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Charlie Says. L’undicesimo Dottore si rigenera in Charles Manson

Charlie Says. L’undicesimo Dottore si rigenera in Charles Manson My rating: 3 out of 5

Sono tanti i punti di vista con cui il cinema e la tv hanno raccontato le vicende attorno alla figura di Charles Manson, fiction e non fiction, a cui si aggiungerà tra un anno quello senza dubbio originale di Quentin Tarantino – la quale pare toccherà però la tematica solo lateralmente e in maniera funzionale in Once Upon a Time in Hollywood.

In questo caso, Charlie Says, ispirato al libro La famiglia di Ed Sanders, decide di raccontare la storia delle ragazze plagiate da Manson fino al punto di uccidere a sangue freddo per lui. Il film è stato presentato oggi alla Mostra del Cinema di Venezia, sezione Orizzonti, con regista e cast in sala per rispondere direttamente alle domande del pubblico dopo la fine.

La protagonista del film è Leslie – ribattezzata da Manson “Lulu” -, interpretata da Hannah Murray, la Gilly de Il Trono di SpadeNel ruolo di Manson, invece, abbiamo niente di meno che Matt Smith, l’Undicesimo Dottore di Doctor Who e Principe Filippo di The Crown – la parte più straniante è dunque sentirlo parlare in lingua originale con un marcato accento americano anziché con impeccabile piglio inglese.

La storia inizia proprio con l’iniziazione di Lulu alla Famiglia. Ce ne vengono mostrati i meccanismi, la devozione religiosa a Charles, ma non arriviamo a conoscere le ragioni profonde che spingono queste giovanissime tra le braccia di un uomo che delira di essere l’eletto che assieme ai Beatles salverà il mondo. Forse il motivo per cui il film non compie dietrologie è che è abbastanza evidente che qualche disagetto familiare a monte ci fosse.

Resta difficile da capire, a chi è sano di mente, che fascino potesse esercitare quest’uomo su così tante persone. La chiave, probabilmente, è anche capire lo spirito del tempo: Charles Manson è stato in qualche modo la morte simbolica degli ideali dei figli dei fiori, rompendo anche quel sogno dopo tante altre utopie politiche naufragate e mostrandone l’altra faccia.

L’etica dell’amore libero, della parità e condivisione, del culto del corpo femminile, nella Famiglia sfociava poi quasi senza cognizione di causa in una oggettificazione di fondo della donna, trattata comunque da proprietà, e anche nel razzismo – Charles Manson si considerava colui che avrebbe fatto esplodere la lotta di classe tra bianchi e neri e pensava che i neri, una volta preso il potere, bisognosi di un leader, lo avrebbero seguito ciecamente.

Avete notato come anche nelle religioni nuove, riformate, progressiste, gira che ti gira si finisca quasi sempre con la celebrazione dello schiavismo e la subordinazione della donna? Che combinazione.

Il film ha un’impostazione abbastanza semplice, prosegue su due piani temporali paralleli: il periodo in cui Lulu abita la comunità intervallato dal “presente”, ovvero quando lei e due sue colleghe sono isolate in tre diverse celle di un carcere, trattate da una psicoterapeuta che cerca in tutti i modi di far loro comprendere la gravità dei loro gesti e la follia di Charles Manson. Anche lei, come noi, non si capacita di come le ragazze continuino imperterrite anche dalla cella a difendere Charlie e le sue farneticazioni, credendovi ciecamente, arrivando a danneggiare persino se stesse. Ed è questo il sentimento che lascia il film: turbamento provocato dallo strano potere dei “suggeritori” come Manson, persone che senza muovere un dito sono capaci di creare camere dell’eco e di indurre altre persone a compiere atti deplorevoli in loro nome. Sembra qualcosa di assurdo, ma in realtà suona più familiare di quanto vorremmo, in questa era votata ai complottismi.

C’è chi ha l’abilità di convincere gli altri a uccidere, chi ha quella di convincere gli altri a non vaccinare i figli… Il risultato sempre quello è: ci lascia la pelle chi non c’entra.

Matt Smith è stato indubbiamente bravo, come lo è sempre, l’unico appunto è che il suo trucco come Charles Manson sa troppo di carnevalata. Sensazione a pelle. Per il resto, trasmette bene la frustrazione e la pochezza di quest’uomo, sopra a ogni cosa la sua contraddizione di fondo – sottolineata in un punto chiave del film. Egli infatti vuole insegnare ai suoi adepti a uccidere il proprio Ego, quando è chiaro che lui per primo è nutrito da un Ego smisurato. Ossessionato dal White Album dei Beatles, dal credersi destinato a qualcosa di grande – che sia nel campo musicale o in quello mistico -, Charles trova la linfa che lo nutre come un vampiro in queste ragazze insicure, affamate di affetto e approvazione. Fa di tutto per annullarle, cambiando il loro nome, privandole dei soldi, impedendo loro di fare mai riferimento alla famiglia di origine.

Le ragazze sono vittime o carnefici? Probabilmente entrambe le cose, considerato che Manson è riuscito a tramutarle in strumenti. È significativo ricordare come sia uno dei pochi criminali che è stato condannato all’ergastolo per strage senza neanche essere stato fisicamente presente agli omicidi.

Il titolo, Charlie Says, riprende l’incipit che le ragazze ripetono ossessivamente: “Charlie dice”. La Famiglia non era una comune hippie, alla fine, ma una mini società distopica con un suo proprio Grande Fratello.

Charlie diceva che nella Famiglia non c’erano individui ma erano tutti un’unica persona, ometteva però di precisare che quella persona doveva essere lui.

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Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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