In sala

L’uomo che uccise Don Chisciotte: il film contro il cinema da vedere al cinema

L’uomo che uccise Don Chisciotte: il film contro il cinema da vedere al cinema My rating: 4.5 out of 5

Finalmente Terry Gilliam dopo 25 anni di fatica ha dato alla luce il film su Don Chisciotte e certamente non me lo potevo perdere. Avendo adorato Parnassus e Paura e delirio a Las Vegas dovevo per forza catapultarmi subito a  godere di questa nuova lucida follia. Ho cercato cinefili che mi accompagnassero usando i potentissimi mezzi dei social network, meditato di indossare i panni del giovane intellettuale che va da solo al cinema, ma alla fine ho obbligato a forza due miei amici e ci siamo messi in viaggio verso un piccolo cinema di provincia. In sala eravamo meno di dieci così, quasi per protesta, il film è iniziato anche in anticipo e io, entrando, ho visto un signore appeso a un mulino a vento e un regista sghignazzante.

Adam Driver è Toby, un regista che svende per tanti soldini luccicanti la sua passione e la sua arte a un ricco e viscido pubblicitario. Il giovane però non si sente soddisfatto del suo lavoro e in un misto di disperazione e angoscia indossa un sorriso finto e va a una noiosissima cena con i ricconi della produzione. Diventa però l’eroe di tutti i nerd quando rifiuta la corte della sensuale Jaqui (Olga Kurylenko) per rivedere un vecchio film in bianco e nero girato da lui stesso. Ecco da qui inizia un viaggio nei vecchi ricordi felici e verso nuove magnifiche avventure. L’attore ritira fuori la sua goffaggine e illusione con una prova molto simile a quella disincantata del personaggio di Paterson anche se purtroppo in alcune scene ho sperato di vederlo trasformato in Johnny Deep.

Sì, ok ma dov’è il nostro eroe? Sono passati almeno cinque minuti e non c’è ancora Don Chisciotte, inizio a girarmi intorno e guardare le facce sorprese di chi forse pensa di aver sbagliato sala. Come dice una pubblicità o un filosofo, non mi ricordo, l’attesa stessa del piacere è il piacere. Fiduciosi, aspettiamo l’entrata in scena del tanto atteso cavaliere.

Lui intanto se ne sta lì, chiuso in un tendone a declamare le sue gesta con la speranza che qualcuno lo riporti alla realtà. L’armatura sgangherata pesa sulle spalle di Don Chisciotte, interpretato magistralmente dal Jonathan Pryce, che merita sicuramente di ottenere almeno una candidatura agli Oscar.

Toby, quasi per caso, libera dalla prigionia questo arzillo vecchietto diventandone così il suo fedele scudiero, per gli amici Sancho Panza. All’inizio non si sopportano, si detestano, si fanno i dispetti, si percepisce l’antipatia, lo spettatore ride poi però il rapporto si evolve in qualcosa di più.

Terry Gilliam vive dentro questi personaggi, li ama e li protegge. È cinema allo stato puro, i sogni e le speranze si mescolano con la cruda realtà, il montaggio e le riprese ci immergono dentro la storia a 360 gradi. Cadiamo anche noi dentro la grotta e sentiamo bruciare il sole sulla testa mentre passeggiamo nel deserto, la sabbia e il fango ci sporcano la pelle e rimangono addosso come ricordi. Lo schermo esalta tutta questa bellezza in ogni suo dettaglio anche se è una sola visione non basta per ammirare tutto questo splendore. È la realizzazione di un desiderio tenuto in un cassetto troppo a lungo diventato forse anche il suo stesso testamento cinematografico. Un’idea vincente davanti all’ostracismo di Hollywood e alla monotonia del presente.

Il romanzo di Cervantes è solo uno dei tanti spunti narrativi grazie al quale si sviluppa la storia, ma è anche una scusa per  attaccare il cinema come industria. Vengono criticati i giovani che perdono la passione, che non hanno il coraggio di rischiare per inseguire i sogni mentre il folle Don Chisciotte è la metafora della fantasia, dello spingersi oltre, con una magia onirica e fuori dal tempo. Il cinema da sperimentazione, creazione di mondi e personaggi nuovi si è trasformato sempre più in una macchina da soldi, dove tutto viene fatto per impacchettare e vendere un prodotto finto e studiato ad una massa di inconsapevoli consumatori.

Gilliam non ci sta, e non c’è mai stato a queste regole del gioco e così, con evidenti apprezzamenti al teatro per la sua genuinità e naturalezza, si erge paladino della giustizia e difensore dei sognatori. Perché Don Chisciotte è Gilliam, è il fabbro che si sente una star per aver recitato nel piccolo film indipendente, è Toby che torna a sognare ed emozionarsi, ma è anche ognuno di noi che ama il cinema senza compromessi.

Article written by:

Nicolò Granone

Simpatico, curioso, appassionato di cinema, sono pronto a esplorare l'universo in cerca di luminosi chicchi di grano da annaffiare e far crescere insieme a voi, consigliandovi ogni tanto film da scoprire qui alla luce del Sole.

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi