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L’isola dei cani, la fiaba di Wes Anderson colpisce ancora

L’isola dei cani, la fiaba di Wes Anderson colpisce ancora My rating: 5 out of 5

Il cinema d’autore funziona ancora? Le fiabe al cinema hanno ancora qualcosa da dire? E soprattutto, ce l’hanno al di fuori della Disney?

L’isola dei cani, il nuovo film dello strambissimo regista Wes Anderson, risponde a tutte queste domande. E, diciamocelo subito, lo fa con un giganteschissimo sì.

Partiamo da un presupposto: come tutti i registi la cui “firma” è piuttosto evidente, o per meglio dire, come tutti i registi che realizzano cinema d’autore, Wes Anderson, come vi abbiamo già detto su questo sito, o lo si ama o lo si odia.

Personalmente io adoro non solo il suo lavoro, fatto di minuziosità folli e simmetrie perfette, ma più in generale adoro il cinema firmato, quello che dalla prima inquadratura puoi già riconoscerne l’autore. Lo adoro, perché è azzardato, coraggioso, nuovo. Quindi ecco, sicuramente se state leggendo questo articolo e sta roba vi fa schifo mi insulterete, ma in fondo non è molto furbo leggere una recensione su un regista che odiate, quindi fatti vostri.

Torniamo a noi: innanzitutto la singolarità de L’isola dei cani è quella di essere non solo un film animato, ma animato in stop motion. Sì, quella roba folle che implica la realizzazione di miriadi di pupazzi e miriadi di frame, che si è recentemente vista in La mia vita da Zucchina e in Fantastic Mr. Fox, sempre firmato Wes Anderson.

Ecco, uscita dal cinema e ultimata la visione de L’isola dei cani mi sono autoconfermata la tesi secondo la quale il talento del regista emerge ancora più efficacemente quando lavora con l’animazione, ma andremo con ordine.

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Distopia: tanto modaiola quanto funzionale

Siamo in Giappone nel 2037, per la precisione a Megasaki City. La razza canina contrae una malattia epidemica, detta tartufo canino, che sembra poter intaccare anche la specie umana. Un decreto esecutivo stabilisce dunque che gli animali vengano tutti confinati in un’isola abbandonata, destinata allo scarico dei rifiuti, che viene ribattezzata isola dei cani.

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(Se pronunciate velocemente Isle of Dogs sembra molto I love dogs. Coincidenze? Per nulla.)

La storia si concentra su un gruppo di cinque cani (che hanno tutti nomi il cui significato è leader, e su questo sono incentrate gag che in italiano si perdono) i quali, un giorno, assistono all’atterraggio sgangherato di uno strano dodicenne, Kobayashi, giunto presso l’isola in cerca del suo cane-guardia, di nome Spot. In un modo piuttosto bislacco, i cani passano dalla diffidenza all’ammirazione, e decidono di aiutarlo, partendo per un viaggio che comporterà – inutile dirlo – la ricerca di ben più che un solo cane.

A scrivere la trama a sto modo ci si rende conto che i temi che paiono evidenti sono due: le capacità, emotive e non, degli animali rispetto agli uomini e una vaga frecciata contro le discriminazioni varie. Non vi mentirò, lettori del MacGuffin: i temi ci sono entrambi. D’altra parte Wes Anderson tematicamente ha toccato tasti già toccati svariate volte – forse oggi sarebbe quasi impossibile il contrario – eppure lo fa con un modo tutto nuovo e tutto diverso: il suo.

Stop motion che passione

La prima lode che mi sento di fare va alla prima scelta, la più evidente. Wes Anderson, qui quasi più che in Fantastic Mr Fox, ha saputo dimostrarmi in cosa e perché la stop motion è così meravigliosamente efficace. Credo che sia perché sta a metà tra tutto: a metà tra il disegno, ergo la finzione palese, e il film dal vero, a metà tra l’asettico e l’eccessiva espressività.

E in questa via di mezzo il caro Wes ci sguazza: complice la possibilità di utilizzare il rimando agli anime, le espressioni esplodono sui volti dei protagonisti, umani o animali che siano, caricaturizzando il personaggio e il mondo in questione, ma al tempo stesso obbligandoti a prendere lo schiaffo dell’emozione del momento. Non ci si può sottrarre ad un dolore, a uno stupore, una gioia o una tristezza, che sia una.

Senza contare poi la possibilità di transitare da questa dimensione drammatica a quella comica: la stop motion permette infatti tutta una serie di movimenti quasi slapstick tale da non poter fare a meno di rievocare Lafayette e Napoleone degli Aristogatti.

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Piccole scelte e grandi impatti

Si sa che oltre alle simmetrie e alla fedeltà ai suoi attori pupilli (che qui fanno da doppiatori, accidenti al cinema italiano perennemente ridoppiato, di nuovo) Wes Anderson ha una particolare dedizione ai dettagli. Piccoli o grandi che siano, ne L’isola dei cani sono tutti necessari e funzionalissimi alla resa del film.

Innanzitutto viene premesso all’inizio del film che i dialoghi sono stati lasciati in lingua originale, mentre i latrati dei cani sono stati tradotti. Ergo i personaggi umani parlano tutti in giapponese, salvo due casi, a meno di non essere in circostanze in cui è presente un’interprete. I cani invece parlano la nostra lingua. Ne derivano così scene frustranti, ma soprattutto emerge dove la comunicazione necessita / non necessita di parole, cosa che risulterà di straordinaria resa nei dialoghi tra Kobayashi e i cani.

C’è poi lo straordinario lavoro sul sonoro. I pezzi che accompagnano L’isola dei cani sono tutti costituiti da poche note, ma sono tutti dei veri e propri accenti sul singolo momento. Non ce n’è uno fuori posto, e non c’è momento saliente che non abbia la sua resa anche grazie all’accompagnamento.

E poi c’è la scelta ardua di aver inserito in un film che, diversamente, poteva essere benissimo per bambini, la violenza. Nuda e cruda. Non solo il gesto umano di confinare i cani in un’isola e ostacolare ogni tentativo di cura, quello si gestiva benissimo “alla Disney”, no. Qui parliamo di eliche conficcate in dei crani, carcasse, arti mancanti, protesi, sangue. Roba che a un bambino non si fa vedere. Roba che viene smorzata dall’uso dei pupazzi, quel tanto che basta a non farti svenire in sala. Però piazzata in maniera così azzeccata che, anche se palesemente finta, un bel sobbalzo te lo fa fare.

Wes Anderson moderno cantafiabe

Insomma che Wes Anderson dimostra che si può fare cinema d’autore senza perdersi necessariamente in quella sorta di autocompiacimento barocco che tutti vi associano. Dimostra che se l’impatto scenico è importante e salta all’occhio quasi più della trama, non significa che quest’ultima debba necessariamente essere trascurata, o non possa essere interessante.

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Dimostra che nel 2018 c’è ancora bisogno di un mondo, di una struttura narrativa, che tanto ha da spartire con la fiaba, perché c’è sempre bisogno del lieto fine, ma forse ancora di più perché resta sempre il miglior mezzo con cui raccontare la realtà di un mondo crudele, ma che al suo interno ha tanta semplicità, tanta bellezza, tanto cuore.

Quindi non possiamo che ringraziarti, Wes.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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