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Piccole Donne – Il generoso omaggio di Greta Gerwig

Piccole Donne – Il generoso omaggio di Greta Gerwig My rating: 5 out of 5

Piccole Donne si apre con l’immagine di Jo (Saoirse Ronan), inquadrata di spalle, pochi istanti prima di entrare nello studio editoriale per la pubblicazione di un suo racconto. Una soglia, quella della porta, da dover valicare; ed è cosi che Greta Gerwig ci permette di accedere assieme a Jo in quel vasto, caotico e toccante universo narrato da Louisa May Alcott e adattato per lo schermo dalla regista. Un universo (quello del film) di una fedeltà maniacale al suo materiale di partenza, dove ogni colore, dettaglio e situazione rispecchia fedelmente non solo gli eventi ma anche lo scopo e il fine che hanno nel romanzo.

La storia delle quattro sorelle March, adattata più volte per il piccolo e grande schermo, è ormai uno dei romanzi di formazione per i più piccoli, sia per la forte matrice narrativa che per quella educativa. Uno di quei classici secolari di cui probabilmente almeno una piccola parte, nel corso della propria vita, si è letta. In occasione dell’uscita del film mi sono avvicinato di più al romanzo per poter apprezzare maggiormente il lavoro svolto dalla Gerwig, la cui premessa era appunto la realizzazione di un adattamento il più fedele possibile.

Eppure Piccole Donne va oltre le aspettative, addentrandosi in territori metalinguistici in perfetta sintonia con il materiale di finzione, in grado di commuovere la vasta gamma di spettatori e lettori sparsi per il mondo. Perché se Jo nel romanzo è il riflesso stesso della sua creatrice a sua volta nel film è specchio di chiunque sogni di prendere posto in questo caotico mondo grazie a qualcosa in grado di rappresentarlo/la.

Non poi così lontano dai temi del film precedente (nonché esordio) Lady Bird, che affrontava il coming of age con uno spirito e un’energia rinvigorenti, Greta Gerwig trova nelle piccole donne il pretesto al femminile per poter riaffermare quei concetti, sotto una nuova luce, non tanto contemporanea quanto più universale.

Con questa nuova trasposizione orchestrata da una narrazione a due movimenti, presente e passato, Gerwig intreccia sia le piccole donne che quelle più cresciute, facendo del passato l’esperienza pedagogica e del presente la messa in pratica di tutti gli insegnamenti appresi sette anni prima. Un meccanismo per niente forzato ma di una fluidità impressionante dovuta al magnifico montaggio di Nick Houy e ad una sceneggiatura capace di intrecciare i minimi dettagli agli eventi più importanti.

Una sceneggiatura fuori dall’ordinario dove la Gerwig scandisce battuta per battuta così da evidenziare ogni singola voce anche nelle situazioni più dinamiche. Bellissima la fotografia di Yorick Le Saux in grado di sorreggere due narrazioni distinte con trovate sensazionali, come ad esempio l’inquadratura in cui Amy (Florence Pugh) viene inquadrata dall’alto in un momento di lamentele infantili per ritrarla piccolissima rispetto al suo vero aspetto.

Forse lo slancio più bello in grado di consacrare questa nuova trasposizione a grande classico è la modalità con cui il finale prende la sua strada, redimendosi dal romanzo, restituendo quella libertà che Louisa May Alcott voleva per la sua Jo e che purtroppo non ha potuto mai darle fino in fondo.

Con la deviazione finale si intuisce quanta passione e ammirazione la regista provi per la celebre scrittrice (seconda di quattro sorelle e mai sposata), onorandola attraverso quest’opera magnifica e commovente, che senz’altro lei avrebbe apprezzato. Perché è innegabile non riconoscere in questo nuovo film un avvicinamento sia fisico che emotivo alla scrittrice: dalla scelta di usare la famosa Horchard House come set, agli ultimi istanti in cui finzione e realtà combaciano perfettamente.

Greta Gerwig continua a collezionare film in grado di unire qualsiasi tipo di spettatore, attraverso una passione percepibile e mai invadente verso ogni piccolo dettaglio del suo generoso universo cinematografico. Perché appena finito Piccole Donne la sensazione di gratitudine è indescrivibile, dovuta all’utilizzo del meraviglioso cast (Florence Pugh e Saoirse Ronan straordinarie), alle meravigliose musiche di Desplat e all’enorme sorriso che si ha stampato sul volto sin dall’inizio. Difficilmente dimenticherò la gioia sul viso della signora seduta a fianco a me, che durante i titoli di coda, con uno sguardo fiero verso lo schermo, si asciugava delicatamente le lacrime sorridendo.

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