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Tutti i soldi del mondo: la spaventosa maledizione della ricchezza

Tutti i soldi del mondo: la spaventosa maledizione della ricchezza My rating: 3.5 out of 5

“Poter avere tutti i soldi del mondo!” Ma chi ce l’ha una fortuna del genere non ragiona nello stesso modo e anche un riscatto da pagare può diventare una questione di affari.

LO SCANDALO GETTY. CHIEDETELO AI VOSTRI GENITORI

1973. Che sia a causa della natura scandalosa del fatto o che sia per un afflusso di notizie sicuramente minore rispetto a quello che stiamo vivendo oggi, quando il nipote del miliardario Jean Paul Getty, proprietario della Getty Oil, venne rapito, la dichiarazione rilasciata dal nonno, oltre a fare il giro del mondo, fece letteralmente il giro della nostra penisola. Persino chi non seguiva il telegiornale allora sapeva del vecchio miliardario che non avrebbe pagato un solo centesimo del riscatto per liberare il nipote.

Di certo l’arrivo dell’orecchio amputato del ragazzo da parte della ‘ndrangheta aiutò a diffondere l’interesse per il caso, arrivando anche a quei pochi che ancora non lo conoscevano. Ma soprattutto, aiutò a dare alla notizia il colore dello scandalo e a far apparire senza alcuna ombra di dubbio il vecchio Getty come un uomo cinico e avaro.

Il caso era grosso: la lotta della signora Getty, madre del rapito, contro l’ostinazione del suocero, le indagini e i sospetti verso una possibile implicazione delle Brigate Rosse, tutta questa Odissea sarebbe stata destinata a rimanere nella memoria collettiva del nostro paese, tra i vari fatti di cronaca che avrebbero colorito i nostri notiziari.

1995. Il biografo John Pearson pubblica il saggio Painfully Rich, in seguito pubblicato col titolo Tutti i soldi del mondo. Il saggio non si limita a narrare la disavventura del giovane Paul e le lotte della madre con il suocero, ma sviscera questi eventi, narrando dei fatti precedenti al rapimento e arrivando a disegnare un grande ritratto del tycoon Jean Paul Getty: un uomo il cui nome significava potere e ricchezza.

Ed è proprio a questo libro e a questo suo modo di trattare il caso Getty che Scarpa si ispira per la sceneggiatura di Tutti i soldi del mondo: introducendo con una meravigliosa e brillante digressione (attraverso il racconto del nipote rapito) l’autorevole figura di Getty, oltre alla famiglia del giovane Paul e, naturalmente, ponendo attenzione su sua madre, la signora Getty. Una donna forte e determinata, pronta a tutto per la felicità dei suoi figli, anche a rinunciare alle lusinghe economiche del suocero.

IL DENARO AGISCE SULLE PERSONE

Se ne parla in continuazione, si fanno riferimenti su come usarlo, al pensiero che deve possedere chi ne fa uso e chi ne può disporre, ma la spaventosa quantità di denaro che compone il patrimonio del signor Getty, che il titolo del film tiene a ricordarci, non compare mai, se non in un determinato momento della storia.

Quasi come il Godot di Beckett, questo elemento viene elevato a livello mentale. Diventa un’idea, qualcosa di astratto. Tuttavia, pur rimanendo in penombra, esso è uno degli elementi più importanti del racconto, che muove i pensieri e le decisioni prese nel corso della storia: quasi come un miraggio, a cui i personaggi della vicenda tendono la mano, tentando di agguantarlo. Chi per un motivo, chi per un altro.

Possiamo parlare di John Paul Getty, figlio dell’imprenditore Getty e padre del rapito, uomo serio e responsabile nel suo ruolo di capofamiglia. Essendo la famiglia in condizioni economiche precarie, egli chiede al padre di poter ottenere un impiego. Entrato nel mondo del padre finirà per essere travolto da una vita di eccessi che, come in una tragica rilettura di Orfeo 9, lo trascinerà lungo un desolante cammino in discesa verso la solitudine e il disfacimento fisico e mentale. Perderà tutto nel percorso: oltre alla dignità e alla salute, la sua serena realtà familiare finirà in mille pezzi con il divorzio della moglie e il mancato affidamento dei i figli.

Attraverso questo personaggio marginale, di contorno, abbiamo un esempio nel film di quel che Pearson intendeva parlando della rovina della stirpe dei Getty.

Anche il ragazzo rapito, Jean Paul Getty III, viene corrotto dalla vita passata negli agi e dall’educazione impartitagli dal vecchio imprenditore. Nipote prediletto di Getty, ragazzo curioso e pieno di affetto per il nonno, arriva a diventare una delle tante persone che tentano di metter le mani sulla fortuna a cui un tempo aveva accesso.

Anche i membri della piccola banda italiana sono vittime del “patrimonio maledetto” di Getty. Nel loro sguardo, terrorizzato dalle conseguenze della loro azione, e nei loro gesti, frutto della loro imbarazzante impreparazione, possiamo vedere la disperazione della gente che non ha nulla e che, per poter prendere anche solo una piccola fetta di quell’enorme grazia di Dio, si è ritrovata in una situazione pericolosa e difficile da manovrare.  Paradossalmente, per queste piccole comparse (tutte magnificamente interpretate da splendidi attori di contorno come gli italiani Guglielmo Favilla e Nicolas Vaporidis e il francese Romain Duris) arriviamo a provare una pietà forse addirittura maggiore di quella per la vicenda dei protagonisti.

Lo stesso Getty è soggetto alle lusinghe del suo patrimonio.

Perfettamente consapevole della fuggevolezza del benessere che con tanta fatica ha accumulato, il vecchio Getty non può riuscire a darsi pace e a godere della sua ricchezza e si prodiga per dare dignità al suo denaro.

Nella vita nutre una vera e propria ossessione per l’investimento: fa affari audaci nel campo petrolifero (sfidando il dominio delle compagnie Standard Oil) e fa delle spese per dei quadri di valore e (in generale) per acquisti di suo gradimento, circondandosi di begli oggetti di cui potersi circondare e da poter ammirare. Si trattino di manufatti impossibili da valutare nel normale mercato o di semplice oggettistica. Siano essi inanimati o viventi.

Ma oltre che al suo denaro, Getty si prodiga per dare dignità a se stesso. Assume quello che ritiene essere un comportamento esemplare con la problematica rapimento, decidendo di non trattare coi rapitori. Cerca di darsi dignità anche auto convincendosi di essere la reincarnazione dell’imperatore Adriano, quindi da sempre destinato alla fortuna e, in linea con questa idea, tenta di costruire una stirpe attraverso cui tramandare il suo immenso patrimonio.

Ma nulla di questo riesce ad andare a segno. Ogni sua certezza personale viene tranquillamente messa in crisi e distrutta dai due protagonisti del film, che, senza paura, affronteranno (sia indirettamente che direttamente) questo imperatore del petrolio, vincendo sulla sua ostinazione e il suo orgoglio.

Per lui il traguardo sarà vuoto, amaro, segnato dalla solitudine. Un Charles Foster Kane, senza l’enigmatica Rosabella e perso in una desolata Candalù, faticosamente costruita e destinata ad essere facilmente disfatta.

Nel film, però, troviamo anche un esempio di quei membri della famiglia Getty citati da Pearson che invece hanno potuto avere un’esistenza felice e non toccata dalla malasorte che colpì la maggior parte della stirpe: il personaggio di Abigail Harris, la “signora Getty”. Lei è forse uno dei pochi personaggi a non subire minimamente il fascino delle ricchezze del suocero e nel suo tentativo disperato di metter le mani su una parte di quel grande patrimonio non c’è il minimo desiderio di guadagnare. E anche quando un bizzarro scherzo del destino l’avvicinerà ancora di più a quel patrimonio che tanto disprezzava, la sua solida resistenza morale la difenderanno dalla corruzione dell’animo data da quel denaro rendendola assolutamente degna di quella ricchezza, come una vera Getty.

In questa epoca di revival degli anni ’80 e ’90, per quanto riguarda moda, film, televisione, musica e politica, di sicuro è audace andare controtendenza, costruendo un revival musicale, ideologico ed estetico anni ’70 come Tutti i soldi del mondo. Ma al di là dell’aspetto relativo alla moda, poteva esserci epoca migliore per far da scenario a questa inquietante parabola sul rapporto tra essere umano e ricchezza?

GLI ITALIANI

Tutto sommato, questa è la risposta più sintetica alla domanda Quali sono i difetti di questo film?.

Sembra quasi la maledizione di qualsiasi produzione americana che si ritrova a girare in Italia (il cielo protegga Spielberg e il suo progetto sul rapimento di Edgardo Mortara): rappresentare i suoi abitanti. Senza dare colpa al cast italiano scelto, non mancano, come ci si può immaginare e come diversi recensori hanno già fatto notare, le esagerazioni e gli stereotipi sul comportamento dei nostri connazionali.

Ad esempio, la voglia del regista di citare a più riprese il capolavoro La dolce vita lo porta a cascare nei tranelli degli stereotipi, dando ai giornalisti e ai fotografi italiani tratti caricaturali riconducibili a Paparazzo di Fellini.

Tuttavia, questi sono difetti abbastanza discreti che, tutto sommato, non disturbano la visione. Gli attori italiani fanno un ottimo lavoro e certe interpretazioni sono davvero degne di nota, dai ruoli minori, come la banda citata prima, ai ruoli più importanti, come il boss Mammoliti interpretato da Marco Leonardi.

Ma se siete in cerca di un vero elemento di distrazione, non temete, ci pensa l’edizione italiana. Se il livello qualitativo generale del doppiaggio è assestato su quello delle edizioni contemporanee, a rovinare un lavoro ben svolto arriva il ridoppiaggio di alcuni attori italiani. Questo aspetto distrae lo spettatore dalla visione: la recitazione dei dialoghi è una vera e propria tragedia impossibile da ignorare e che tende ad intaccare l’ottimo lavoro svolto dall’attore sul set.

Prima di concludere, permettete una piccola parentesi.

IL JEAN PAUL GETTY DI KEVIN SPACEY

Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.

(Luca 6,24-25)

Se Scott e la produzione potevano contare sul ricordo del caso Getty che ancora era presente nelle persone (specialmente in Italia) per la promozione del film, forse al posto loro non tutti si sarebbero lamentati più di tanto dell’attenzione che lo scandalo Spacey avrebbe attirato. Nel tentativo di salvare il suo film dalla bufera che era deflagrata nei confronti di Spacey e della sua condotta privata, il regista Ridley Scott è riuscito, nemmeno a farlo apposta, ad attirare ancora di più lo scontento del pubblico dei social, “eliminando” l’attore britannico da Tutti i soldi del mondo, chiamando l’attore Christopher Plummer per sostituirlo nel ruolo e ri-girando le scene che lo coinvolgevano. Probabilmente qualcosa che ha pochi precedenti nella Storia del Cinema.

Si poteva evitare di toccare l’argomento? Forse. Ma, ora come ora, è difficile ignorarlo. Non è un caso che 9 interviste promozionali su 10 tocchino l’argomento: tutti incuriositi da cosa abbia significato fare qualcosa di simile e, soprattutto, da cosa potrebbe significare avere un precedente simile nella storia di Hollywood.

Tuttavia, una cosa viene da chiedersi: partendo dal presupposto che ogni attore dà la propria versione di un personaggio, Spacey come avrà trattato il personaggio di Getty?

Per aiutarci a tessere una vaga teoria, possiamo porci una domanda: perché scegliere un attore di 58 anni per interpretare la parte di un 81enne? Perché costringerlo ad un trucco così pesante da farlo sembrare uno dei tanti personaggi della politica e dello spettacolo, che non mancano mai di apparire in televisione, pieni di botulino fino agli occhi?

A parte il vantaggio di avere un nome di punta nel cast, che è il motivo più ovvio, la ragione della scelta potrebbe trovarsi nelle prime parole dell’introduzione al saggio di Pearson:

Jean Paul Getty morì ad ottantatré anni dopo essersi sottoposto a tre interventi di lifting facciale, il primo a sessant’anni mentre l’ultimo, riuscito male, lo faceva sembrare fin troppo vecchio.

Effettivamente guardando alcune foto dell’imprenditore possiamo fare caso a quanto il suo aspetto apparisse simile a questa descrizione, mostrando un volto tirato e deformato. Esattamente come è possibile vedere dalle poche immagini del film con Spacey nel ruolo.

Se da una parte, quasi sicuramente, avremmo visto Spacey portare parte di Frank Underwood nel suo Getty, mostrando il lato machiavellico e calcolatore del personaggio, da un’altra sembra chiaro che questo aspetto, piuttosto squallido, della vita del miliardario sarebbe stato tenuto in considerazione e mostrato al pubblico.

Ma a che scopo? Come dicevamo prima, Getty credeva nella reincarnazione e, in una vita precedente, credeva di esser stato il potente imperatore Adriano. Ma, come dice Pearson nel suo saggio, egli aveva anche paura della morte. Aveva paura di cosa il caso gli avrebbe riservato e, di certo, non sorrideva all’idea di dover ricominciare tutto da zero.

Posa a la Underwood

Certo, potrebbe sembrare un po’ spicciolo associare chi decide di sottoporsi a interventi di lifting a chi ha paura di morire. Ma, d’altro canto, nella mentalità comune, il cammino della vita è da sempre strettamente legato all’età e all’aspetto fisico e da sempre viene visto nella giovinezza l’apice di questo percorso. Un’apice passeggero, sfuggente, che molti vorrebbero riuscire ad incantare e a vivere sempre.

Quando la giovinezza se ne sarà andata, la sua bellezza la seguirà e improvvisamente si renderà conto che non ci saranno più trionfi per lei, oppure dovrà accontentarsi di quei mediocri trionfi che il ricordo del passato renderà più amari di sconfitte. 

(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray)

Avremmo visto, quindi, un cinico calcolatore, ossessionato dalla morte e dalla perdita di tutto il lavoro di una vita? Un uomo, col volto segnato da una sua disfatta contro l’invecchiamento, che raccoglie gli amari frutti della sua condotta, trovandosi con un’esistenza sprecata nel peggiore dei modi? Chi lo può sapere! Possiamo solo lasciarci andare a delle elucubrazioni.

Ma superiamo queste interpretazioni, che lasciano un po’ il tempo che trovano, su una performance che nessuno ha visto e che, probabilmente, passato l’interesse per il caso Spacey, nessuno avrà più interesse a vedere.

TANTE COSE DA DIRE E COSÌ POCO TEMPO…

Se ne sono dette davvero tante su questo film. Spesso in negativo. Per le vicende che hanno coinvolto la post-produzione, si è addirittura invitato al boicottaggio.

Certo, il comportamento tenuto dalla produzione è deplorevole, molti errori potevano essere evitati, ma Tutti i soldi del mondo è davvero un film ben realizzato che non merita tanto odio.

I fatti si snodano con sapienza, grazie ad un’ottima sceneggiatura che, seppur con diverse inesattezze storiche, costruisce bene il percorso travagliato compiuto dai protagonisti, in special modo dalla giovane vittima.

Il ritmo è davvero ben calibrato, grazie piccoli momenti di tensione scuotono il posato scorrere della narrazione investigativa, senza mai trasformare tutto in un film d’azione.

E infine, sarebbe inutile spendere anche solo mezza riga sulla regia: è Ridley Scott. Possiamo non approvare le sue dichiarazioni e diverse scelte controverse, ma il suo talento di narratore e di compositore di immagini è ineccepibile. Roma potrebbe pure sembrare l’ennesima Roma da cartolina uscita dai film di Risi, Fellini e da La grande bellezza (che tanto piace al pubblico americano) ma il talento di Scott permette di filmarla con il giusto occhio estetico: figlio delle recenti produzioni seriali e del Cinema poliziesco degli anni ’70.

Ma ciò che rende questo film davvero degno di essere visto sono gli spunti di riflessione che esso può ispirare: ogni piccolo elemento può essere il principio di un dibattito. Ad esempio, si può riflettere sulla ‘ndrangheta, sulla sua influenza nel Sud e sugli orrendi giri d’affari compiuti. O, ancora, si può parlare del modello di imprenditore imposto da J. Paul Getty o della sua scelta controversa di fronte al rapimento del nipote: trattare o non trattare con dei rapitori? Lo stesso Scott ha più volte dichiarato di trovare l’approccio “astuto e moderno” in quanto simile a quello chefanno i governi di oggi nei confronti dei terroristi“. Si possono aprire dibattiti riguardo la droga, riguardo la sindrome di Stoccolma e la sua gemella meno nota: la sindrome di Lima.

Gli argomenti sono davvero vari: questo film pone moltissime questioni alla nostra attenzione, senza mai distrarre dal racconto principale. Tuttavia, come gli autori migliori, Scott e Scarpa si curano di fornire meno conclusioni possibili e, lasciando al pubblico la libertà di poter scegliere gli argomenti per lui più interessanti da approfondire, permettono di dare ad ognuno di noi la possibilità di ragionare sui quesiti lasciati aperti e costruirsi una propria visione della vicenda storica raccontata.

Article written by:

Marco Moroni

Nato nel maggio del 1995 a Terni, città dell'acciaio e di san Valentino. Dovete sapere che vicino alla mia città si erge, spettrale, un complesso di capannoni abbandonati. Quando eravamo bambini ci veniva detto che quelli erano luoghi meravigliosi, in cui venivano realizzati film come "La vita è bella" o "Pinocchio". Questo fatto ci emozionava e ci faceva sognare una Hollywood vicino casa nostra. Come il castello transilvano di Dracula, tutti cercano di ignorare quei ruderi ma, ciononostante, tutti sanno benissimo cosa siano e non passa giorno senza che si continui a sognare quel Cinema che nasceva a casa nostra. Chiedendomi cosa mi faccia amare tanto la settima arte, e perché mi emozioni così tanto al solo pensiero, potrei rispondermi in molti modi, ma sono sicuro che quel sogno di tanti anni fa abbia un ruolo più che essenziale. Che sia di genere o impegnato non importa, se un film lo merita ha il diritto di ricevere la giusta attenzione. Perfino un film brutto merita di essere rispettato, ponendo attenzione a quelli che sono i suoi elementi vincenti; anche in questi, infatti, possiamo trovare la bellezza creata da chi ha votato la propria esistenza a quest'arte meravigliosa.

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