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Effetto Domino: speculazione edilizia e morale nel crudo Nord Est

Effetto Domino: speculazione edilizia e morale nel crudo Nord Est My rating: 4 out of 5

Avevo qualche perplessità sulla visione di Effetto Domino: il passato da documentarista del regista Alessandro Rossetto, i dialoghi quasi tutti in dialetto veneto, il tono un po’ alla Sorrentino – se già l’originale è irritante, figuriamoci le imitazioni. Ebbene, niente di più sbagliato: Effetto Domino è grandioso. Thriller, critica feroce al capitalismo e al dio denaro, riflessioni disincantate su un mondo che invecchia e che si incarognisce: potrebbe essere il grande romanzo americano portato sul grande schermo, se non fosse che è intimamente, visceralmente italiano. Veneto, appunto.

Presentato all’edizione 2019 del Festival di Venezia, Effetto Domino in superficie è una storia di avidità e miseria come tante: avete presente quegli albergoni Anni Settanta un po’ dimessi o addirittura completamente abbandonati che si intravedono passando per le strade del Nord-Est? Ecco, il geometra Gianni Colombo (Mirko Artuso), solo come un cane e incapace di concludere un affare decente da mesi, ha quella che all’apparenza è l’idea del secolo: rilevare le strutture, demolirle o ristrutturarle, e trasformarle in residence di lusso per anziani da tutto il mondo. Del resto, in un pianeta che invecchia e che ha sempre più paura della morte, inventarsi qualcosa di diverso dall’ospizio triste e grigio potrebbe fruttare milioni. Per portare a termine la sua impresa coinvolge il muratore e amico di vecchia data Fabio Rampazzo, un eccellente Diego Ribon, che ha il vago sentore dei rischi immensi che l’affare presenta, ma decide lo stesso di mettersi in gioco; e in fondo cosa aspettarsi di diverso da uno che ha una pala e un piccone tatuati sul braccio? Per di più, a dargli sostegno ci sono la moglie (Nicoletta Maragno) e le due figlie (Maria Roveran e Roberta Da Soller), tutte quante dedite anima e corpo all’azienda di famiglia. Ma si sa, la finanza è un pesce grosso che sbrana i più piccoli, e le operazioni bancarie non filano lisce come previsto.

effetto domino

Effetto Domino corre su un doppio binario: da un lato la storia principale, divisa per capitoli, di un sogno che si trasforma ben presto in incubo e quindi in catastrofe collettiva; dall’altro la speculazione non solo edilizia, ma anche morale, sui vecchi che nessuno vuole vedere ma che fanno gola a tutti. I due imprenditori vogliono portare questa categoria incanutita e danarosa in un “paradiso senza dio”, un labirinto sul modello francese del villaggio dell’Alzheimer, ma esclusivo, e poco importa che i vecchi in realtà vogliano solo trascinarsi stancamente verso la fine. Ecco allora meduse trasparenti che invece di morire si rigenerano, réclame di anziani grotteschi dalle braccia muscolosissime e dai visi incartapecoriti, signorotte oscene ingabbiate in abiti da sera e gioielli pacchiani, preti ancora più cinici e spietati degli speculatori finanziari.

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La voce fuori campo di Paolo Pierobon accompagna implacabile in una discesa agli inferi drammaticamente realistica, un Effetto Domino, appunto: fornitori non pagati, piccoli industriali che non riescono a garantire gli stipendi dei dipendenti, mogli ossigenate che sbraitano per incitare i mariti a reclamare ciò che gli spetta. Gli uomini non gioiscono nel fare ciò che fanno; semplicemente, non possono farne a meno, è il sistema che lo impone. E non a caso più sono giovani e più sono sicuri di sé, così come non è un caso che gli squali più grossi siano cinesi: quelle economie emergenti gigantesche che stanno dilaniando scientificamente le piccole realtà.

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Grandi protagoniste in Effetto Domino sono anche le inquadrature: primi piani ravvicinati e volutamente volgari fino a cancellare ogni residuo di umanità dai volti, oppure riprese aeree di cantieri, cemento, paesaggi di buche e crateri che sembrano quasi lunari. E sì, l’effetto alla Sorrentino c’è: ma Alessandro Rossetto aggiunge all’estetica parecchia, durissima sostanza di una crisi che non accenna ad allentare la morsa. Non sulle persone comuni, almeno.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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