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BURNING DI LEE CHANG-DONG

BURNING DI LEE CHANG-DONG My rating: 5 out of 5

Lee Chang-dong con Poetry (2010) raccontava l’arte della poesia attraverso lo sguardo di un’anziana signora alle prese con l’alzheimer e il suicidio di una ragazza collegato al nipote. Per la protagonista scrivere in versi diventava un’evasione dalla realtà della malattia e uno strumento per non dimenticare situazioni, sensazioni e confessioni. Nella poesia che chiude il film sono infatti i versi recitati a lasciare il segno della presenza fisica della signora che sembra essere divenuta un tutt’uno con il suo poema; ora è in grado di andare oltre il visibile per descrivere ciò che non può essere comunemente provato dall’esperienza umana.

Con Burning sarà proprio l’alternarsi tra visibile e invisibile, reale o apparenza a scontrarsi e a dare forma al materiale narrato, o meglio, scritto. Perché se Poetry andava a confrontarsi con l’arte poetica come portale per una realtà altra, Burning affronta, tematizzando l’arte letteraria, la possibilità illusoria e sconfinata del racconto scritto. Lee Chang-dong decide infatti di partire da un racconto breve di Haruki Murakami, Granai Incendiati, estendendo la narrazione (non più di dieci pagine) a due ore e mezza di film. Il risultato è un’opera che partendo dalla letteratura e dal racconto arriva a mostrare il processo di scrittura stesso.

Il protagonista del film, Jongsu (Yoo Ah-in), dopo aver incontrato per puro caso l’ex vicina di casa Haemi (Jeon Jong-seo), affermerà di aver concluso i suoi studi di scrittura creativa e di voler arrivare a scrivere racconti di finzione. Questo incontro porterà il giovane a innamorarsi di Haemi che poi partirà per l’Africa lasciandogli le chiavi dell’appartamento e un gatto a cui dover badare. Di ritorno, insieme alla ragazza, c’è Ben (Steven Yeun), giovane e ricco alter ego di Jongsu, con la passione segreta di bruciare serre una volta al mese. Haemi poi scomparirà, senza lasciare traccia di sé e senza portarsi dietro troppe preoccupazioni.

Se la prima parte del film pone le basi per un dramma giovanile, fatto di corpi, sguardi e insicurezze con la scomparsa di Haemi, invece, ci troviamo nel territorio del noir: arrivano le chiamate senza risposta, la paura e le presenze che invadono gli incubi di Jongsu. Ed è nella seconda parte che il ritmo del film viene stravolto: scandito da un movimento narrativo frammentario, legato molto più all’immaginario del racconto breve che quello filmico. Eventi che si susseguono e che sembrano solo proiezioni di una mente che li sta pensando o creando, si accavallano non per dare un quadro completo ma per aggiungere, diramare e confondere. Non puoi vedere le cose che ti sono troppo vicine” e così Jongsu osserva, in silenzio, preda di scelte che non sono sue perché fin troppo distante ma alle quali vorrebbe prendere il controllo. Un fantasma solitario che vaga alla ricerca della sua storia, all’interno di un mondo che non riesce a scrivere perché ancora un mistero.  Sconnesso dalle situazioni che lo circondando, Jongsu viene inquadrato attraverso superfici riflettenti (i continui vetri delle macchine) o sporche, trasmettendo così non solo la sensazione di come Jongsu è presente in quel mondo, ma delineandone anche l’aspetto psicologico del protagonista che vuole a tutti i costi essere parte del mistero così da risolverlo.

Burning

Lee Chang-dong ricalca Antonioni illustrando il contrasto tra civiltà urbana e periferia sudcoreana, fatto soprattutto di suoni: da una parte l’incessante rumore della città, dall’altra gli speaker propagandistici nordcoreani. C’è la scomparsa di un corpo, quello di una donna, forse trasfigurato in un albero scosso dal vento; il confine tra realtà e illusione che sfocia nell’ossessione maschile; la pantomima che esorta il protagonista a smettere di pensare che una cosa non ci sia” (basti pensare alla partita finale di tennis in Blow-up).

Burning è anche il ritratto di un ragazzo solo, in cerca di una fiamma che possa incendiare il mondo della sua storia, alle prese con una realtà che non riesce a comprendere e che lo classifica inferiore a chi invece riesce a domare la vita con carisma, soldi e fascino. Dopo l’amore per Haemi arriva il confronto con la sua assenza, i continui ritorni nell’appartamento di lei e la ripetuta masturbazione sul suo letto. Lui rannicchiato, lei che lo abbraccia; stacco e il corpo di lei sparito nel nulla.

“Uno scrittore è qualcuno che scrive”, eppure noi non vediamo mai Jongsu scrivere, se non verso la fine del film, circondato dalle mura di un piccolo appartamento, isolato dal caos urbano. Sembra un’inquadratura “rubata”, uno sguardo che osserva da lontano (vedi la lenta zoomata) e che non vuole entrare all’interno di quello che si sta guardando, ma per di più allontanarsi, uscirne. Forse perché già consapevole di cosa Jongsu sta scrivendo da non sentire il bisogno di avvicinarlo.

Burning

Burning rimane ad oggi uno dei migliori film in grado di rappresentare il processo creativo che porta alla nascita di una storia, delineando nel frattempo il ritratto di un giovane uomo. Il titolo adatto a un film in cui tutto è pronto ad esplodere: il dualismo maschile, l’inarrestabile bisogno creativo, l’amore per Haemi, la rabbia di Jongsu che si alimenta lentamente. Uno slow-burn surreale e malinconico sulla continua ricerca, non solo di una ragazza scomparsa, ma di una storia che a tutti i costi ha il bisogno di essere raccontata. La letteratura è in grado di aiutare le persone che soffrono, può salvarle”, afferma il regista del film, che della letteratura fa appunto la matrice del film. Perché sono le storie che scriviamo a poter essere infiammate da tutto ciò che non riusciamo ad esprimere in un mondo fin troppo razionale.

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