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Coco, la Pixar che cresce e ricorda

Coco, la Pixar che cresce e ricorda My rating: 5 out of 5

C’era un solo mondo che la Pixar non avesse ancora esplorato: quello dei morti.

Questa è la frase che più spesso è stata associata a commenti e interviste relative a Coco. Geniale come solo in casa Pixar sanno essere, questa storia dei mondi si amplia sempre di più, in modo sempre più sorprendente. Quale scelta migliore del Messico allora, e di uno dei suoi aspetti culturali più affascinanti, il Dia de los muertos, per ambientare il nuovo film? Fin qui insomma tutto bene, premesse interessanti.

Però… meh. Questo andavo dicendo io da mesi a questa parte. La mia dedizione per l’animazione è nota, ma dal trailer la trama di questo nuovo lavoro mi sembrava nulla di che. Eppure continuavano ad arrivare pareri euforici da ogni dove, e trattandosi della Pixar io una possibilità non gliela negherei mai, quindi bene, si va.

Effetto sorpresa

Dal punto di vista dello svolgimento della trama, Coco è una sorpresa vera e propria: buona parte del primo tempo risulta circa prevedibile, come da trailer. Il protagonista, un ragazzino di nome Miguel, fa parte di una famiglia che ha ripudiato la musica, siccome un loro ormai lontano parente abbandonò la moglie e la figlia (all’epoca della narrazione ormai anzianissima) per seguire la propria carriera di musicista. Ovviamente, come più o meno ogni protagonista in casa Disney che si rispetti, Miguel deve andare contro le regole della family e vuole a tutti i costi suonare la chitarra. Per fare ciò, proprio nel Dia de los muertos, tenterà di prendere parte a una gara e farà atto di prendere in prestito una chitarra appartenuta ad un famoso musicista, Ernesto de La Cruz. Proprio nell’istante in cui accingerà a suonarla, però, si ritroverà catapultato nel regno dei morti.

Il colpo di ciabatta, la cosa più anni 90 che ci sia.

Fin qui di interessante, anzi, a dir poco spettacolare, c’è la resa grafica: ogni anno che passa in casa Pixar vogliono farci vedere che sviluppano sistemi per renderci anche il pelo che ci cresce sotto il mento, e infatti la definizione dei dettagli che costellano il regno dei morti è tale da sembrare una fotografia. Per non parlare poi dei cromatismi, la realizzazione delle architetture, i movimenti delle dita sulla chitarra… roba da giramenti di testa. Bene, ma per il resto? Fino a questo punto era “il solito ottimo prodotto”, si ride, storia originale, grafica pazzesca, ma il solito.

Io di fronte a questi petali avevo la stessa faccia del cane.

La svolta

Da quel momento in poi, anche rimanendo sulla trama, la storia prende una piega davvero interessante. Miguel scopre che, avendo rimosso una fotografia commemorativa della sua trisavola, ne ha impedito il transito nel regno dei vivi, che avviene regolarmente durante il Dia de los muertos proprio grazie alle commemorazioni dei cari rimasti in vita. Deve dunque tornare indietro e riporre la foto, altrimenti all’alba si trasformerà in un morto a sua volta. Per farlo però necessita della benedizione di un suo parente, il quale può porre le condizioni che più gli aggradano al ritorno del ragazzo; inutile dire che tutti vogliono porre la condizione per la quale Miguel non dovrà mai più suonare in vita sua. Per questo motivo, il ragazzo scappa per il regno dei morti in cerca dell’unico parente che non gli porrà questo limite. Nel farlo, scoprirà diverse cose su quest’ultimo e sulla sua famiglia in generale, dovrà lottare per sé e per gli altri e insomma, comprendere tutte le cose che i cari vecchi viaggi di formazione implicano.

La Pixar osa sempre di più

Tutte le cose dei cari vecchi viaggi di formazione, sì. Ma Coco riesce dove Oceania aveva fallito. A suo tempo vi dissi che l’ultimo prodotto Disney si ostinava a rimanere ancorato ai suoi elementi “classici” per lasciare allo spettatore il suo senso di familiarità, ma tentando al tempo stesso di rivoluzionarsi, con risultati scarsi. La Pixar invece, ogni anno sempre di più (all’incirca da Up in poi) ribalta aspetti costanti del cartone animato, siano i personaggi, la trama, l’intero soggetto, ma riesce a equilibrarsi con alcuni tocchi eterni che lasciano intatto quel senso di costanza che casa Disney porta con sé.

Coco è la prova di tutto questo. Abbiamo la spalla comica, il protagonista ribelle e il suo viaggio di formazione, abbiamo le creaturine, i mondi nuovi e colorati, una trama ricca di azione. Al tempo stesso però l’antagonista si fa meno definito (in alcuni casi Pixar non è esistito proprio, come in Inside Out), la stessa trama è più complessa, le storie d’amore scompaiono o diventano secondarie e sono comunque profonde, dense. Soprattutto poi, siamo arrivati a una proposta contenutistica che finalmente si avvicina a quella non americana per profondità. 

Crescere e non dimenticare

Questo è quel che fa la Pixar, ma è anche il tema centrale del film. Il viaggio nel regno dei morti porta Miguel alla scoperta del valore del ricordo, di quanto complesso e pur sempre importante sia serbare nel cuore un posto per chi si ama. Ma i nostri amici della lampadina non sono così sciocchi da buttarla sulla retorica per cui un ragazzino così ribelle come Miguel accantona i suoi sogni per redimersi, no. Il film parla di un ragazzino che vuole coltivare un sogno, e il messaggio è troppo importante: ed ecco che quindi le due lezioni si conciliano e diventano utili sia ai giovani che agli adulti, a Miguel e alla sua famiglia, ai morti e ai vivi.

Ricordare e crescere, ricordare che c’è bisogno di essere vivi, giovani e sognatori, ma anche anziani, saggi, condiscendenti. E di come in entrambi i casi ci sia bisogno di amore, un amore che non è quello del principe azzurro, ma è della famiglia o di qualsiasi cosa ci si avvicini, di quelle persone che ti stanno accanto e ti proteggono, ti insegnano, anche dandoti contro.

Non c’è retorica in Coco, ed è una novità continua. Vi dico solo che sono riusciti a parlare di morti tutto il tempo senza mai cadere nel macabro, anzi, sono riusciti a inserire la morte come un avvenimento positivo, giusto, sereno.

Non so voi, ma io penso che considerando che siamo partiti con Biancaneve e i sette nani qualche passetto avanti a portata di contenuti lo abbiamo fatto. E dopo quasi un secolo, ancora l’animazione non smette di essere una delle migliori maestre di scuola che un bambino possa avere.

Ah, se ancora vi state domandando chi sia Coco, avete un motivo in più per guardarvi il film!

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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