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Glass: un cult contemporaneo [No spoiler]

Glass: un cult contemporaneo [No spoiler] My rating: 4 out of 5

Quello che rende affascinante, e a volte anche fastidioso, il lavoro di M. Night Shyamalan, è che raramente vuole parlare al pubblico neutrale. È l’equivalente registico di quelle persone che odiano lo small talk da ascensore ma potrebbero passare ore a chiacchierare con chi ha interessi comuni. Un nerd, sì, fondamentalmente.

La sua trilogia, appena completata con Glass, è la prova tangibile di come Shyamalan non sia disposto a trattare da scemo il suo pubblico ma di contro “pretenda” un forte bagaglio di conoscenze in partenza.

Unbreakable, per esempio: ciò che rese poco codificabile al grande pubblico questo film, quando uscì nell’ormai lontanissimo 2000, era proprio il suo elitarismo. Il colpo di scena finale è da urlo, certo: ma solo se eri uno spettatore provvisto allora di una buona di cultura fumettistica. In un periodo in cui i supereroi erano veramente ancora fenomeno settario, patrimonio dei soli lettori. In caso contrario faticavi a comprenderlo, mancavano proprio le basi per essere lasciato senza fiato dal finale. Anche per questo la fama del film è cresciuta nel tempo: oggi, che siamo invasi da cinecomic e quindi più gente è a suo agio con gli stilemi del genere, Unbreakable è diventato un cult, un film che decostruiva un filone cinematografico prima ancora che questo filone esistesse.

Un discorso simile vale in un certo senso anche per Split (2017), nonostante si tratti di un film apprezzato trasversalmente, pubblico generalista compreso.

Il colpo di scena finale, se ci si riflette, per essere goduto appieno richiede obbligatoriamente tre condizioni essenziali di partenza:

  • Avere visto Unbreakable.
  • Vedere Split a scatola chiusa, vergini di eventuali spoiler riguardanti il collegamento con Unbreakable.
  • Aver fatto tutto ciò prima dell’annuncio e uscita di Glass, che ormai ha reso palese il nesso tra i due film precedenti.

Per quanto il colpo di scena di Split abbia entusiasmato, diciamocelo: le possibilità di non averlo capito se spettatore generalista, o esserselo bruciato se appassionato, sono altissime.

La cerchia per cui è stato efficace è veramente molto ristretta. Farne parte vuol dire essere un po’ un eletto.

Glass, da quel punto di vista, è quello che esige il bagaglio di conoscenze più oneroso. Perché Shyamalan decide di dialogare con le aspettative del pubblico “preparato” su più livelli:

  • Le aspettative verso i cinecomic – tanto più a partire da un elefante nella stanza: il fatto che, a differenza dei tempi di Unbreakable, sono entrati prepotentemente nell’immaginario e stanno saturando il mercato cinematografico
  • Le aspettative verso la struttura tipica dei suoi film – Shyamalan è diventato sinonimo di “colpo di scena” ormai per molti di noi, dunque te lo aspetti già in partenza
  • Le aspettative nate a partire dai primi due film della trilogia, così diversi, UnbreakableSplit.

Inutile sottolineare che l’intenzione di Shyamalan non è assecondarle, quelle aspettative, ma utilizzarle contro di noi.

Ho apprezzato molto la prima parte del film che riesce a combinare perfettamente lo stile di Unbreakable con quello di Split: ricordiamo, infatti, che le due pellicole possono essere addirittura ascritte a due generi diversi: l’uno un cinecomic “a sorpresa”, l’altro un thriller dalle tinte horror. Queste due “anime” vengono cucite assieme in Glass ma sono solo il punto di partenza.

La mia sezione preferita è senza dubbio quella centrale, magistrale, con i tre personaggi principali chiusi nell’ospedale psichiatrico (una menzione speciale per la stanza rosa). Il regista trasmette al pubblico lo stesso disorientamento provato da loro. Se da un cinecomic ti aspetti azione concitata, questa parte è lenta e piena di vuoti. L’horror vacui del tipico cinefumetto si trasforma nel suo significato letterale: paura originata dal niente, dell’assenza. Come il famoso vestito che, a seconda dei punti di osservazione a partire dai quali lo si osserva, diventa blu e nero e bianco e oro, questa parte del film ci priva volutamente della chiave di lettura. Nel medesimo tempo, dunque, si può avere l’impressione di trovarsi in una sorta di freak show fantasy, oppure in un contesto assolutamente verosimile, in cui i tre personaggi siano davvero dei poveri mitomani da nido del cuculo.

Come tutti i film di Shyamalan – predecessori della trilogia compresi -, Glass cammina costantemente sul filo del kitsch. È eccessivo il personaggio(s) stesso dell’Orda, è eccessiva la recitazione di Sarah Paulson, è eccessiva la sospensione dell’incredulità richiesta. Per la terza volta, il regista rende questa sospensione di incredulità vacillante lo strumento per preparare il suo colpo di scena, senza però ripetersi. Sul finire del film, sembra che ci dica: “Ok, dopo due film conoscete le regole. Avete gli strumenti per capire.” Non c’è bisogno dello spiegone che già era in Unbreakable, è dato per assorbito: ora sappiamo dove guardare, alla fine, quando il film attinge a un altro stereotipo tipico del genere supereroistico e ci strizza l’occhio.

A un certo punto la storia prende una piega che sembra quasi blasfema per un cinecomic, un vero e proprio tradimento del patto con lo spettatore. Tutto, però, è secondo me spiegato dall’affascinante battuta finale di Mr. Glass, che invito ad ascoltare – e rielaborare – con attenzione. Personalmente mi si è impiantata nell’inconscio, perché penso che sia lì che finalmente l’autore ci offre la chiave che stavamo cercando. Quella battuta mi ha messo inoltre voglia di ipotizzare infinite teorie su quali ripercussioni potrebbe avere in quell’universo così somigliante al nostro.

A proposito di Mr. Glass/l’Uomo di Vetro: di primo acchito non è così centrale nella pellicola come il titolo potrebbe far intendere, tuttavia resta un personaggio di un carisma trabordante – sicuramente ciò che vorrei essere io da grande: un villain geniale con un bellissimo outfit viola e sempre un passo davanti agli altri.

L’altra menzione onorevole è sicuramente James McAvoy: non è un attore che amo particolarmente, tuttavia stavolta ancora più che in Split ho dovuto riconoscere il suo indubbio talento. Riesce a farti intuire quale esatta personalità dell’Orda sta per parlare ancora prima che apra bocca.

Abituati da una decina d’anni alla serialità televisiva e cinematografica, che tende per natura a dilazionare situazioni, azioni e risoluzioni e incapace di chiudere mai il sipario, Glass è spiazzante. Dispiace quasi che i personaggi, così come le loro capacità individuali, non abbiano goduto di maggior tempo per essere approfonditi. Ho l’impressione però che alcuni vedano questo come un limite del film, quando in realtà secondo me dice più di come si è evoluto il nostro modo di guardare alla narrazione.

L’esperimento è invece abbastanza nuovo e avrà forse bisogno di tempo per sedimentarsi. Non è la conclusione di una storia in tre atti, ma lo scaturire, a partire da due forme geometriche ben diverse, di un poligono ignoto. La visione di ognuno dei tre arricchisce la comprensione degli altri due.

Consiglio, perciò, di vedere questo film avendo i due precedenti molto, molto freschi, per poterlo apprezzare appieno.

Io non vedo l’ora esca il cofanetto della trilogia, dopo Glass.

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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