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In sala

Parasite, o di come Bong Joon-ho ha descritto la società contemporanea con fermezza e creatività

Parasite, o di come Bong Joon-ho ha descritto la società contemporanea con fermezza e creatività My rating: 5 out of 5

Sì, lo so: ultimamente sono maniacalmente ossessionato dal cinema sudcoreano; ve ne sarete accorti almeno qui e qui. Ma per favore, prima di scappare vangogheggiate con le vostre orecchie e lasciatemele tutte belle in fila: mi serve ascolto, perché qua grido al miracolo. Che immagine macabra. Questa volta sono scusato non solo dall’arte, ma anche dalla notorietà: infatti, come saprete, Parasite ha vinto la Palma d’Oro a Cannes. E noi che facciamo? non ne parliamo? Prendetevi un tè e ascoltate le mie analisi barocche.

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TRANQUILLI, NIENTE SPOILER. COSA NON SI FA PER I SOLDI…

Messa in scena

La prima cosa che vi balzerà agli occhi guardando Parasite è la fottuta bellezza e precisione della messa in scena. Niente nelle inquadrature sembra messo a caso, nessun oggetto rappresentato è superfluo, ogni cosa occupa il suo posto e sicuramente quello è l’unico posto in cui poteva e doveva stare.

In questa precisione quasi schematica – ma mai ingessata o artificiale – anche i corpi degli attori (tutti quanti in una forma sbrilluccicante) hanno il loro ruolo. La fisicità, il posto occupato nello spazio, o ancora di più il modo in cui gli attori si guadagnano nuovo spazio sulla scena sembra studiato come in un balletto teatrale. Certo, Bong Joon-ho col teatro ci ha sicuramente a che fare, ma qua sembra di guardare Il lago dei cigni.

Senza poi contare che la fisicità dei personaggi è – tenetevi – caratterizzata socialmente. Mi spiego subito perché già so che non avete capito, plebei. I movimenti e il modo di muovere il corpo di ogni personaggio rispecchiano il suo ruolo nella società: e quindi ci sarà l’adolescente fannullone che si muove in un certo modo, il padre che si muove in un altro, il ricco borghese in un altro ancora e via dicendo.

E questo è solo il primo tassello del quadro lucido e stordente che Bong Joon-ho ci offre della società contemporanea.

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Estetica

Che in realtà va di pari passo con la messa in scena. Intendo che gli oggetti, le cose, i corpi assumono il giusto posto e hanno il giusto spazio anche e soprattutto per come sono rappresentati.

Ciò che è veramente miele per gli occhi è innanzitutto la fotografia. Colori intensi, caldi, vivi e scintillanti da una parte; spenti, mogi e ingrigiti dall’altra. So che non potete capire quali siano le due parti, ma mettiamola così: Parasite si ambienta essenzialmente in due scenari che dopo andremo a conoscere da vicino: da un lato fotografia accesa, dall’altro fotografia spenta. Bene? Bene.

La ricchezza fotografica è accompagnata da una ricerca formale fortemente moderna, a partire dalla casa “ricca”, studiata e costruita appositamente da un famoso architetto per l’occasione. Me cojoni. A ciò si aggiungono inquadrature ricercate, ampie e strette a seconda dei casi, ma mai vuote, anzi sempre piene di dettagli che a primo impatto potrebbero sembrare eccessivi.

Inoltre Parasite ha un forte imprinting europeo/occidentale, anche se non americano, ma mantiene rapporti e riferimenti al cinema da cui proviene, assumendo quindi un’estetica formale più unica che rara. Una rappresentazione elegante, ma dinamica, viva, pulsante, che fa dell’elemento visivo un dato della narrazione.

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Quanto può un’inquadratura?

Ambienti

Ora sveliamo l’arcano. Giuro che gli spoiler non ci saranno, però un minimo di contestualizzazione dovrò farla per spiegare questo punto. Sapevatelo.

Come dicevo poco sopra, Parasite si ambienta sostanzialmente in due scenari, due case per la precisione. Da un lato la povera e fatiscente casa di sussidio di una famiglia di quattro membri; dall’altro la ricca e iper-moderna casa di due esageratamente ricchi borghesi con due figli. E quindi 4 + 4: respiro simmetrie. La prevalenza di uno scenario sull’altro è netta ed infatti il film si ambienta mooooolto di più in quella che d’ora in poi chiamerò la casa ricca che in quella che d’ora in poi chiamerò la casa povera. Tuttavia, soprattutto nella prima parte di film, i due scenari si alternano abbastanza frequentemente creando una contrapposizione palese ed enfatizzata tra il ricco e il povero.

Ma c’è un però. Per motivi che sono spoiler a un certo punto la famiglia povera si ritrova tutta quanta nella casa ricca e di fatto ne assume il pieno controllo. Cioè si sta ribaltando la situazione! Quello che conta maggiormente è che a un certo punto entrambi gli ambienti collasseranno, per motivi diversi certo, ma con un ben preciso intento politico.

Io giuro che vorrei spiegarmi meglio, ma gli spoiler sono brutti brutti. Vi aggiungo soltanto che tra i due ambienti a una certa ne spunterà un terzo, una sorta di zona morta e terra di nessuno dove la distinzione tra ricco e povero decade per lasciare spazio all’espressione più autentica dell’uomo. Non è per niente una bella cosa.

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“Io la pizza la voleva quadrata”.

Sceneggiatura, generi e postmodernismo

La sceneggiatura è un capolavoro. A tratti potrà sembrare forzata o comunque mandata avanti un po’ con un calcio nel deretano, ma il tutto rientra nella dimensione grottesca e straniante che si voleva conferire a questa pellicola. Quello che succede è fuori dal normale, è forzato, è schematico (almeno fino a un certo punto), ma quando poi il ritmo del film si inverte tutto assume la sua connotazione e dal grottesco si passa al drammatico.

Parasite attraversa praticamente tutti i generi esistenti, ma riadattandoli in chiave – indovinate? – grottesca. Faccio solo un esempio: viene utilizzata la commedia in situazioni che di comico hanno poco o nulla, il che fa ancora più ridere. Ed è sorprendente la scioltezza con cui il regista fa cambiare pelle al film: si passa dalla commedia al dramma, dal thriller al tragico, dal tragico di nuovo alla commedia senza che si noti nemmeno una sbavatura né a livello stilistico né a livello tonale.

E ora non sto cercando di dire che questo film è postmoderno, ma l’utilizzo che fa dei generi, riarrangiandoli in un pastiche montato secondo le esigenze di rappresentazione subisce indubitabilmente l’influenza del postmodernismo. E un’altra caratteristica postmoderna si ritrova nel fatto che Parasite non annoia mai, è intrattenente. Non è un prolasso anale di discorso sociopolitico pesante come le palle di mio nonno di 97 anni, no: fa ridere, intrattiene e parla col suo pubblico senza elitarismi.

bong joon ho

Tu sei il mio uomo del momento.

Personaggi e caratterizzazione

Non è mia intenzione descrivere personaggio per personaggio, attribuendogli un ruolo, una funzione, nah: lasciamo queste cose noiose ai critici letterari. Quello che voglio fare è farvi capire come l’interazione tra i personaggi e gli spazi sia estremamente efficace.

Sopra vi dicevo che la casa ricca a un certo punto finisce sotto il controllo della famiglia povera. Per capire la portata di questa situazione userò una sola parola: esodo. Sì, quello che i poveri compiono è letteralmente un esodo dalla loro casa alla casa dei ricchi. E come le religioni, inizialmente vengono tenuti sotto controllo e anche perseguitati, ma dopo un po’, come le religioni, prendono potere e diventano loro i persecutori. Se ho offeso qualche coscienza cristiana quella coscienza cristiana può anche smettere di leggere.

Il punto focale è che Parasite raggiunge un culmine dove i ruoli dei personaggi si invertono in maniera sistematica, creando agli occhi dello spettatore uno spaesamento che risuona di critica sociale.

Ma anche l’atteggiamento dei personaggi, il loro carattere, il loro modo di comportarsi varia al variare della situazione narrativa in quello che è un climax di disumanizzazione da ambo le parti e che non lascia posto né a vincitori né a vinti. Però andiamo piano.

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Ferragosto in Corea del Sud.

Lotta di classe

Come immagino avrete capito, tutto il film è una bella e grossa costruzione per parlare di lotta di classe. Non in senso marxista tranquilli. Vi aspettavate un insulto ai comunisti eh?!

Non credo ci sia molto da dire, in quanto la contrapposizione tra le due classi sociali è netta sotto ogni punto di vista e montata cinematograficamente con una maestria compositiva fuori dal comune. Quello di cui sarebbe invece interessante parlare è appunto l’interscambiabilità delle due classi, il loro toccarsi e rifiutarsi, il loro appropriarsi l’una delle proprietà dell’altro.

L’invasione della casa ricca da parte dei poveri è ovviamente un simbolo di rivolta, ma può anche essere letto come il povero che rosicchia gli averi al ricco, il povero come accattone fannullone. Allo stesso tempo però il ricco che crede di rappresentare l’intellighenzia è in realtà truffato da sotto il naso dal povero, che si rivela più intelligente e più adatto ad affrontare la società.

Potrei anche andare avanti, ma sarebbero tutti esempi che conducono ad un unico punto: l’inutilità della suddivisione in classi. Ora, probabilmente noi occidentali il problema non lo sentiamo in modo così pressante, ma in Corea del Sud non se la passano (e non se la sono mai passata) benissimo. Come Parasite mostra a livello visivo, si possono trovare a distanza di pochi chilometri quartieri ricchi affiancati a quartieri che paiono dei veri e propri quartieri-slum, manco fossimo nelle favelas.

E quello che vi chiedo io ora – ed è la stessa domanda che ho posto a me stesso – è: voi cosa fareste? La storia è sempre la solita: piatto ricco, ce lo ficco mi ci ficco. Se davvero voi foste nelle condizioni dei poveri disagiati in Corea del Sud, cosa fareste? E non sto cercando di giustificare chi depreda le ricchezze altrui o simili, sto solo dicendo che quando le tensioni sociali sono portate al limite il confine tra ciò che è umanamente sensato e ciò che non lo è si fa sfumato.

Bong Joon-ho però è bravo. Non prende parti e anzi ci mostra quanto queste continue lotte intestine alla fine producano solo morte, distruzione e al massimo qualche scoop televisivo. Ma alla fine non vince nessuno.

bong joon ho

Ora, anche per evitare conclusioni moraleggianti, ci terrei a fare un appello. Come ho detto a inizio articolo Parasite ha vinto la Palma d’Oro a Cannes. È il primo film sudcoreano a riuscirci ed è stata anche l’occasione per far arrivare un po’ di quel cinema anche dalle nostre parti. In secondo luogo vi ritrovate davanti Bong Joon-ho al massimo del suo splendore, in quello che è forse il suo miglior film. Infine, un film del genere, di questa portata, con questa forza propulsiva e tematica fa veramente troppo bene al cinema. Quindi, se un po’ alla settima arte volete bene, fatevi un favore: andatelo a vedere.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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