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Midsommar: come far sballare un antropologo

Midsommar: come far sballare un antropologo My rating: 4.5 out of 5

Cosa fare quando non sei fan dei film horror, ma ti propongono di salire in macchina e andare al cinema a vedere Midsommar? Assolutamente niente e fingersi molto coraggioso.

Dopo le 2 ore e mezza di film ero sopravvissuto, divertito e incuriosito dal misticismo che spuntava fuori da ogni dettaglio. Midsommar non fa paura. Non è assolutamente la classica commercialata piena di jumpscare inseriti a casaccio solo per farti saltare dalla sedia e rovesciare i popcorn, è qualcosa di più.

Il regista Ari Aster dopo il successo di Hereditary torna in sala con questa storia a metà tra il thriller e la fiaba. Un po’ come se Agatha Christie cadesse dentro Alice nel paese delle meraviglie.

Dani e Christian sono una giovane coppia in crisi che va avanti per inerzia. L’occasione di rottura si manifesta in estate quando il ragazzo è pronto a partire per la Svezia per studiare le tradizioni nordiche e partecipare alla festa del Midsommar. Quando però sta preparando il viaggio la sua fidanzata lo scopre. Così facendo gli occhioni dolci riesce a farlo sentire uno stronzo, imbucandosi in quest’avventura.

Dani, vittima di un grave lutto e continui attacchi d’ansia, coglie l’occasione per staccare un po’ il cervello, andando alla ricerca di una nuova pace interiore.

La combricola oltre ai due fidanzatini, vede protagonisti Mark (attore già visto in Bandernastch), Josh, ma soprattutto Pelle, l’organizzatore del viaggio, che non vede l’ora di tornare nel suo paese d’origine.

Il mio amico per convincermi a scegliere questo film l’ha definito come la storia di un gruppo di giovani americani, un po’ fighetti, che faranno una brutta fine. Visto che è un horror non posso definire questa frase troppo spoilerosa.

Già dalle prime scene si percepisce una forte inquietudine, la tensione cresce senza capire come andrà finire il tutto. (Vabbè male è sottointeso).

La cosa divertente è che riguardando il film o leggendo varie recensioni si nota come Ari Aster abbia seminato indizi ben visibili, mettendo alcuni particolare fin da subito sotto gli occhi di tutti. Lo spettatore medio però non osserva attentamente i simboli delle rune o degli arazzi perché sarà concentrato solo sulla sopravvivenza dei protagonisti. Tutti i pezzi del puzzle si ricongiungeranno solo alla fine, dopo un ragionamento che però lascerà spazio inevitabilmente ad altre nuove domande.

È un viaggio onirico o meglio un trip allucinogeno, che ci porta alla scoperta di una società diversa dalla nostra, indagando però allo stesso tempo su valori universali, come l’empatia e la sofferenza. Può essere interpretato anche come un atto d’accusa verso il nostro sistema individualistico dove ognuno viene lasciato a sopportare le proprie difficolta. O peggio, aiutato per finta in modo da avere la coscienza pulita.

Un esempio è la figura dell’oracolo, un bambino deforme che viene venerato quasi come un Dio. Esattamente l’opposto di quello che succede nelle cosiddette società moderne, dove spesso le persone disabili vengono escluse e abbandonate.

In questo villaggio, organizzato come una comune, il senso dell’altruismo e del rispetto è fondamentale, raggiugendo il suo apice durante l’ättestupa.

Viene tutto esposto sotto alla luce del sole con riti per i nostri principi folli e moralmente sbagliati. Io ho cercato di interpretarli, provare a condividerli senza esserne spaventato, ma incuriosito. Mi è venuta voglia di esplorare le antiche tradizioni nordiche e magari assistere dal vivo a qualcosa di simile, ovviamente con la sicurezza di non fare una brutta fine, perché va bene essere pazzi, ma ho ancora un minimo di coscienza.

In alcuni frangenti la realtà viene distorta tramite l’uso del montaggio e i vari movimenti di camera. Giocando sul fatto che i protagonisti assumono sostanze allucinogene anche la visione appare confusa diventando a tutti gli effetti un trip mentale. Soluzioni che esaltano la fotografia e la colonna sonora.

Grazie a queste scelte stilistiche aumenta il valore estetico e concettuale dell’opera stessa. Può essere definita senza troppe esitazioni come un film d’autore.

Midsommar verrà apprezzato dai fan di registi come Lanthimos, Burton o Gilliam. Giusto per citarne alcuni. Potrebbe però fare incazzare i classici patiti d’horror che si esaltano davanti a demoni, spruzzi di sangue o morti tragicomiche.

Sicuramente farà sballare gli antropologi.

Article written by:

Nicolò Granone

Simpatico, curioso, appassionato di cinema, sono pronto a esplorare l'universo in cerca di luminosi chicchi di grano da annaffiare e far crescere insieme a voi, consigliandovi ogni tanto film da scoprire qui alla luce del Sole.

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