L'albero del vicino: in Islanda, è un po' troppo verde
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L’albero del vicino: in Islanda, è un po’ troppo verde

L’albero del vicino: in Islanda, è un po’ troppo verde My rating: 3 out of 5

A Milano, a luglio, fa caldo. Non stupisce quindi che tutto ciò che fa rima con Islanda in questo periodo susciti un fascino particolare; e dato che un biglietto per quell’isoletta sperduta costa quanto un organo di vitale importanza, ecco che tocca farsi forza con un condizionatore impostato su una temperatura polare e un po’ di cinema. Ma vi avverto, L’albero del vicino gli animi li scalda, e parecchio. Persino quelli degli all’apparenza compostissimi islandesi.

Presentato al Festival di Venezia del 2017, nessuno avrebbe scommesso che un film del genere sarebbe stato distribuito in Italia, quantomeno per i nomi impronunciabili di regista ed attori; fortunatamente, il meteo ha avuto la sua parte nell’influenzare le scelte delle sale. Girato da Hafsteinn Gunnar Sigurðsson, che nonostante tutte queste consonanti nel 2011 riuscì a portarsi a casa il primo premio dal Torino Film Festival, L’albero del vicino inizia come un qualsiasi film scandinavo: colori tenui, luci grigiastre, ritmo lento, piccoli drammi familiari. Salvo poi deflagrare.

La prima storia che incontriamo è quella tra Atli (Steinþór Hróar Steinþórsson), cacciato di casa dalla moglie Agnes dopo essere stato scoperto a guardare un porno amatoriale con protagonisti nientemeno che lui e la sua ex. Il nostro sfortunato uomo medio si rifugia così a casa dei genitori (Edda Björgvinsdóttir e Sigurður Sigurjónsson), ma le cose non migliorano: se infatti l’erba del vicino è sempre più verde, figuriamoci gli alberi. Uno, per la precisione: quello piantato nel loro giardino, che getta una fastidiosa ombra sul plateatico della casa accanto. E come fa la bella, giovane vicina (Selma Björnsdóttir) ad abbronzarsi a dovere e a godere della serenità necessaria per garantire un erede al marito (Þorsteinn Bachmann)? Dulcis in fundo, i genitori di Atli hanno un gatto, la coppia metropolitana e chic un cane. Altro?

L’albero del vicino ricorda a tratti il Fargo degli americanissimi fratelli Coen, altre volte le ancor più americane Desperate Housewives, e ogni tanto ha pure dei tratti latini sullo stile delle Storie pazzesche. Solo che è islandese, e il freddo quasi lo si respira: nell’IKEA che fa da sfondo a un campeggio improvvisato, nei biondi e iper corretti maestri delle elementari – oltre che, ahem, dei manzi da paura -, nelle frasi contenute. Ma non lasciatevi ingannare dall’atmosfera boreale: nonostante la latitudine, questo film è una black comedy dissacrante e irriverente. Non ci si spancia, ché siamo pur sempre al nord; piuttosto, si sogghigna tutto il tempo, e sempre più cinicamente con lo scorrere dei minuti. Già, perché nell’iper civile nord Europa non si lesinano le battaglie per l’affidamento dei figli, le gomme delle auto bucate, dei nanetti da giardino quantomeno singolari e così via, in un crescendo che non risparmia neppure gli animali, con tocchi di deliziosa crudeltà.

Che dire poi della riunione di condominio a casa di Atli e Agnes, dove un delegato di palazzo in nome della gentilezza rimprovera con voce stridula la giovane coppia hipster, a suo dire troppo rumorosa – a fare cosa, lo lascio immaginare a voi? Con L’albero del vicino l’Islanda si scopre ironica e autoironica, anche fuori dai campi da calcio.

Una menzione a parte la merita Edda Björgvinsdóttir, madre disperata eppure odiosa, non più giovane ma non ancora abbastanza vecchia. Naturalmente sono le donne a farla da padrone; gli uomini sono mere comparse, banali traditori, cinquantenni sull’orlo di una crisi di mezza età o pacifici pensionati con l’unica ambizione di cantare nel coro cittadino. Salvo poi mettere in scena un finale degno di Tarantino.

L’albero del vicino ha una sola, gigantesca pecca: dopo averlo visto, la questione demografica non vi farà dormire la notte. Tipo: a Reykjavík ci sono 120.000 abitanti, e gli unici quattro a meno di un chilometro di distanza hanno messo in piedi qualcosa di simile alla Terza Guerra Mondiale. A Milano, ce ne sono quasi due milioni. Per dire.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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