mostrare le cose per come stavano. In particolare il regista si sofferma sulla realtà delle comuni, una sorta di rifugi per hippy che non hanno smesso di crederci. Le due donne protagoniste, perciò, non si fanno problemi a sfoggiare la propria nudità, ma nemmeno ad utilizzare la loro sensualità per ottenere ciò che vogliono.

Mi sembra inutile dirvi che tutto ciò è controverso ancora oggi, figuratevi 40 anni fa.

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Già dalla scena d’apertura Di Leo non esita nel mostrare corpi nudi, indugiando con la macchina da presa per metterli in rilievo, quasi a farne un elemento d’attrazione. Vedremo poi come il regista rovescia magistralmente questo meccanismo nel finale.

La riflessione che si sviluppa in Avere vent’anni è di profondità insolita nel cinema italiano, in quanto Di Leo non prende le parti di nessuno, si “limita” a mostrare ciò che accade accostando la “società bene” italiana al mondo degli eversivi. Che è un modo gentile per definire i drogati, le prostitute, gli hippy, insomma tutta quella categoria di persone che non rientrano nei canoni della normalità costituita.

Ed è proprio qui che il regista punge manco Muhammad Ali, perché mostra come il sistema sia rotto, perverso da ambo i lati. È troppo facile individuare nella generazione sessantottina coloro che hanno donato la libertà alla nostra patria: è anche dal loro modo di comportarsi che si sono generate le violenze che hanno caratterizzato gli anni ’70.

di leo

Quella presentata in Avere vent’anni è una società imbestialita, che si nutre di violenza e discriminazione, in cui non è possibile rintracciare i buoni e i cattivi: tutti, a loro modo e in pesi diversi, sono colpevoli.

Prendete ad esempio l’atteggiamento del personaggio interpretato da Lilli Carati. È una donna imbruttita, aggressiva, che usa il suo corpo per ottenere le cose che le servono convincendosi del fatto che sia una cosa giusta. Senza dimenticare che lei e la sua amica sono due personaggi riprovevoli: ladre ed approfittatrici.

Ma pensate anche al comportamento di ogni uomo – salvo una significativa eccezione -, che non appena vede passare due ragazze un po’ più libertine del solito non può fare a meno di guardar loro il culo. Intediamoci regà, i culi piacciono a tutti, ma qui si sta parlando di una cosa diversa, di un problema endemico sul nostro territorio.

Ancora oggi, ogni giorno, sentiamo di stupri o molestie che vengono giustificate “perché era vestita da troia”. Innanzitutto cosa significa vestirsi da troia? Chi ne stabilisce i criteri? E poi sfido gli uomini. Provate a camminare sul lato della strada alle 4 di notte in mutande: secondo voi qualcuno verrà a molestarvi? Bene, ora pensate se la stessa cosa la facesse una donna. Questa cosa ha un nome, ed è sessismo.

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Il grande merito di Di Leo sta nel non giustificare acriticamente la parte lesa. In Avere vent’anni è evidente che determinate situazioni o reazioni scaturiscono dal comportamento troppo radicalizzato di queste due donne liberalizzate.

Entrambe, a più riprese, mostrano un atteggiamento oppositivo nei confronti di qualsiasi cosa non condivida la loro linea di pensiero. E ciò porta a divisioni, radicalizzazioni e tragedie, perché la società italiana di quegli anni – ma non prendiamoci in giro, nemmeno quella di oggi – non è disposta ad accettare le devianze.

Inoltre Di Leo ci presenta un microcosmo di personaggi in cui è veramente difficile riconoscerne uno positivo: tutti, a loro modo, sono esseri abietti.

L’unico che si salva, forse, è il drogatello (prendete questo termine in maniera bonaria, ve ne prego) che dorme nella spazzatura. La sua intelligenza e capacità di mediazione dà la possibilità di mettere in ridicolo l’atteggiamento delle forze dell’ordine nell’affrontare le tensioni sociali.

di leo

Ed è quindi proprio nel clamoroso e sorprendente finale che Di Leo opera un rovesciamento rispetto all’apertura di Avere vent’anni. Non spoilero giuro!

Con un’audacia inedita il regista mostra in maniera limpida e cristallina le conseguenze dell’atteggiamento di entrambe le fazioni in gioco, dimostrando che le radicalizzazioni, la rabbia e i comportamenti divisivi lacerano la nostra nazione. E continuano a lacerarla anche oggi.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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