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I, Tonya: la dura vita di Margot Robbie tra pattinaggio, abusi e Scorsese

I, Tonya: la dura vita di Margot Robbie tra pattinaggio, abusi e Scorsese My rating: 4 out of 5

Column 1

Column 2

Finalmente ci rincontriamo, cara Margot.

“Dio, mi sono innamorato di te la prima volta che ti ho vista, in The Wolf of Wall Street; provocatoria, eccessiva e terribilmente sexy. Credevo di averti perso per sempre, dopo averti visto fare quella comparsata da semi-cosplayer di Harley Queen in Suicide Squad, e invece…”

Ebbene sì, cari fratelli di callo, l’attrice Australiana torna prepotentemente alla ribalta con I, Tonya, biopic eclettico ed eccentrico incentrato sulla vita di Tonya Harding, firmato dal folle Craig Gillespie, regista di Lars e una ragazza tutta sua; ricostruendo e mescolando abilmente “finte” interviste ai fatti realmente accaduti, assistiamo all’ascesa e caduta di uno dei personaggi sportivi più controversi della storia recente americana.

Eppure, definire questo film come un semplice racconto biografico, sarebbe riduttivo. Mettetevi comodi, accendetevi una sigaretta che vi racconterò di I, Tonya.

LA SFORTUNATA FAVOLA DI ZIA TONYA

Adoro il dramma sportivo. Il sacrificio, la fatica, le lacrime, il sudore… Insomma, avete capito. Fare della propria passione una ragione di vita e quella romantica idea di poter raggiungere la gloria eterna.

I, Tonya però, va decisamente oltre a tutto questo: Gillespie si concentra sugli ostacoli, sui passi falsi e sulle più assurde difficoltà che si sono opposte al cammino della Harding. Una vita dura, segnata già in giovane età da una madre psicologicamente devastante (la fresca vincitrice agli Oscar Allison Janney), poi da un marito bipolare e violento (Sebastian Stan, il Winter Soldier dell’MCU).

Un perfetto quadretto di freaks, reso il maniera incredibile grazie a delle interpretazioni da 10+ in pagella: mamma LaVona e il baffuto Jeff sono delle spalle amorevolmente odiosi e, soprattutto, sono gli ideali bastoni tra le ruote per la nostra cazzutissima protagonista, zia Tonya.

Già perché, nonostante tutto il cast di contorno funzioni a meraviglia, I, Tonya deve la propria forza a Margot Robbie: sgraziata, dai tratti mascolini e dai modi di fare tutt’altro che signorili, incarna lo spirito combattivo femminile contro gli abusi e le diffuse convenzioni sul debole sesso.

Mai eccessivamente retorica, scorretta e dal vocabolario ricco di parolacce, il personaggio non sfocia mai nello stereotipo e non si vergogna a mostrare il proprio lato debole nei momenti più difficili.

CANDIDATA ALL’OSCAR MICA PER NIENTE…

SCORSESE ON ICE

Amici, era inevitabile finire a parlare del Maestro; troppo forte il richiamo in I, Tonya degli elementi che hanno caratterizzato alcuni dei più grandi film di Martin Scorsese, come Goodfellas o il già citato The Wolf of Wall Street: il voice over, quel vago richiamo al mondo criminale, il protagonista che sfonda la quarta parete manco fosse Deadpool… (Avete capito no? Mi fermo, non voglio farvi troppi spoiler).

Ma guai a voi se dite che questo è un difetto. È più una dichiarazione d’amore, un attestato di stima a uno dei pionieri del biopic moderno.

Il film ha una propria identità, un’anima rock e un montaggio da sturbo: le scene di pattinaggio sono coreografate in maniera unica, senza slomo a casaccio e con una colonna sonora calzante. Veder danzare la macchina da presa a ogni volo e axel della protagonista è davvero… wow!

Ma a differenza del buon Martin, Gillespie pecca in un paio di momenti in cui il film subisce un forte arresto: il ritmo crolla a poco più di metà film, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto spingere sull’acceleratore.

Una piccola sbavatura… ma d’altronde, non tutti nascono imparati.

LA GOGNA DEL POPOLO (E DEI MEDIA)

I, Tonya è il classico esempio di film ottimo, realizzato sì per ottenere premi e candidature, ma che racconta di una storia dimenticata di quella che, per gli americani, è una vera anti-eroina. Vittima dei casi della vita (e della vita stessa), Tonya Harding è stata un’atleta impulsiva, detestabile e non voluta dal proprio paese.

È il frutto dell’odio e simbolo delle rivincite mancate; è quel vaffanc**o mai detto a chi vi ha intralciato ogni giorno, a chi non cede in voi. È la voce per le persone condannate, senza appello, dai telegiornali (e oggi dai social); purtroppo, il forte rischio, è quello di empatizzare eccessivamente con un personaggio che forse non merita tutta la nostra compassione, ma che meriterebbe una seconda chance.

Tra dramma, mockumentary e film indipendente I, Tonya è retto da una sceneggiatura di ferro, condita con una punta di humor nero; l‘America non vi vuole perché non siete abbastanza belli? Non siete abbastanza ricchi? Mandate a meretrici le loro famiglie del mulino bianco, rimarrete solo voi, con le vostre debolezze a lottare contro tutto quel finto perbenismo.

Come una voce fuori dal coro, quella che sentirete sarà nient’altro che la verità; solo una verità, quella di Tonya!

MAI ANDARE AL TAPPETO!

Come fece Charlie Theron per Monster, Margot Robbie produce e finanzia I, Tonya, quello che a mani basse è uno dei migliori biopic degli ultimi anni e uno dei film più belli candidati a gli ultimi Oscar.

Il fatto di aver dovuto aspettare il 29 marzo per vederlo al cinema in Italia (dicembre gli Usa, DICEMBRE!) si commenta da solo, ma, fidatevi, sarà un attesa ripagata appieno. La mia speranza è che il film possa godere di una distribuzione intelligente e non risenta delle “”anteprime”” offerte dalla rete.

Una favola spinosa, dal cuore grande; un pugno nei reni per i detrattori delle biografie femminili e un invito alle donne di tutto il mondo a reagire di fronte alle violenze subite. Perché non importa quanto queste colpiscano forte, l’importante è rialzarsi.

E leggere il MacGuffin, ma questo lo sapete già.

Article written by:

Davide Casarotti

Antipatico e logorroico since 1995. Scrivo di Cinema da quando ho scoperto di non saper fare nulla. Da piccolo volevo fare il cuoco, crescendo ho optato per il giornalista; oggi mi limito ad essere pessimista, bere qualche birra con gli amici e andare al Cinema da solo. Giuro, non sono una brutta persona.

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