In sala

Hammamet, a.k.a. Craxi who? Poteva essere Storia, invece è solo fiction

Hammamet, a.k.a. Craxi who? Poteva essere Storia, invece è solo fiction My rating: 2 out of 5

Sebbene chiunque in questo periodo di revival si senta in dovere di dare la sua imprescindibile opinione su Tangentopoli, Mani Pulite e Hotel Raphael, io mi asterrò, principalmente perché all’epoca avevo due anni e i ricordi sono un pelo confusi. Tuttavia, da buona nostalgica dei Nineties, all’uscita di Hammamet mi sono precipitata in sala, spinta anche da qualche trailer in cui Favino, che per citare l’insuperato Boris ormai si prende tutti i ruoli, giganteggiava. Ebbene, confermo: Favino è un gigante. Ma confinato in un mondo di lillipuziani.

Eppure, l’ultimo film di Gianni Amelio parte benissimo: congresso del PSI, piramide d’ordinanza, e un Pierfrancesco Favino effettivamente indistinguibile dal vero Bettino Craxi. La stessa vocetta suadente e allo stesso tempo autoritaria, lo stesso modo di camminare, di strofinarsi le dita, di guardare da sotto in su attraverso gli occhialoni da pentapartito. Applausi da spellarsi le mani a lui e a tutta la squadra di truccatori. Poi però si vola in Tunisia per seguire gli ultimi mesi di vita del Presidente: da quel momento, Hammamet diventa timoroso.

In primo luogo perché non parla mai davvero apertamente di quello che era accaduto in quegli anni; la sensazione è quella di una vaga paura di offendere qualcuno. Non si nomina né Di Pietro, né Colombo, né Davigo, né nessuno dei politici più o meno coinvolti; al confronto, 1992 era avanguardia pura. Che per carità, una cosa del genere andrebbe benissimo se la vicenda fosse solo lo sfondo di un’altra storia; ma in questo caso, è la storia.

E a proposito di nomi: perché cambiare il nome della figlia da Stefania a Anita? In un’intervista, Amelio ha attribuito la sua scelta al fatto che Craxi fosse un ammiratore di Garibaldi. Che è un po’ come dire “mi piacciono le borse Chanel, ergo chiamatemi pure Coco”. Così.

Eppoi, il resto degli attori: nessuno pretendeva fossero al livello di Favino, ma neppure degli aspiranti Stanis La Rochelle. Livia Rossi è Stefania, pardon, Anita, e nonostante sia tutt’altro che una cattiva attrice, in Hammamet ha deciso di adottare il tono nevrotico di tutte le sue colleghe convinte che basti bisbigliare per essere brave. E visto che siamo in tema: a una certa, e in modo assolutamente slegato da tutto, compare Claudia Gerini nei panni  – ovviamente mai nominati – di Ania Pieroni: va a trovare il nostro in Tunisia, si mostra in vestaglia, un abbraccio, eee… stop. Ne perdiamo le tracce nello stesso modo un po’ insensato con cui ce la siamo trovata davanti. Ma il meglio deve ancora venire: perché per tutta la durata di Hammamet ci accompagna Luca Filippi, che gioca a fare il figlio complessato di un non meglio precisato compagno di partito misteriosamente cascato da una finestra. E che decide di mettere in scena questi turbamenti esistenziali adottando la stessa parlata strascicata e lo stesso sguardo vitreo di un frequentatore abituale di Rogoredo.

Ah, e visto che siamo in area milanese: scena onirica sul tetto della Madonnina. Suggestiva, per carità, per quanto sembri girata da David Lynch – ma non quello di Mulholland Drive, direi piuttosto quello dell’ultima, improbabile stagione di Twin Peaks. Epperò vogliamo investirle due lire in Photoshop e cancellare dal panorama le torri di City Life, che sono ben più giovani della sottoscritta?

Per carità, in Hammamet qualche chicca c’è: il nipotino che ricrea Sigonella sulla spiaggia, un Berlusconi che dice la sua sulla Serbia, un accenno del trash televisivo che avrebbe spopolato negli anni a venire; ma è tutto buttato lì, nulla viene approfondito. E, cosa imperdonabile, non uno dei discorsi più famosi tenuti da Craxi viene citato; occasione più che mancata, considerando che in fatto di ars oratoria il buon Bettino era imbattibile. Complessivamente, Hammamet potrebbe essere un buon racconto sulla senilità e sui rapporti familiari; ma allora viene il dubbio che infilare il nome di Craxi sia solo una furbata per staccare qualche biglietto in più.

 

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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