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Pinocchio: un bel film per bambini, un mediocre film per adulti

Pinocchio: un bel film per bambini, un mediocre film per adulti My rating: 3 out of 5

Il nuovo Pinocchio di Matteo Garrone ha avuto un trailer decisamente troppo bello, a tal punto da creare in me il cosiddetto motore primo dell’animo umano: l’hype. Che poi voglio dire, regà, chi non aveva hype per un film diretto da Matteo Garrone – reduce giusto giusto lo scorso anno da quel capolavoro di Dogman – con Roberto Benigni e vari altri nomi rilevanti nel panorama cinematografico italiano – quali Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo e Gigi Proietti e che costituisce l’adattamento di una delle fiabe più famose e apprezzate di sempre?

Solo io? Ah ok, allora l’articolo non vi farà del male.

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Qual è la differenza tra fiaba e favola? Notoriamente i due termini vengono utilizzati come sostanziali sinonimi, quando in realtà designano due modalità di racconto abbastanza distinte. Da un lato la favola, racconto in prosa o in versi, che mette in scena prevalentemente personaggi antropomorfi (molto spesso animali, vedi Esopo ad esempio) e che ha come fine l’insegnamento etico e morale. Dall’altro la fiaba, racconto spesso tramandato oralmente e solo successivamente messo per iscritto, con protagonisti umani e caratterizzata dalla presenza dell’elemento magico e nella quale il protagonista si trova ad affrontare situazioni difficili che lo portano a crescere (vedi, ad esempio, le fiabe dei fratelli Grimm).

Mi sembra evidente che Pinocchio, intendendo proprio l’opera originale di Collodi, si collochi a piene mani nel dominio della fiaba. Garrone sostanzialmente rispetta questa “categorizzazione di genere” (scusate, faccio lettere) e fa sì che la sua trasposizione dell’opera del fiorentino rimanga sostanzialmente fedele al suo originale.

Detto ciò, lasciamo da parte qualsiasi confronto tra il romanzo di Collodi e il film di Garrone, che sono praticamente identici eccetto qualche ritocco o omissione.


Mi sembra però inevitabile che, avendo adottato questa strategia d’intenti, il Pinocchio di Garrone debba per forza di cose comunicare ai bambini, ai ragazzini, insomma ad un pubblico (anche) non adulto.

Allo stesso tempo tuttavia, dal trailer il film pareva avere un elemento cupo, un qualcosa di oscuro o comunque un motivo di interesse ulteriore al semplice: oh che bello è Pinocchio. Insomma, la pellicola sembrava dovesse presentare delle specificità proprie del cinema di Garrone. Dai dai figata.

Come oramai dico spesso, possibile che l’hype me l’abbia inserito nell’orifizio peloso comune all’uomo – il naso -, perché tutto ciò non si è verificato.

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IO VI AVVERTO, PER CORRETTEZZA, DEGLI SPOILER CHE SEGUIRANNO, PERÒ RAGAZZI SE NON CONOSCETE LA TRAMA DI PINOCCHIO AVETE UN BUCO CULTURALE PIÙ LARGO DEL DERETANO DI LANA RHOADES DI UN BUCO NERO.

Pinocchio in sé non è un brutto film. Garrone comunque non è un pirla e sa girare e difatti la pellicola sul burattino più famoso di sempre è girata bene. Come dicevo più sopra, la storia è sostanzialmente fedele al romanzo, eccetto qualcosina. Ad esempio la balena è diventata qui un pescecane – non me ne spiego il motivo: quindi anziché esserci tutta la scena di Pinocchio e Geppetto che devono farsi espellere dallo sfiatatoio della balena loro invece semplicemente escono dalla bocca del pescecane dormiente. Perché giustamente un pescecane quando dorme lo fa a bocca aperta, fuori dall’acqua e con tanto di bavetta. Ma va bene.

Tralasciando la trama che, davvero, non ha problemi particolari, passiamo un secondo alla sceneggiatura.

Ho apprezzato particolarmente il fatto che la produzione abbia ingaggiato un cast che per la maggior parte proviene da quell’area geografica che all’incirca si potrebbe circoscrivere all’ex granducato di Toscana. Non perché io abbia un particolare fetish per la Toscana o per “la vera lingua nazionale”, ma perché questo ha permesso una maggiore calata mimetica nel romanzo di Collodi.

Mi spiego. Uno dei pregi de Le avventure di Pinocchio è la ventata di aria fresca che aveva portato la lingua usata nel romanzo alla lingua italiana. Quella di Collodi è una lingua viva, che spesso gioca con idioletti ed espressioni dialettali al fine di creare giochi linguistici ed espressioni divertenti e memorabili. Il fatto che nel film siano presenti attori toscani, o di zone adiacenti, o dal dialetto simile ha fatto sì che i personaggi si esprimessero con le tipiche intonazioni “alla Pinocchio” appunto.

Ciò che non ha funzionato altrettanto bene è il divertimento. E forse qui entriamo in un problema più vasto riguardo al film, ma ci arriviamo dopo. Molte volte, durante il suo svolgimento, questo Pinocchio cerca di far ridere: ma ci riesce ben poco. La sceneggiatura l’hanno scritta a quattro mani Ceccherini e Garrone stesso: non che ci fosse chissà quale lavoro astronomico da fare, dato che sarebbe praticamente bastato leggere il romanzo. Però, appunto, questo è un problema di sceneggiatura.

La maggior parte delle volte le scene che dovrebbero essere comiche o comunque far ridere/sorridere si tramutano in un cringe pazzesco. O ancora peggio escono ridicole. Tra le cose davvero ridicole di questa pellicola c’è, tra l’altro, il grillo parlante. Innanzitutto perché è bruttissimo, inguardabile. In secondo luogo perché è fottutamente stupido! Quello che dovrebbe essere il personaggio più saggio della storia, o comunque la coscienza morale di Pinocchio, è stupido. Va bene.

Che poi per carità eh! ci sono situazioni comiche che funzionano e o fanno ridere o fanno riflettere. Ad esempio è molto carino quando, subito ad inizio film, Pinocchio si addormenta coi piedi sul fuoco e si sveglia con le gambe bruciate. Fatto sta però che il tono generale della comicità si risolve spesso e volentieri nel cringe.

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Avrei voluto mettervi una foto di quell’aborto del Grillo, ma ahimè non si trovano immagini di lui in rete.

I personaggi invece, salvo eccezioni, sono fantastici. Parto immediatamente dalle note dolenti che sono le più brutte. Devo dire che l’aspetto di Pinocchio non mi ha fatto impazzire. Non ho ben capito se l’effetto legno del suo corpo fosse un costume, trucco o CGI, ma poco importa. Il fatto è che soprattutto nei primi piani si percepisce chiaramente che c’è un attore che si muove lì sotto e a tratti è stato fastidioso. Poi anche proprio da vedere a Pinò, non eri sta gran cosa: un po’ inquietante a volte. L’attore (Federico Ielapi), invece, essendo (credo) alla sua prima interpretazione è stato molto bravo.

Il grillo parlante è stupido, brutto, fa schifo, non guardatelo. La fata turchina è decisamente poco memorabile e anche l’interpretazione di Marine Vacth è stata decisamente – come potrei dire? – accademica. L’ultimo personaggio imbarazzante è la Lumaca: con questa sua fastidiosissima voce acuta spilla timpani. C’è da dire comunque che lei almeno qualche risata la strappa.

Ma passiamo alle cose belle.

Benigni è stato bravo. Certo, non appare per così tanti minuti, ma il suo ce l’ha messo. E l’ha messo più nel senso toscano che dicevo prima: la sua è una caratterizzazione che deve molto alla voce, al modo di porsi e a una prestanza squisitamente toscana. Che scusatemi, ma solo lui nel panorama attoriale italiano possiede. Poi sì, è un po’ arrugginito, sappiamo tutti che non è invecchiato benissimo, fa lo stesso personaggio da 25 anni, ma la sua interpretazione non ha limiti particolari.

La piacevolissima sorpresa sono stati Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, nel ruolo rispettivamente del gatto e della volpe. Ceccherini è favoloso. Non so come sia stato possibile: non fraintendetemi, io Ceccherini lo adoro, ma come comico, diciamo che a livello attoriale non è proprio un istrione, però fa ridere. In Pinocchio sarà stato il personaggio a lui affine, ma è proprio bravo a recitare, oltre che a far ridere. Tra le chicche migliori una mimica facciale che da sola bucava lo schermo.

Anche Rocco Papaleo è stato bravo, però credo che buona parte del merito vada attribuita anche agli sceneggiatori, che hanno capito che forse era meglio che il suo personaggio ripetesse solo le ultime parole della volpe. Scusami Rocco.

gatto e volpe

Ma signori/e, l’interpretazione migliore, ad opinione del MacGuffer qui presente, è stata quella di Gigi Proietti. Altro personaggio di cui sono innamorato e che mi ha regalato perle comiche che uso ogni giorno della mia vita come intercalare. Innanzitutto è straordinariamente azzeccato nel ruolo che interpreta, ovvero Mangiafuoco (o Mangiafoco se preferite): è alto, di presenza, con la sua fantastica voce piena. E in più gli hanno messo questo immenso barbone nero che quasi non permette di riconoscerlo fino a quando non pronuncia parola: il suo tono di voce è inconfondibile.

Ma al di là delle leccate di culo viscide, il film, nelle poche scene in cui c’è lui, si alza di livello, è come se vivesse di nuova linfa. E lo starnuto di Mangiafuoco è una delle cose più memorabili di tutto il film.


Ma a questo punto bisogna fare delle considerazioni. Che cos’è questo Pinocchio?

Nè carne né pesce si risponderebbe utilizzando un luogo comune abusatissimo. Il film non ha un’anima, non ha una caratteristica sua propria, non ha quella cosa che lo rende inconfondibile e indimenticabile, insomma: è un film. Basta. Approfondiamo un minimo la faccenda.

mangiafuoco

Come dicevo prima, Pinocchio è la classica storia del burattino, ma sembra voler dare il suo proprio tocco alla trama arcinota. Ci riesce? No. Allora, è innegabile che una certa impronta garroniana si percepisca, soprattutto nella resa dell’immagine: questi colori sporchi e caldi, con molta luce di giorno e molto buio di notte, quest’aria un po’ sospesa nel reale sono riusciti molto bene.

C’è da dire inoltre che questo Pinocchio ha un clima cupo il giusto. Però questo tipo di tono cozza continuamente con le scene più leggere o con gli intermezzi comici. Il che mi porta a chiedermi quale fosse il reale intento. Perché non è un film completamente cupo – per intenderci non ha un tono alla Tim Burton – ma non è neanche un film totalmente leggero, né tanto meno divertente o comico che sia.

È questo che intendo quando dico che il film non ha un’anima: cerca di stare sia da una parte che dall’altra di una linea che separa il conscious dal catchy senza fare bene nessuna delle due cose. Perché, come detto, la leggerezza stufa, fa ridere poco ed è cringe; mentre il cupo è continuamente svalutato dagli accostamenti sbagliati e non significativi alla leggerezza.

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Senza volerlo quest’immagine è una sintesi visiva di quello che ho appena detto.

Ma quindi, mi chiedo io, perché farlo questo film?

È ovviamente un lavoro su commissione, cioè Garrone è stato ingaggiato, non è stata un’idea sua, anche perché i diritti d’autore chi li paga eh? Capitalisti bastardi. Inoltre è palese che non c’è neanche una fievole traccia della poetica garroniana in Pinocchio, quindi ogni dubbio è fugato. Ma quindi perché? Perché trasporre il romanzo al cinema? Non l’hanno già fatto tipo 157 volte?

È questo il punto: dove stava la necessità di realizzare un altro adattamento di Pinocchio? Capisco se crei un Pinocchio con nuovi messaggi, nuovi mezzi comunicativi, nuove idee, nuovi orizzonti figurativi. Ma come emerge da quanto abbiamo detto fino ad adesso, tutto ciò non succede nel Pinocchio di Garrone.

E ragazzi/e, ovviamente tutte queste considerazioni le faccio alla luce di uno sguardo “adulto” sul film. Io credo che un adulto che va a vedere questo Pinocchio lo troverà noioso oppure insipido. Un bambino o un ragazzino magari se lo gode anche, ma io, se fossi genitore, sinceramente sceglierei di fargli vedere il Pinocchio della Disney: comunica meglio, è strutturato meglio, fa ridere, è semplicemente più bello.

Anche perché un altro problema di questo film è la gestione dei tempi narrativi. O meglio: è la non spiegazione degli snodi narrativi. La pellicola fa a tal punto affidamento sul romanzo del quale costituisce l’adattamento, da dare quasi per scontato di dover spiegare che cosa sta succedendo. A volte i passaggi nella narrazione sono caotici, non chiari e soprattutto velocissimi: il film dura 2 ore, ma sembra che tutti gli eventi avvengano come in un tempo compresso, è come se le azioni non avessero il giusto spazio temporale. Alla fine lo spettatore riesce a raccapezzarsi solo perché conosce già la storia.

Ma di nuovo, conosco già la storia, il film non aggiunge niente di particolare, non è un’esperienza visiva memorabile: perché dovrei spendere i miei soldi?

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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