Hotel Artemis
In sala

Hotel Artemis: il grande film malato di Drew Pearce

Hotel Artemis: il grande film malato di Drew Pearce My rating: 2.5 out of 5

François Truffaut utilizzava il termine “grande film malato” per indicare i capolavori abortiti, quei progetti ambiziosi che, per un motivo o per l’altro, non si sono tradotti in pellicole eccezionali. Seppur con le dovute cautele, direi che l’espressione si addice perfettamente al caso di Hotel Artemis, opera prima di Drew Pearce (già sceneggiatore di Iron Man 3 e Mission: Impossible – Rogue Nation). Un noir fantascientifico che arriva in Italia solo adesso, a più di un anno di distanza da una release americana a dir poco disastrosa (gli incassi non hanno coperto neanche il misero budget di 15 milioni di dollari).

Hotel Artemis (poster)

Il poster è figo però.

Ambientato nella Los Angeles del 2028, il film ruota intorno all’hotel del titolo, un rifugio sicuro per criminali, dove questi possono trovare ristoro e assistenza medica a patto di rispettare le regole, la più importante delle quali è non uccidere gli ospiti. A gestire questa sorta di versione futuristica del Continental di John Wick è l’ex dottoressa alcolizzata e agorafobica Jean Thomas, detta “L’infermiera” (Jodie Foster), aiutata dal nerboruto operatore sanitario/guardia del corpo Everest (Dave Bautista).

Una notte, mentre nelle strade scoppiano violente rivolte per via di una legge sulla privatizzazione dell’acqua, l’Artemis si affolla di persone, ciascuna identificata con il nome della stanza in cui alloggia: Waikiki (Sterling K. Brown) e il fratello, rimasti feriti dopo una rapina finita male; Nice (Sofia Boutella, mai così bella come in questo film), sicaria professionista con una missione da compiere; Acapulco (Charlie Day), trafficante d’armi insopportabile e non molto sveglio. Alla festa si aggiungono in seguito una poliziotta, vecchia conoscenza della Thomas, e il Re Lupo (Jeff Goldblum), big boss della mala con in mano tutta la città. Inutile dire che, vista la natura degli ospiti, la situazione si farà presto tesissima, sfociando inevitabilmente in un’escalation di violenza.

Waikiki(Sterling K. Brown) e Acapulco(Charlie Day)

“Attento, io una volta ho dato la caccia a un Predator!”

Se prima ho parlato di Hotel Artemis come di un “grande film malato” è perché, considerata l’intrigante premessa, la pellicola di Pearce aveva le carte in regola per diventare un classico del genere. Sfortunatamente tutte le buone idee partorite dal regista/sceneggiatore (non ultima la creazione di una vasta mitologia sci-fi di cui vediamo solo la punta dell’iceberg) si scontrano con un’esecuzione alquanto povera. Sia chiaro, non siamo affatto di fronte a un brutto film, ciononostante si poteva senz’altro fare di più.

Il problema principale è che la trama non decolla mai veramente: dopo un inizio promettente, il film si incarta in una parte centrale tediosa, in cui accade poco o nulla di interessante, per poi avviarsi verso un terzo atto sbrigativo e non del tutto soddisfacente. Nel mentre svolte narrative che avrebbero meritato più attenzione vengono risolte in un battito di ciglia, i pochi plot twist sono tutt’altro che imprevedibili e sottotrame apparentemente importanti (la penna coi diamanti, la faccenda stessa delle rivolte) non vanno da nessuna parte. Per non parlare poi dello scarso approfondimento che affligge metà dei protagonisti, con Acapulco a far da padrone.

Acapulco (Charlie Day)

E la medaglia d’oro per il personaggio più inutile va a…

Se la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare, fortunatamente le cose migliorano sul versante regia. Al suo esordio sul grande schermo, Pearce muove bene la macchina da presa, dimostrando di non aver nulla da invidiare ai professionisti, e immerge le vicende in una suggestiva atmosfera neonoir a metà strada tra Strange Days e il già citato John Wick, alla cui riuscita contribuiscono l’ottima fotografia e la splendida colonna sonora elettronica di Cliff Martinez. Il regista se la cava egregiamente pure con le scene d’azione, che non saranno tantissime (di certo meno del previsto) ma si lasciano guardare. Particolarmente degno di nota è lo spettacolare combattimento finale nel corridoio, in cui la Boutella può dare libero sfogo alle sue incredibili doti atletiche.

Nice (Sofia Boutella)

Chissà che dolori domattina!

Gli interpreti sono un altro degli aspetti che fanno guadagnare punti ad Hotel Artemis. A cominciare ovviamente da Jodie Foster. Invecchiata per esigenze di copione, l’attrice americana fa suo il ruolo dell’Infermiera, trasmettendo efficacemente i dolori, i rimpianti e le paure di una donna che non si dà pace per la morte del figlio e che per questo si è chiusa al mondo esterno.

L'Infermiera (Jodie Foster)

“Serata piena all’Artemis…”

La Foster è il cuore del film (tutto ciò che accade è funzionale all’elaborazione del lutto del suo personaggio), tuttavia viene quasi eclissata da Dave Bautista, senza dubbio il miglior wrestler-attore vivente (insieme a The Rock), nonché una delle poche persone capaci di apparire simpatiche e minacciose allo stesso tempo. Proprio per questo motivo è perfetto nei panni di uno che la gente di solito la cura, ma se occorre la pesta anche.

Everest (Dave Bautista) e L'Infermiera (Jodie Foster)

“‘Sta mano po esse fero o po esse piuma!” (cit.)

Per quanto riguarda il resto del cast, il buon Sterling K. Brown fa il suo dovere, così come la Boutella e Charlie Day. Purtroppo il mitico Jeff Goldblum si deve accontentare di poco più di un cameo, ma nonostante lo scarso screentime (forse anche minore che in Jurassic World: Il regno distrutto) l’attore si mangia la scena ogni volta che è inquadrato.

Re Lupo (Jeff Goldblum)

“Senta, è previsto che si veda Jeff Goldblum nel suo film con Jeff Goldblum?”

In definitiva, Hotel Artemis è un prodotto riuscito a metà. Poteva davvero lasciare il segno e magari lanciare un franchise (come il finale sembra suggerire), invece si è dovuto accontentare di essere un discreto B-movie con belle intuizioni ma scarse capacità di svilupparle. Ciò non toglie che possa diventare in futuro un piccolo cult. Dopotutto persino Truffaut preferiva un “grande film malato” a un capolavoro incontestato.

Article written by:

Fabio Ferrari

Classe 1993, laureato al DAMS di Torino, sono un appassionato di cinema (soprattutto di genere) da quando sono rimasto stregato dai dinosauri di "Jurassic Park" e dalle spade laser di "Star Wars". Quando valuto un film di solito cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma talvolta so essere veramente spietato. Oltre che qui, mi potete trovare su Facebook, sulla pagina "Cinefabio93".

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