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Câmp de Maci: l’odio per il diverso non tramonta mai

Câmp de Maci: l’odio per il diverso non tramonta mai My rating: 3.5 out of 5

La 38esima edizione del Torino Film Fest continua, e oggi vi delizierò con una perla proveniente dalla Romania. Sissignori, oggi parleremo proprio di Câmp de Maci (Poppy Field), film che, devo ammettere, è finora uno di quelli che ho apprezzato di più (se trovate spoilerz mi spiace).

Il regista, Eugen Jebeleanu, ci presenta una situazione abbastanza spiacevole. Infatti, pare che in Romania molte persone non vedano di buon occhio l’omosessualità, come (purtroppo) molti altri paesi, ancora.

Tuttavia, l’occhio cinematografico indagatore non giudica, e non cerca di poetizzare ciò che abbiamo di fronte ai nostri occhi, anzi. Câmp de Maci ce lo serve nudo e crudo, ci dà una bella secchiata di acqua gelida in faccia e ci dice: “è inutile che cerco di romanzare questa situazione, c’è, ed è proprio così come ve la sto mostrando”. 

camp de maci

Tutto questo lo vediamo insieme a Cristi, un giovane poliziotto rumeno che lavora in un ambiente gerarchico e maschilista. Cristi, però, è omosessuale, riservato e geloso della propria vita privata. Già da qui possiamo notare l’evidente contraddizione che affligge la vita del protagonista. Non dev’essere sicuramente facile sentire continuamente la parola “frocio”, e altri vari insulti che ben conosciamo, stando in silenzio e non riuscendo a dire la verità.

Cristi sta con Hadi, un ragazzo francese con cui ha una relazione a distanza. Quando Hadi viene a fargli visita, Cristi viene chiamato per un intervento: un gruppo nazionalista e omofobo ha interrotto una proiezione di un film a tematica omosessuale.

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Questo gruppo di, se mi posso permettere, imbecilli, non è il primo ostacolo in cui Cristi si imbatte. Poco prima, quando era a casa con il suo ragazzo, incontriamo sua sorella che è venuta a fargli visita. Possiamo percepire l’evidente tensione e imbarazzo che si crea nella stanza, sino a sfociare nella fantastica frase “ero curiosa di vedere la tua fase gay“.

Inizialmente può sembrare esagerato il comportamento scontroso di Cristi. Ma poi, man mano che il film procede, notiamo che questa sua rabbia non è altro che l’infelicità che lui prova nel vivere in un mondo che palesemente non accetta il suo essere, a cominciare dalla sorella. E questa sua infelicità, mista sicuramente a tanta rabbia repressa, esplode, inevitabilmente.

Gli unici momenti di (quasi) sollievo del protagonista sono rappresentati da quelli che trascorre in casa sua insieme a Hadi. Ma anche in questo caso c’è della tensione. Cristi non va in giro insieme a lui, o comunque non come vorrebbe. Va a lavoro e sente i suoi colleghi che non fanno altro che fare commenti sessisti o chiedergli come mai si è lasciato con la sua ragazza.

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Insomma, Câmp de Maci ci mette di fronte a una realtà con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Non penso esista un Paese in cui non ci sia almeno una persona che discrimina una minoranza. C’è sempre qualcuno che fa commenti sessisti, omofobi, razzisti o transfobici. Insomma, l’uomo non riesce ad accettare chi è diverso da lui.

Badate bene, non sto usando “diverso” con una connotazione dispregiativa, ma semplicemente come rappresentazione di un’oggettività. Se X ha i capelli scuri e Y ha i capelli chiari sono diversi, è un dato di fatto. Questo non significa che uno dei due debba discriminare l’altro, ma così succede, purtroppo.

Poi dai, Tim Burton è il mio regista preferito e lui rappresenta la condizione del diverso da sempre. Pensate anche solo a Edward mani di forbice, che peraltro è uno dei film che più amo. Quindi, per favore, SHH.

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Comunque, torniamo a Câmp de Maci. Cristi arriva, insieme ai suoi colleghi, in un cinema, dove vediamo foto della Madonna e sentiamo commenti del tipo “le donne si accoppiano in questo film”, “Dio vi punirà per questo”. E non vado avanti che è meglio.

Per controparte sentiamo invece coloro che volevano vedere il film, o che comunque ritengono legittimo ogni tipo di amore. Mi è rimasta particolarmente impressa la frase di un signore che ha detto “quando mio figlio crescerà gli farò vedere questo film”. La ritengo una frase estremamente intelligente, poiché va a sottolineare che è giusto che tutti sappiano, riconoscano e accettino che l’amore prescinde ogni cosa, e che ognuno ha il diritto di amare chi vuole e come vuole.

Cosa succede però a un certo punto? Cristi vede che lì al cinema c’è un ragazzo con cui è uscito e che tenta di smascherarlo. Continua a sottolineare la sua ipocrisia, chiedendogli perché avesse paura di uscire allo scoperto con i suoi colleghi, scatenando la collera di Cristi che gli rompe labbro e naso con un pugno. Noi empatizziamo col protagonista, ma riconosciamo anche che quel gesto verrà visto come abuso di potere da parte delle forze dell’ordine.

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Cristi, però, per giustificarsi e tutelarsi, lo chiama “frocio”, e dice ai colleghi di averlo colto sul fatto mentre si masturbava. Tuttavia, il nostro protagonista ha evidentemente esagerato, e viene quindi “obbligato” a rimanere nella sala per stabilizzare la situazione, in quanto il ragazzo  che ha colpito lo stava denunciando. I suoi colleghi stavano cercando di cambiare la versione dei fatti, dicendo che probabilmente il ragazzo si era rotto il naso cadendo.

Ci viene quindi presentata anche l’ipocrisia delle forze dell’ordine, che nonostante, in teoria, dovrebbero portare giustizia, in pratica si comportano in base al proprio tornaconto personale. Non tutti ovviamente, anzi. Il migliore amico di Cristi, per esempio, gli spiega tranquillamente che non dovrebbe portare questioni personali sul lavoro.

Noi spettatori, però, percepiamo, lungo tutta la sequenza nel cinema che rappresenta la quasi totalità del film, l’ansia e il malessere di Cristi, che vive una vita che non gli appartiene, in cui è invischiato e da cui non riesce a uscire.

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Per quanto riguarda lo stile di Câmp de Maci, l’ho trovato abbastanza semplice, senza fronzoli , grandi movimenti di macchina e musiche. D’altronde la forma è coerente con il contenuto: ci vengono semplicemente riportati dei fatti così come sono, non c’è bisogno di costruirvi una cornice poetica intorno.

Nonostante questo, tutti possiamo identificarci ed empatizzare con Cristi. Tra le righe di questo film possiamo leggerci ogni forma di discriminazione, poiché tutti potremmo essere Cristi, per un motivo o per un altro. D’altronde, guardiamoci attorno. Siamo tutti diversi fra noi.

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Se ve lo state chiedendo no, nel film non ci sono papaveri. Per quanto riguarda il titolo, infatti, possiamo procedere per interpretazioni. Nel linguaggio dei fiori il papavero è simbolo dell’orgoglio sopito, della consolazione, ma anche della semplicità, tutti elementi che a mio parere si riscontrano nel film.

L’ho trovato un film molto interessante, anche se non molto conclusivo. Il finale pare essere un po’ sbrigativo, e dopo tutta la sequenza nel film penso ci si aspettasse qualcos’altro. Ma, nonostante questo, tratta una tematica sicuramente attuale e forte, perciò ve lo consiglio vivamente.

 

 

 

Article written by:

Martina Catrambone

Affetta da cinefilia sin dalla nascita, cresciuta a suon di film e cartoni. Sono andata al cinema per la prima volta a quattro anni e da lì non ho più smesso. Mi faccio tanti film mentali e studio cinema per provare a fare film reali.

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