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Bright: David Ayer provaci ancora

Bright: David Ayer provaci ancora My rating: 3 out of 5

Ci eravamo lasciati malamente un anno e mezzo fa con la coppia David Ayer/Will Smith con il loro non troppo felice Suicide Squad, li ritroviamo oggi, su Netflix, con un nuovo lungometraggio scritto da Max Landis: Bright. Non credo che vi debba ricordare quale accozzaglia di cattive idee fosse Suicide Squad, con Bright fortunatamente il risultato finale è migliore, anche se non c’è troppo da stare allegri. Lo spunto è di sicuro più interessante. Un mondo in cui elfi, orchi e magia esistono, con un passato che ricorda molto un racconto fantasy e un presente, però, decisamente più simile al nostro. Certo, nulla di nuovo, però in questo universo parallelo fantastico, dietro l’intreccio delle storie dell’agente Scott Ward (Will Smith) e Nick Jakobi (Joel Edgerton), si sviluppa un buddy cop movie in una Los Angeles malfamata dove gli orchi sono segregati da uomini ed elfi. È nel farcela ad amalgamare questi due aspetti che Ayer inciampa. Senza riuscire a decidere cosa vuol essere, il film non sviluppa pienamente né le suggestioni fantasy né il discorso sulla discriminazione razziale.

L’impressione è che il film non riesca davvero spingere sull’acceleratore del fantastico col timore di cadere nel ridicolo. Il vero problema è che mancano l’estro, l’idea geniale per fare un salto di qualità.

Una delle scene azzeccate da Ayer.

Il fatto di popolare Los Angeles di orchi e minotauri non basta per dare al film un sapore fantasy. Ad Ayer manca l’ispirazione per far meravigliare lo spettatore. La caratteristica fondamentale di un racconto fantastico è la capacità di saper suggestionare a tal punto che chi legge o chi guarda venga assorbito dal mondo che viene tratteggiato. A Bright mancano le atmosfere e il desiderio di stupire proprie di una narrazione fantasy. Mancanza di coraggio o di ispirazione? Forse entrambi. Un peccato visto che in un paio di scene Ayer sembra far centro.

Fare un parallelismo con District 9 è un po’ scontato ma doveroso. Il film diretto da Neill Blomkamp riusciva alla perfezione dove Bright fatica. Sfruttava brillantemente la fantascienza per disegnare una parabola sull’apartheid sudafricana, facendoci capire con forza e crudezza cosa vuol dire essere segregati ed emarginati. Bright porta avanti un discorso già visto e rivisto. Poliziotto con pregiudizi razziali nei confronti del suo collega si convincerà, grazie alle azioni del compagno, che poi tanto male non è. L’idea c’è ma viene sviluppata in maniera un po’ stanca e senza troppa convinzione. Anche qui manca davvero quel qualcosa che ci faccia mettere i panni dell’agente Jakobi e ci faccia comprendere cosa vuol dire essere nella sua condizione. Ayer dipinge una società guidata dagli elfi che sfruttano il resto della popolazione ma non è mai davvero tagliente nel criticarli e non riesce a dire qualcosa del nostro mondo raccontandone un altro (o forse semplicemente non vuole). I veri antagonisti del film sono un gruppo di estremisti chiamati “Inferno” che tramano nell’ombra per far tornare un antico oscuro signore da tempo sconfitto da uomini ed elfi. Forse è in questo particolare che il film sbaglia. La scelta di voler dare agli antagonisti del film solo e solamente una sfumatura fantastica (e non anche politica o razziale) fa perdere di carattere alla pellicola e suona un po’ come un’occasione persa.

Cucciolone lui.

Una menzione d’onore a Joel Edgerton che dietro a un mascherone di gomma riesce a dar vita ad un personaggio per il quale riesce difficile non fare il tifo. Il continuo credere dell’agente Jakobi di essere migliore di ciò che il resto del mondo pensa di lui, oltre essere l’elemento migliore del film, è il vero cuore della pellicola. È forse per questo che Edgerton è il vero protagonista di Bright, perché riesce davvero a farci credere che gli orchi non siano condannati a essere la feccia dipinta da tutti. Will Smith per la millesima volta interpreta Will Smith, un po’ più stanco e vecchio ma pur sempre Will Smith. È un po’ come se l’agente Ward fosse J di Man In Black o Del Spooner di Io, Robot qualche anno dopo, con casa e famiglia, nei sobborghi di Los Angeles. Provaci ancora Will! Per il capitolo cattivi, pur con poco tempo a disposizione, Noomi Rapace riesce a dare credibilità a un’antagonista che non si vede troppo ma alla quale dà carisma con la presenza fisica e scenica che confermano come sia un’ottima interprete.

Bright è il primo blockbusterone prodotto da Netflix e nonostante tutte le critiche che gli ho mosso contro, non mi sento di bocciarlo completamente, in alcune sue parti mi ci sono divertito. Rientra nella categoria “film che si lasciano guardare soprattutto se ti sei strafatto di pandoro e non riesci ad alzarti dal divano per fare qualcosa di meglio”, intrattiene per un paio d’ore senza però riuscire a fare quel salto di qualità da renderlo un prodotto davvero interessante. Di certo un passettino in avanti rispetto Suicide Squad e, visto che Netflix ne ha già imbastito un sequel, io comincio a fare il tifo per la coppia Smith/Ayer. Dai che magari al terzo tentativo ce la fate davvero!

P.s. spoileroso.

A un certo punto nel film viene accennato al fatto che gli Inferno hanno sconfitto gli Illuminati. Ecco, qualcuno faccia un film su questo, anche l’Asylum, chiunque. Non so, magari con uno scontro finale alla Scott Pilgrim vs The World tra il capo degli Infernali e Giulio Andreotti. Con Andreotti interpretato da Michael Cera ovviamente.

Oh, secondo me funziona. Netflix chiamami, ché un posto in agenda lo riesco a trovare.

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Nato alle pendici delle Dolomiti e studente di Psicologia. Appassionato in primo luogo di divani e di conseguenza poi della settima arte, tra un tiro a canestro e un film di Terry Gilliam, passo le mie giornate ad aspettare la lettera di ammissione ad Hogwarts che si sa che i gufi non funzionano più come quelli di una volta.

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