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El Camino, o dell’esclusiva Netflix su Breaking Bad

El Camino, o dell’esclusiva Netflix su Breaking Bad My rating: 3 out of 5

Se siete fan di Breaking Bad non potete non aver gridato di follia all’annuncio di El Camino. Questo si è subito preannunciato come un film che avrebbe fatto clamore e soprattutto storia, come d’altronde la sua mamma in formato serie tv. Il fatidico giorno è infine arrivato e io oggi ho la fortunata possibilità di infrangervi le meningi con le mie non richieste argomentazioni. Quindi, se non avete niente in contrario, procederei subito alla ciccia, senza troppi preamboli da retore. Promessa: cercherò il meno possibile di mettere a confronto El Camino con Breaking Bad, ma badate che in alcuni casi sarà necessario.

Enjoy!

Oh giusto, spazio anche alle rassicurazioni. NON INSERIRÒ SPOILER SIGNIFICATIVI SULLA TRAMA DEL FILM, MA SE VOLETE GODERVELO SAPENDO ESCLUSIVAMENTE NULLA, STATE ATTENTI COMUNQUE.

Welcome back…a kind of

Si riparte direttamente da dove ci aveva salutati la serie, con Jesse che sfreccia via sulla El Camino (da cui il titolo) in cerca di libertà. El Camino si presenta come una testa di serie corazzata e dal cazzo prominente sfoggiando sin dai primi ciak una regia da professionista vero e una fotografia da gridare al miracolo. Si nota subito però una volontà, a livello visivo, differente rispetto a Breaking Bad: la scelta è nettamente direzionata ad imprimere uno stile fortemente cinematografico, quasi a volerne rivendicare lo statuto.

Il film parte lento, ma Gilligan si destreggia con un’abilità davvero raffinata tra le immagini e gli svolgimenti di sceneggiatura dando subito un tono particolarmente noir alla pellicola, aiutato – di nuovo – dall’ottima fotografia.

Una fotografia molto particolare. Salta subito all’occhio la tonalità dei gialli, che fa molto film americano di frontiera, quando è ambientato in Messico. Marshall Adams (il direttore della fotografia) è stato ottimo nel conferire gli stilemi noir: spesso ci troviamo di fronte forti contrasti e ombre marcate, con parecchie scene ambientate di notte o con scarsa illuminazione. In questo senso regia e fotografia vanno a braccetto doppio e riescono a mettere insieme un clima che si fonda su stilemi molto classici – come quelli del noir – ma con una spruzzata di personalità e quel tocco di moderno che sposta lo stile un pelo di più verso il neo-noir. Non nego che in alcune scene sembrava di vedere Sin City.

Tutto questo però si snoda su una sceneggiatura appena appena percepibile.

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Tra gli intrecci (sconnessi) della fabula

È strano dover ammettere che un film fondato su una serie come Breaking Bad, dalla sceneggiatura maestosa, precisa e sempre arricchita da se stessa, abbia invece una sceneggiatura debole. Quasi insignificante oserei dire.

Iniziamo col dire che l’intreccio si sviluppa su 3 linee narrative diverse. Senza entrare nello specifico (per non dare anticipazioni), mi limito a dire che il senso, sia delle singole linee temporali, che delle une messe in relazioni alle altre, è molto sfumato e sfuggente. Sembra che tutto il perché dei fatti che osserviamo sia legato al dare una conclusione al personaggio di Jesse.

Ma parliamo anche di Jesse allora, perché anche qua rispetto a Breaking Bad non ci siamo mica tanto. El Camino mette in scena un Jesse coerente con ciò che è – o meglio è diventato, ma lo fa con poca convinzione e una caratterizzazione del personaggio un po’ scarsa: non sono riuscito a respirare il pathos attorno a Pinkman perché il film non mi ha mai dato l’occasione di empatizzare con lui; se non nelle prime scene. E credo che, tra tutto, questa resterà la nota più dolente della pellicola.

Fatto sta che in concreto El Camino non ha una direzione: è una serie di fatti che capitano a Jesse dopo Breaking Bad. Sinceramente non ci ho letto sensi ulteriori.

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Il giallo sempre presente.

Inoltrandosi in tecnicismi

Ciò che credo non smetterà mai di turbarmi è la totale discordanza tra quanto ho appena detto e la qualità tecnica di questo film.

Iniziamo con Vince Gilligan. La sua regia è saggia, equilibrata, giusta e senza sbavature; si muove con una scioltezza strabiliante tra le transizioni e regala dei preziosismi inventivi da pelle d’oca. È sorprendente come il regista si muova con libertà immaginativa utilizzando tutti gli elementi a sua disposizione. La regia è un tocco di classe che incornicia un film esteticamente perfetto.

Ma non dimentichiamoci della fotografia. Il tocco quasi da pittore con cui Marshall Adams stende ogni fotogramma di El Camino è poesia per gli occhi. La sua direzione della fotografia va a costruire delle architetture fondate su ombre e zone di luce che quasi mi hanno ricordato Lubetzki. E ripeto che il tono noir è fighissimo ed è tenuto in piedi da una struttura tutto sommato thriller con qualche guizzo western di notevole qualità.

Due parole vanno spese anche sul montaggio, che è l’elemento mancante per creare il quadro estetizzante di El Camino. Le sequenze non sono, in realtà, montate con particolari guizzi, ma semplicemente il montaggio raccorda efficacemente le scene, permettendo alla regia di esibire i suoi virtuosismi.

Ma El Camino continua a non convincermi.

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Bisogna creare il clima giusto

Cosa che El Camino non riesce a fare. Non sono sicuro di sapermi spiegare il perché. Sarà forse il ritmo, ma il problema rimane sempre quello detto sopra: non si respira pathos, non c’è quel tono epico che aveva Breaking Bad e non si empatizza con nulla. La cosa è veramente triste perché toglie potenza narrativa a tutto il film.

Che poi di nuovo, ci sono certe scelte di sceneggiatura che sono discutibili. Mi riferisco in particolare alle scenette mezze comiche, quasi cringe che fanno sì ridere, però suonano ridondanti (?). Ma questo è forse proprio un problema di target imposto dalla produzione. Perché chiariamo subito che El Camino è un film che può vedere anche uno che Breaking Bad non lo ha mai visto.

Però a questo punto mi sembra lecito fare un discorso su Netflix e sul fatto che il film non abbia avuto (almeno per ora) una distribuzione nelle sale.

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Discorso sul capitalismo e sulla standardizzazione

Mi dispiace fare sempre il “polemico” e puntare il dito, ma Netflix ha delle responsabilità. L’inserimento delle scene vagamente cringe è un espediente per alleggerire la trama; il conferire un aspetto così estetico alla pellicola serve a dare un tono da film d’autore ricercato e sublime. E io trovo che molte delle scelte di sceneggiatura – e talvolta anche registiche, costrette da una logica non commerciale in primo luogo, ma che all’incasso ci pensa, siano state ciò che ha tolto l’anima a questo El Camino.

Poi è vero, non hanno inserito un fan service esagitato, ma in alcune scene è stato giusto un po’ troppo fastidio; e sinceramente una narrazione come questa non dovrebbe aver bisogno di fan service.

Onestamente non so immaginare come, a un fan di Breaking BadEl Camino potrebbe piacere.

Il che è un peccato perché per questo film, io, ma in realtò tutti quanti, avevamo un hype devastante. Questo doveva essere in un certo modo il film della nostra generazione, che invece si perde in uno sciapo prodotto pseudo-commerciale e di elevata qualità tecnica.

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Mi scuserete il tono melodrammatico. Il fatto è che vi parlo per come l’ho vissuto io: partito gasatissimo, il film mi gasa ancora di più, ma poi mi cade in tutti i punti che vi ho descritto sopra. E io sono un fan accanito di Breaking Bad e all’idea di un film su Jesse ero estasiato. Mentre El Camino mi ha dato un film che non aggiunge profondità a un personaggio che a questo punto poteva anche già dirsi chiuso.

Prendete questo articolo come se fosse una mia lettera d’amore a tutto ciò che è stato Breaking Bad per noi. Ma non pensate che io odi o sia incazzato con El Camino; soltanto mi aspettavo qualcosa di diverso e che smuovesse le cose in un’altra direzione.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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