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Non succede, ma se succede: tanta politica, troppo amore e qualche risata

Non succede, ma se succede: tanta politica, troppo amore e qualche risata My rating: 2.5 out of 5

Nel 2020 il prossimo presidente americano sarà una donna. Dopo la sconfitta per un pelo della Clinton gli esperti di politica lanciano questa suggestione, così Jonathan Levine la prende al volo e voilà, Non succede, ma se succede fuori al cinema.

Piccola doverosa precisazione, la traduzione del titolo in italiano è un tantino orribile. L’originale Long Shot sta a significare un tentativo audace con poche possibilità che si verifichi. Due modi per dire la stessa cosa, ma con due significati impliciti agli opposti. La sottile differenza tra pessimismo e ottimismo, non vi sembra?

Ma qual è questa cosa così difficile?

Charlotte Field è la più giovane Segretaria di Stato del governo a stelle e strisce. Una donna forte,  pronta a stupire il mondo intero, piena d’ambizione, che non riesce però ad avere un attimo di respiro tra meeting internazionali. Me la immagino al pranzo di Natale con i parenti seduti intorno al tavolo che iniziano a prenderla larga per poi pronunciare quella fatidica frase che nessuno vorrebbe mai sentire: quando ci presenti il fidanzato?

Ovviamente questo dovrebbe essere bello, giovane, ricco, intelligente e pieno di altre centomila qualità da far rabbrividire e mettere in soggezione persino il principe azzurro.

Nella migliore dell’ipotesi ecco che arriva lui, Fred Flarsky, giornalista super affermato, famoso in tutto il mondo e candidato al premio Pulitzer per i suoi interessantissimi articoli.

Tipica espressione e outfit da: Ops, qualcosa dev’essere andato storto!

In realtà il candidato al futuro ruolo di First Man, pronto a corteggiare questo astro nascente della politica mondiale è Seth Rogen, non proprio il prototipo di figo con addominale scolpito e groupie che lo inseguono lanciando i reggiseni. Come si dice ai ragazzi simpatici con la pancetta per non distruggere le loro speranze da playboy, l’importante è farle ridere. (Non come intende Joker, mi raccomando).

Non succede, ma se succede inizia con il botto, con una citazione, forse inconsapevole, di Imperium, ottima scelta per provare a immergerci totalmente nel mondo di Fred. Il suo non è solo un lavoro, anzi potremmo definirlo quasi come una vera e propria missione. Vuole raccontare, sviscerare nelle notizie, scrivere senza farsi mettere i piedi in testa e senza vendere la sua anima al sistema.

Questa bella filosofia e moralità sarà messa alla prova quando cambieranno le cose all’interno della sua azienda,  dovendo scegliere se perdere tutto o abbassare la testa dinanzi ai poteri forti. Compromessi che nella politica avvengono ogni singolo secondo. È importante stringere alleanze, anche non troppo sincere, per il bene comune o per provare a raggiungere i propri obiettivi. Ecco che  così vediamo entrare in scena anche Charlotte.

I problemi iniziano quando le strade dei due protagonisti si uniscono, o meglio potremmo dire si ri-incrociano. Due persone agli opposti, interpretati  anche da due attori che hanno poco a che vedere l’uno con l’altro.

Entrambi li conosciamo abbastanza bene. La maggior parte di voi alla vista dell’attrice sudafricana avrà strabuzzato gli occhi chiedendosi cosa ci facesse all’interno di una commedia, mentre gli altri, quelli che mi stanno più simpatici, scommettevano dopo quanto tempo Seth Rogen si sarebbe rollato un cannone. Un premio Oscar come migliore attrice per Monster che s’innamora del fattone della porta accanto, questo più o meno poteva essere il senso del film vista la scelta del casting.

In realtà i due tra i due c’è molta alchimia, quindi una possibile relazione sullo schermo alla fine non è cosi azzardata. Il tutto però viene abbastanza enfatizzato in questo grande amore molto da love story tanto cara agli americani e niente di più.

I critici, quelli bravi, hanno detto che Non succede, ma se succede ha molto di Notting Hill, (qui vi spiego perché non mi era piaciuto) e di Pretty Woman.

Il tutto ha anche il vizio di essere abbastanza politicamente corretto, tirando fuori in maniera un po’ da paraculo i temi del momento. Il tema della lotta ambientale rubato a Greta Thunberg o il Metoo, mai dichiarato esplicitamente, servono per rafforzare  la candidatura a presidente degli Stati Uniti.

Le marchette alla Apple, la storia dei neri che vanno alle feste solo per suonare e altri stereotipi sparsi qua e là potevano essere trattati in maniera più agrodolce e cinica. Una satira spietata e selvaggia sarebbe stata utile. Insomma, manca quel pizzico di pepe in più.

La sfida era creare una riflessione  sulla politica americana sfruttando questa strana accoppiata. Jonathan Levine in altri film, tra cui possiamo citare 50:50 e Warm Bodies, era riuscito a raccontare delle storie originali, con un proprio cuore, qui viene risucchiato dalla creazione di un prodotto probabilmente troppo commerciale.

Non succede, ma se succede non è così terribile. È una commediola che riesce a strappare qualche risata parlando d’amore e della politica. Però poteva essere meglio.

Article written by:

Nicolò Granone

Simpatico, curioso, appassionato di cinema, sono pronto a esplorare l'universo in cerca di luminosi chicchi di grano da annaffiare e far crescere insieme a voi, consigliandovi ogni tanto film da scoprire qui alla luce del Sole.

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