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I miserabili: la banlieue parigina, duecento anni dopo

I miserabili: la banlieue parigina, duecento anni dopo My rating: 3 out of 5

Tranquilli, non è un film in costume ambientato in una Francia ottocentesca. Però lo scenario in cui si muovono I miserabili del nuovo millennio è lo stesso dell’omonimo romanzo di Victor Hugo: Montfermeil, alle porte di Parigi, più precisamente nel quartiere des Bosquets. E nonostante siano passati un paio di secoli, pare che le vite dei suoi abitanti non siano poi migliorate tanto; cambia il colore della pelle, ma povertà, rabbia e ignoranza restano le stesse. Primo lungometraggio del regista Ladj Ly, vincitore di ben quattro César e del premio della giuria a Cannes 2019, I miserabili sarebbe dovuto approdare nelle sale italiane all’inizio di quest’anno, quindi con il consueto ritardo, ma per ovvie ragioni è stato incanalato tra le numerosissime uscite in streaming di questa primavera 2020.

I protagonisti potrebbero in effetti ricordare lo sfortunato Jean Valjean, ma con un’enorme, amara differenza: dopo duecento anni, non esiste più alcuna speranza di redenzione. Questa constatazione viene in qualche modo urlata sin dalle prime scene: una festa solo apparente, dove i ragazzini di Montfermeil si accalcano in metropolitana e sulle banchine della stazione per raggiungere gli Champs Elysées e festeggiare la vittoria dei mondiali insieme al resto della nazione. Facce sorridenti e sguaiate, ma in uno scenario che potrebbe essere indifferentemente lo sfondo di una festa di piazza come di una rivolta sociale. E soprattutto, facce che prima o poi devono rientrare a casa, in palazzoni fatiscenti e maltenuti, fatti di appartamenti che sembrano alveari – solo, meno accoglienti.

È per queste strade che si muove l’agente Ruiz (Damien Bonnard), appena trasferitosi, insieme ai due nuovi colleghi Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga). All’ultimo arrivato bastano poche ore per ricevere un pugno nello stomaco dei più duri: perché tra I miserabili spicca Issa (Issa Perica), un bambino particolarmente irrequieto e già noto alla polizia per qualche bravata, che decide nientemeno che di rubare un cucciolo di leone dal circo itinerante, scatenando una guerra latente fra gitani e gang del quartiere, a loro volta divise tra spacciatori, Fratelli Musulmani e affiliati del Sindaco, che altri non è che una sorta di magnaccia auto-elettosi per mantenere una specie di ordine non scritto.

La prima cosa che balza all’occhio ne I miserabili sono i metodi poco ortodossi dei poliziotti più navigati, e d’altronde in una lotta di tutti contro tutti l’unico modo per farsi rispettare pare sia usare le maniere forti, poco importa se le conseguenze potrebbero essere ancora peggiori. Ma quello che più di tutto fa torcere le budella sono le immagini del quartiere, dove il degrado lo si respira: dagli androni delle case ricoperti di scritte, alle discese di cemento dove i bambini cercano di giocare su uno skate improvvisato, ai bar che si trasformano in potenziali focolai di terrorismo, fino al sedicente ufficio del sindaco, lo scalcagnato ingresso di un palazzo malridotto e foderato di cassette postali dismesse. La banlieue parigina per antonomasia, insomma, che riesce a far sembrare la Torre Eiffel distante ben più di qualche chilometro. Le riprese dall’alto del drone, quasi un co-protagonista de I miserabili, con la loro geometria perfetta accentuano ancora di più il senso di squallore e di povertà di cui è intrisa questa polveriera di rancore, pronta ad esplodere da un momento all’altro. “E quel che è peggio, non importa a nessuno”, come constaterà amaramente Ruiz alla fine della sua prima, drammatica giornata di lavoro.

A metà strada fra il thriller e la denuncia sociale, per riassumere l’essenza del tesissimo I miserabili basterebbe guardare come cambia il viso di Issa tra l’inizio e la fine del film: prima, sorridente ed infantile; poi, freddo e svuotato. Il fotogramma perfetto per ricordarci che, come ha scritto Hugo qualche anno or sono, non esistono erbe o uomini cattivi, ma solo cattivi coltivatori.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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