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In sala

Leaving Neverland: il fascino macabro di Peter Pan

Leaving Neverland: il fascino macabro di Peter Pan My rating: 3.5 out of 5

Ve lo dico subito: se volete scatenare una civil war tra innocentisti e colpevolisti sulla pagina del MacGuffin lasciatemi fuori. Dopo l’uscita del documentario Leaving Neverland (che trovate in streaming su DPlay) me ne sono già beccate tre o quattro e non ci voglio entrare, in quella valle di lacrime.

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Per fare la mossa Ponzio Pilato, via il dente e via il dolore: non c’ero e quindi non lo so. Non tocco l’argomento nemmeno con un guanto in lattice. Di me la buonanima di Michael Jackson non ha mai abusato, nemmeno di miei parenti. Senza sventolare certezze a cazzo di cane, quindi, posso solo dirvi che personalmente ritengo anche abbastanza verosimile che degli abusi su minori ci possano essere stati.

Se siete fanboy/girl col santino di Jacko sul frigo e vi sentite offesi da questa affermazione come se vi avessi infamato la mamma, mi dispiace molto, e vi rassicuro subito: grazie al cielo il mio parere non conta nulla. Non esistono prove, ergo Michael Jackson è innocente. Ma a prescindere da qualsiasi opinione sul caso: sarebbe ora di smetterla, di vedere il mondo in bianco e nero. Si può essere grandi artisti, generosi filantropi, degni individui, ed essere affetti da una mostruosa parafilia. Come anche no. Facciamocene tutti una ragione. Facciamoci pure una ragione di un dato oggettivo: molto difficilmente si arriverà a stabilire una verità inoppugnabile, su questa vicenda. Leaving Neverland ha la colpa e il merito di non provarci neanche, ad andare alla ricerca di quella verità. È un lavoro scivoloso, ambiguo, parziale. Con gli errori e con il fascino di tutto ciò che è scivoloso, ambiguo, parziale.

Leaving Neverland: un racconto parziale

Presentato in anteprima al Sundance, questo documentario di Dan Reed ha scatenato l’inferno: va a rispolverare una vicenda delicata, che coinvolge l’icona pop più amata da quando il pop esiste.

In tribunale, quando era in vita (e anche in morte, nel 2013), Michael Jackson è stato prosciolto da ogni accusa di pedofilia, a causa delle testimonianze discordanti dei bambini coinvolti e di mancanza di prove concrete. Ma sono rimaste ombre e incertezze sul rapporto decisamente poco canonico che Jacko, vittima a sua volta di un’infanzia negata, instaurava con i piccoli amici a Neverland. Pare che si comportasse lui stesso come un bambino, condividendo stanze da gioco, confidenze e… *ehr*, il letto, con i giovani ospiti.

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Il momento dell’intervista a Jacko in cui appare questa foto personalmente mi ha disturbato parecchio, vorrei dire.

I due bombaroli di Leaving Neverland sono il famoso coreografo Wade Robson e il baby attore James Safechuck, oggi entrambi padri di famiglia over trenta. Sia Wade che James da teenager avevano testimoniato a favore di Michael Jackson in tribunale, negando di aver mai subito abusi durante le rispettive lunghe e intense frequentazioni con il Re del Pop. Entrambi dichiarano nel documentario di aver seppellito il trauma, trauma che però è riemerso in età adulta con l’esperienza della paternità. Quale miglior momento per cercare di scucire qualche milione agli eredi di Jacko, direte voi? Eh beh, un po’ il naso si storce da sé. Specialmente perché in Leaving Neverland non sono ascoltate “altre campane”: viene portato in scena solo il racconto di Wade, James e le loro famiglie. Ma il forte elemento di interesse del documentario secondo me è proprio questo, anche se l’assenza di contraddittorio ha fatto giustamente girare gli zebedei a moltissimi fan di Jackson.

Se proviamo a sospendere giudizi e convinzioni personali sull’innocenza o colpevolezza di Michael Jackson, la storia che Leaving Neverland racconta è di per sé una narrazione straordinaria. Non è giornalismo su un fatto di cronaca, non ha la pretesa di esserlo. È qualcosa di completamente diverso e si concentra quasi esclusivamente sulle dinamiche emotive interne alle due famiglie: per quanto mi riguarda l’esperienza di visione, a un livello puramente narrativo, è stata sconvolgente.

La storia di un abuso

Facciamo finta che arrivare alla verità non ci interessi nemmeno: la storia portata sullo schermo è magistrale, meravigliosa. Non lo dico cinicamente, lo dico da stronza qualunque che vive di narrazioni e ama le narrazioni. Paradossalmente la sua debolezza sono le quattro ore sbrodolate, il poco materiale d’archivio al di là delle interviste e la necessità del racconto parallelo dei due uomini – che vanno a delineare quadri sostanzialmente simili, con un effetto eco non del tutto gradevole.

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Ma la storia… parliamone. Lui: la più grande star del mondo, amatissimo da milioni di persone, una pietra miliare della musica e del ballo, conclamato filantropo e weirdo angelicato. Loro: dei bimbetti qualsiasi. Famiglie semplici, vite di periferia, una passione smodata per il proprio idolo. All’improvviso, l’archetipo narrativo del principe solo: dell’innocente al potere che scende dalla torre d’avorio alla ricerca di calore umano. Il calore qualsiasi di una famiglia qualsiasi, con all’interno un bambino che lo adora. E il primo punto di rottura della storia è lo stravolgimento dell’equilibrio quotidiano, con Michael che rende le loro vite un giro incredibile sulle montagne russe del Paese dei Balocchi.

Il principe solo entra nella quotidianità di queste famiglie ordinarie, le fa sentire speciali e le ricopre di attenzioni, si dichiara a sua volta arricchito da quel rapporto. Instaura amicizie profonde con le madri e una relazione di fiducia e dipendenza sempre maggiori. Immaginate l’arco narrativo che si tende. E poi, il colpo di scena: cala la notte, cala la maschera (calano le braghe, scusate la discesa nella prosa). Il rapporto è diventato talmente deviante e parossistico che nessuno si rende conto del problema: non i bambini, innamorati di lui (perché sì, da bambini ci si innamora. Provate a ricordare), non le madri, che lo considerano “un secondo figlio”, e non immaginano che dietro a quella porta chiusa si faccia altro rispetto a giocare a Super Mario.

La caduta

L’ultimo punto di rottura, magistrale, di questa storia già fortissima, è la narrazione che i due uomini fanno di come hanno percepito la fine dei rapporti con Michael. Dichiarano entrambi di non aver vissuto l’abuso come abuso fino alla consapevolezza dell’età adulta, ma di avere sofferto tantissimo per l’abbandono.

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Alla fine dell’infatuazione, Michael trovava un altro bambino, un’altra famiglia, un altro grande amore. Si infilava, insomma, in un diverso archetipo: quello del divo fragile che si innamora spesso e totalmente, chiamiamolo per praticità l’archetipo Monroe. E loro si vedevano sostituiti, rifiutati, privati di tutte le attenzioni speciali in quella che era diventata una vera e propria relazione (James mostra addirittura, con mani tremanti, una fedina nuziale che conserva ancora). Insomma, da teenager il loro trauma non era l’abuso sessuale da parte di un adulto, ma la profonda delusione amorosa del tuo primo uomo che se ne va con un’altra più giovane e carina e sveglia di te.

In Leaving Neverland colpiscono come un pugno allo stomaco, più ancora delle cronache degli atti sessuali, le parole d’amore, venerazione, rispetto che i ragazzi e le famiglie riservano ancora a Michael Jackson. E sono proprio queste parole d’amore a rendere la storia credibile: solo l’amore rende così ciechi. Al momento della confessione degli abusi, da adulti, gli equilibri delle due famiglie sono profondamente scossi e messi in discussione: James e i suoi fratelli si schierano contro la madre, addossandole ogni colpa, rompendo quasi i rapporti. Ma l’affetto per Michael non è in discussione e trapela da ogni gesto, da ogni sguardo.

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Leaving Neverland: vale la pena di investire quattro ore?

Piccoli e attenti condor che siete, avrete notato le mie parche tre stelline, nonostante tutto questo entusiasmo per una storia che – mortacciloro – avrei voluto scrivere io, se non fosse tristemente presentata come vera. Il braccino corto non è dovuto solo alla provenienza etnica ligure dell’autrice, ma anche alla realizzazione approssimativa del documentario.

  • Quattro ore? Ma che, davvero? Metà le ho viste giocando a Candy Crush, per dire, un quarto ascoltate tipo podcast.
  • Il materiale d’archivio. Pochissima roba, rimontata e ricicciata.
  • Il montaggio a volte confusionario, che soprattutto nella prima parte porta lo spettatore ad accavallare le due storie e a datare con difficoltà gli eventi.
  • L’assenza di contraddittorio: abbiamo detto che lo scopo di questo lavoro non è giornalistico ma narrativo. Però sarebbe stato interessantissimo ascoltare, ad esempio una testimonianza aggiornata di Macaulay Culkin – altro “favorito” di Michael – che ha sempre negato ogni forma di abuso.

La mia opinione finale è: se questa storia è vera purtroppo siamo davanti a una tragedia. Se è finta è scritta da paura (suona cinico? Uhm). E mi ha colpita, in ogni caso. A voi l’ultima parola sulla pagina MacGuffin. Se vi scannate però non taggatemi.

Article written by:

Sara Boero

Sua madre dice che è nata nel 1985, a lei sembrano passati secoli. Scrive da quando sa toccarsi la punta del naso con la lingua e poco dopo si è accorta di amare il cinema. È feticista di Tarantino almeno quanto Tarantino dei piedi. Non guardatele mai dentro la borsa, e potrete continuare a coltivare l'illusione che sia una persona pignola.

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