In sala

Motherless Brooklyn | Roma 14 – Di Norton e come toppare l’apertura

Quando si fa ottobre, in me nasce sempre il solito tepore: le ultime escursioni in montagna, il clima che inizia a cambiare, l’inesorabile passare degli anni ricordatomi dal mio compleanno e la Festa del Cinema di Roma. Ah che periodo felice! Quasi riesco a dimenticare di essere una brutta copia di un qualsiasi protagonista o personaggio di un film di Von Trier. È giunto per me il momento di armarmi di zaino, borraccia (nuova di zecca) e tanta pazienza per tuffarmi tra le genti che invadono l’Auditorium.

Decoro

La mia prima foto del 2019 sui mezzi pubblici di Roma

Iniziamo, shall we?

Per la mia seconda avventura nella capitale ho deciso di andare quasi totalmente al buio: per scelta mi sono ritrovato con pochissime info sul programma che una volta spulciato mi ha lasciato un leggero retrogusto amarognolo in bocca. Rispetto alla 13esima edizione, la Festa di quest anno ha in The Irishman la sua punta di diamante e sulla carta tanta incognite. Prima fra tutte la pellicola d’apertura, Motherless Brooklyn, diretto-sceneggiato-interpretato (e forse anche prodotto) dal latitante Edward Norton. Avete sentito bene, Edward è ancora vivo dopo quello scempio di Collateral Beauty.

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Il primo film e subito si ricomincia sulla falsa riga di un anno fa da un noir, una detective story che ha per protagonista un detective privato affetto dalla sindrome di Tourette coinvolto nell’indagine per scoprire chi ha ucciso il suo mentore, il tutto ambientato negli anni ’50 tra le vie del quartiere della Grande Mela. Ben presto però, Lionel si ritroverà dentro qualcosa più grande di lui. E sti cazzi?! Come potete vedere, mi sono già ambientato. 

C’è del marcio a Brooklyn (e in questa sceneggiatura)

Non mi addentro ulteriormente nella trama perché altrimenti andrei ad immischiarmi in un vero e proprio macello. È dalle parole nero su bianco che partono i primi problemi di Motherless Brooklyn, un film caotico nella scrittura ancora troppo legata al materiale d’origine (l’omonimo romanzo). Il taglio scelto da Norton più che ricordare il classico noir, strizza l’occhio alla verbosità e al manierismo teatrale, senza mai dare il giusto spazio ai silenzi o valorizzando gli elementi del genere. Del tutto sconclusionata anche la gestione dei tempi: altalenante, a singhiozzo e imputata numero uno per l’assassinio del ritmo della storia. Troppo dispersivo nei momenti clou, mai incisivo quando deve premere i tasti giusti, Motherless Brooklyn è lo scontro tra l’idea che questo film vuole dare di sé stesso e quello che dovrebbe essere in realtà. Norton prova a far calzare una storia ideata per i primi anni 2000 in un contesto storico in cui la tourette non ha nemmeno un nome. La malattia è giusto una scusa e senza di essa credetemi sarebbe stato tutto molto più fluido e molto meno cringe.

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La bruttezza della sceneggiatura non risparmia nemmeno dei personaggi monodimensionali, privi di un qualsiasi spessore degno di nota. Motherless Brooklyn infatti può vantare la presenza di gente del calibro di Bruce Willis, Alec Baldwin, Willem Dafoe e Gugu Mbatha-Raw e ognuno di loro sembra lasciato allo sbaraglio. Nonostante non si tratti di una vera e propria opera prima Norton si scopre un pessimo direttore di attori, che magnifico controsenso. Credetemi, usare questo tono contro Tyler Durden fa più male a me che a voi. 

Tutto già visto e rivisto

Il mio archetipo di recensore vieta di soffermarmi troppo sul lato tecnico, in quanto nel 2019 girare da schifo è sostanzialmente impossibile. Peccato però che Motherless Brooklyn altro non sia che una brutta copia di quanto già visto e stravisto nella cinematografia odierna e classica. L’opera di Norton non ha un’anima propria, scopiazza senza troppo ritegno ogni inquadratura dando allo spettatore quel senso irritante di dejavù. Non si respira mai aria di autorialità, nemmeno nel momento in cui (a metà film) Motherless Brooklyn sembrava finalmente decollare: arrivati ad Harlem, Norton uccide ogni genere d’emozione generata da una splendida cornice blues/jazz con attimi tourettici fuori luogo più adatti ad una parodia che ad un drama. Noir non me la sento proprio di chiamarlo.

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Perso tra i meandri dei suoi dialoghi e spiegoni soporiferi, il film d’apertura di Roma 14 è una mazzata sulle gengive per chiunque ama il Cinema di genere; Motherless Brooklyn sconfina, cafoneggia scimmiottando quell’idea di star system anacronistico che mal digerisco. L’impostazione terribilmente teatrale di tutto il film non giova ad un’opera che avrebbe avuto più bisogno di vivere la città, la strada e di veri feels più che nascondersi dietro un involucro di plastica. In sintesi, siamo di fronte allo specchio del proprio regista: un narcisista antipatico che avrei preferito fosse rimasto negli anni 90. Mortacci sua. 

Article written by:

Davide Casarotti

Antipatico e logorroico since 1995. Scrivo di Cinema da quando ho scoperto di non saper fare nulla. Da piccolo volevo fare il cuoco, crescendo ho optato per il giornalista; oggi mi limito ad essere pessimista, bere qualche birra con gli amici e andare al Cinema da solo. Giuro, non sono una brutta persona.

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