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Io c’è: la religione è l’oppio dei popoli, ma la dipendenza è pericolosa

Io c’è: la religione è l’oppio dei popoli, ma la dipendenza è pericolosa My rating: 4 out of 5

Stiamo tutti calmi. Non voglio fucilate, missili, cose alla Pyongyang, niente del genere. Quelle quattro stelle che vedete lì, in alto, a fare da voto a questo film, sono solo frutto di un entusiasmo sfrenato: entusiasmo che mi pervade da quando sono uscito dalla sala del cinema, infatti sto letteralmente distruggendo i tasti della tastiera per scrivere questo articolo. Ma lo faccio per voi gente. #hoopsforthepeople #MacGuffinperilsociale. Dovete perlomeno provare a capirmi: se anche voi siete tra coloro che credono ancora nel cinema italiano, tra quelli che pensano che ci sia speranza non solo nel trailer di Loro 1, beh, allora capite perché io sia uscito entusiasta dalla visione di questo film. Io c’è mi ha fatto sperare nel cinema italiano molto più di quanto potessi aspettarmi.

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Prometto che non ci saranno spoiler veri e propri, ma vi comunico altresì che non potrò evitare di rivelare stralci di trama. Ricordate: lo facciamo per voi!

È l’uomo che fa la religione, non la religione che fa l’uomo

E diciamo che Alessandro Aronadio ha preso alla lettera il messaggio del buon vecchio barba. Ah tra l’altro Ale: non ti conoscevo come regista, ma adesso ti amo. Ok, sì, ma in che senso? No, non metterò il siparietto di Verdone. Nel senso che in Io c’è il protagonista (Edoardo Leo) si inventa una religione. Sì, davvero, con tutte le procedure legali e quant’altro per adibire una struttura a luogo di culto. In fondo il nostro Edoardo ha un po’ la faccia da messia. Sapete no, quella barba, lo stile un po’ trasandato…

Ma non finisce qui, perché dietro quest’apparente presupposto da trama del cazzo si cela una critica ferocissima e che poggia su basi ideologiche che per usare un eufemismo definiremo “solide”. Avevo promesso niente spoiler e sono un uomo di parola, ma vi lascio immaginare il destinatario della critica…

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Vedete? Il battesimo

La critica della religione approda alla teoria che l’uomo è per l’uomo l’essere supremo

Le cose si fanno sempre più interessanti, succose. Di nuovo alla lettera: il principio costitutivo di questa religione inventata è che ognuno è il dio di se stesso, ergo io sono il mio dio. Un po’ megalomane, no? Beh, dipende, se la guardate in modo superficiale sì, io lo trovo semplicemente geniale; sostanzialmente equivale ad affermare che l’unica cosa che ti serve è credere in te stesso, non hai bisogno di nient’altro. Correte miei piccoli padawan, andate a dirlo ai vostri amici depressi perché la ragazza li ha mollati. Siamo passati dal moralismo al cinismo in circa un secondo e mezzo. Ma non scordate che non dovete dimenticare che lo facciamo per voi!

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L’uomo ricorre alla religione perché materialmente insoddisfatto e trova in essa una condizione artificiale per poter meglio sopportare la situazione materiale in cui vivere

Ah, ma allora il trucco c’era. Quindi sostanzialmente sto bastardo di Edoardo Leo sfrutta il nostro malessere e finge di curarcelo facendoci credere che funzioni davvero? Non proprio, questo è quello che fa la religione. Nessuno ha detto ateismo. Però rifletteteci un momento, perché è l’unica cosa che potete fare. In che momenti l’uomo si rivolge a Dio? In quali situazioni? Quando ha bisogno di aiuto, sbaglio? E fin quando quell’aiuto “giunge” tutto bene. Ma che succede se quell’aiuto non arriva? Poniamo un tizio in sedia a rotelle che prega per ricominciare a camminare. Che succede? Dio lo guarisce? E se non lo guarisce quindi significa che è cattivo? Una soluzione artificiale non è una vera soluzione. Nessuno ha detto marxismo.

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“Gli ho chiesto l’ingrandimento del pene ma è rimasto lungo uguale!”

L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni

È chiaro che la condizione opposta è quella in cui realizziamo di non avere bisogno di un dio-guida, il che ci permette di abbandonarci alla vita e smettere di sperare in una risoluzione che arriverebbe senza provvedimenti concreti. Ciò che conta è quel che noi siamo e le nostre azioni, tutto il resto è aleatorio. Però è anche vero che indossare un kimono e scolarsi un bel bicchierozzo di vino alla faccia dei fedeli è altrettanto rassicurante. Come si suol dire: a voi la scelta. E noi invece, beh, noi lo facciamo per voi!

Se dovessi sembrare ridondante, tranquilli, è il rischio che si corre a essere parsimoniosi.

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Ma, inventatala, l’uomo non riesce più a distaccarsene

Peggio di Now you see me, ci ha fottuti in pieno. Sì, è questo il rischio: tutto bello, le promesse, gli aiuti e la parsimonia, ma quando tutto ciò non funziona più e ripiombiamo nel nostro solito, cupo mondo con appresso tutti i nostri problemi e le nostre incertezze? L’uomo perde la capacità di discernere tra ciò che fa e ciò che potrebbe o dovrebbe fare. Ed è questo il vero rischio, perché le premesse sono tutte valide e allettanti, ma nessuno ci ha dato garanzie sulla loro effettiva realizzazione. Noi non facciamo promesse che non possiamo mantenere. Ma ormai ci sei dentro e il tuo braccio è diventato peggio di quello di Jared Leto in Requiem for a dream. Ah no scusate, in questo caso è il cervello. E ora pronti, perché arriva la blasfemia. La religione è come un appuntamento al buio: è più facile trovare un trans che una bella pupa. Nessuno sta discriminando i trans.

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Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera

La spiegazione sta proprio in queste parole. Tutti vogliamo una risposta, sempre e comunque, ed è quindi ovvio che se si presenta un qualcosa che pretende di poterci fornire le risposte a tutto, perfino al mistero della vita… insomma, piatto ricco mi ci ficco. Qua invece l’unica cosa che ci viene ficcata è un drittissimo palo nel culo consiglio di vita, gentilmente offerto dalla religione all’unico prezzo di una donazione volontaria. Tanto loro le tasse non le pagano…

Se il MacGuffin dovesse essere invocato ai tribunali vaticani ditegli che siamo Netflix Italia.

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“M’hanno rubato il portafoglio”

L’operaio può iniziare a criticare il capitalismo partendo dalla critica della religione

Oooooooooh, eccoci qua. Perché non si fa nulla caso. E Io c’è, sotto la sua maschera di film commedia, si rivela in tutta la sua potenza e fa crollare con un semplice tocco tutto quel castello di certezze che aveva creato in precedenza. Nessuna pietà, nessun lieto fine e, soprattutto, non si torna indietro. Una critica elaborata, ben congegnata, ma veicolata dal temperamento leggero della commedia, la quale ti permette di riderne per una buona parte del tutto. Ma è per questo che quando Io c’è raggiunge il suo finale esso è ancora più d’impatto, ancora più denso. Lo spettatore non è pronto e non se lo aspetta nemmeno, e per quanto non voglia ammetterlo a se stesso, questa è la realtà in cui tutti i giorni cammina. In altri termini è come un’idropompa di Blastoise, ma con al posto dell’acqua la merda.

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Sezione spoiler

Ok, piccolo approfondimento per chi Io c’è lo ha già visto. La cosa straordinaria che il film di Aronadio fa, senza contare un’interpretazione a doppia pelle di Edoardo Leo e qualcosa di sublime messo in campo da Giuseppe Battiston, è materializzare in situazioni concrete l’ideologia marxista sulla religione. Perché porca puttana questo film trasuda marxismo da ogni suo poro. E se ne vanta pure. Ma non siamo qui a fare discrimini sulle ideologie politiche. Il vero nucleo di Io c’è, o meglio, la sua capacità comunicativa migliore, si esprime in una doppia critica: quella ovvia alla religione e quella meno ovvia allo stato, alla burocrazia italiana. Ma fa tutto questo col sorriso sulle labbra. Il film è leggero, divertente e godibile anche per un ragazzino di 12 anni che non sa nemmeno come si scrive Marcs. Chiaro che questa è, purtroppo, un’arma a doppio taglio, perché il piglio leggero a volte fa scaturire situazioni banalotte ed un po’ cliché alla italiano medio. Ma è anche vero che questo stesso fattore potrebbe costituire una critica: è proprio un italiano medio ereditiero a creare tutto sto bordello con la religione, ma è poi lui stesso che si pente del proprio gesto e ne paga le conseguenze. E le paga senza essere davvero colpevole, almeno legislativamente, di nulla. È un paradosso, ma così come lo è vivere nella nostra Italia. Commento forse un po’ troppo radical chic?

Quindi, riassumendo, Io c’è si muove principalmente in quattro direzioni:

  • critica ideologica
  • critica morale
  • critica politica
  • tentativo di lanciare un messaggio di redenzione

Ma alla fine anche la redenzione è un paradosso, in questo straordinario lieto non fine amarissimo chi cerca di redimersi è in verità considerato un santo.


La religione è come le storie che ci raccontano da bambini prima di addormentarci: non importa se è vera o falsa, l’importante è che ci faccia andare a dormire contenti.

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Avete mai provato a descrivere voi stessi in poche righe? Io lo sto facendo adesso, ma mi rendo conto che dispongo di un numero insufficiente di parole per parlare di cotanta magnificenza. Ma ahimè forse è meglio così, almeno in questo modo sarete voi ad attribuirmi la forma che riterrete la migliore.

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