Terminator: Destino Oscuro
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Terminator: Destino Oscuro è accanimento terapeutico

Terminator: Destino Oscuro è accanimento terapeutico My rating: 2 out of 5

Perché? Perché continuano a fare film di Terminator? Ormai credevo fosse chiaro che la saga non ha più nulla da dire dal secondo, bellissimo capitolo. Terminator 3 non era malvagio, ma non aggiungeva nulla di nuovo alla serie, risultando veramente originale solo nel finale. Salvation partiva da un’idea giustissima, ovvero mostrare la guerra del futuro, ma non era comunque niente di che. Quanto a Genisys… no, meglio non parlare di quello sbaglio.

Eppure stavolta un po’ ci speravo, per diversi motivi. Prima di tutto, il ritorno di James Cameron, seppur solo in veste di produttore. In secondo luogo, la presenza in cabina di regia di Tim Miller, che già aveva firmato quel gioiellino di Deadpool. Infine, la decisione di ignorare completamente tutti i seguiti de Il giorno del giudizio e porsi come terzo capitolo ufficiale. Sulla carta doveva essere perfetto, sfortunatamente Destino Oscuro si è rivelato un’altra delusione.

Linda Hamilton e Arnold Schwarzenegger

“Vieni, Arnold. Facciamo vedere a questi giovanotti chi è che comanda!”

Già dai primi minuti viene voglia di mollare tutto e lasciare la sala. Il film inizia con un prologo, ambientato qualche anno dopo Terminator 2, in cui vediamo Sarah e John Connor intenti a rilassarsi in Guatemala. Proprio quando pensi che nulla possa essere peggio della brutta CGI con cui sono stati ringiovaniti Linda Hamilton e Edward Furlong, ecco che capita un evento WTF che, senza spoilerare, assicurerà alla pellicola l’odio eterno da parte dei fan.

Linda Hamilton

La reazione dei fan dopo i primi cinque minuti di film.

Superato questo momento controverso, la trama compie un salto in avanti fino ai giorni nostri. Precisamente a Città del Messico, dove dal futuro arrivano il Terminator Rev-9 e la soldatessa ibrida uomo-macchina Grace (Mackenzie Davis). Entrambi cercano (l’uno per ucciderla, l’altra per proteggerla) la giovane Dani (Natalia Reyes), un’operaia che lavora in una fabbrica piena di macchine pronte a sostituire i dipendenti umani (vuoi non metterci il metaforone?) e che come padre ha Arturito de La casa di carta (non scherzo, è proprio lui!).

Neanche il tempo di introdurre in maniera esauriente i nuovi personaggi, che il film parte subito con l’azione e gli inseguimenti. Costrette a fuggire dal robot assassino, le due donne trovano aiuto proprio in Sarah Connor, diventata nel frattempo cacciatrice di Terminator. Seguono due ore di caccia al topo senza particolari guizzi o colpi di scena (i pochi presenti sono prevedibilissimi), in cui ad un certo punto compare anche l’ennesimo T-800 buono interpretato da Arnold Schwarzenegger.

Arnold Schwarzenegger

“I’m back!” (da leggere con forte accento austriaco)

Come potreste aver intuito, Terminator: Destino Oscuro non ci prova nemmeno ad essere originale. Al contrario, preferisce seguire l’esempio de Il risveglio della Forza e ricalcare le dinamiche dei primi due film, con minime variazioni. Come se non bastasse, non esita a saccheggiare elementi e situazioni dai vari “terzi capitoli” che lo hanno preceduto: si va dalla nuova intelligenza artificiale (prima Genisys, ora Legion) agli umani con parti robotiche, passando per lo Schwarzy-Terminator invecchiato e le linee temporali alternative. Ciliegina sulla torta un terzo atto che pare un pot-pourri dei finali de Il giorno del giudizio, Le macchine ribelli e Genisys.

L’unico sprazzo di novità consiste nel cavalcare il diffuso sentimento anti-trumpiano e l’onda del #MeToo. Se il primo è evidente nella scelta dell’ambientazione (il confine tra Messico e Stati Uniti) e dei protagonisti (sia la prescelta che il Terminator cattivo sono latini), la seconda si manifesta in un’esaltazione eccessiva del girl power. Sia chiaro, a me non dispiace vedere donne forti all’interno di un blockbuster (già i due film di Cameron erano parecchio avanti in tal senso), però il femminismo proposto qui è talmente esasperato e ridondante da essere a tratti fastidioso.

Natalia Reyes, Mackenzie Davis e Linda Hamilton

Il livello di femminismo emanato da questa foto è OVER 9000!!

Perlomeno c’è da dire che, del gruppo di protagoniste, due su tre spaccano. La Hamilton è un gradito ritorno nella serie e, a sessant’anni suonati, dimostra di essere ancora un’eroina d’azione di tutto rispetto, dando corpo a una Sarah più sboccata e disillusa, ma comunque irresistibile. Tuttavia è Mackenzie Davis a mangiarsi il film, e non solo perché è una figa da paura.

Statuaria e mascolina, l’attrice canadese riesce con la sua sola interpretazione (soprattutto fisica) a valorizzare un personaggio dal background non molto interessante, limitato a un flashback che vorrebbe fare il verso all’incubo di Kyle Reese nel primo Terminator, ma ricorda piuttosto un episodio di Love, Death & Robots. Bocciata invece la Reyes. Lei ci prova in tutti i modi ad essere grintosa e tosta, ma complice la bassa statura (ad occhio e croce, direi un metro e uno sputo), non riesce proprio ad essere credibile come (SPOILER, ma non troppo) futuro leader della razza umana.

Mackenzie Davis

Perché seguire una tappetta messicana quando c’è già questa dea?

Spostandoci sul versante maschile, il Rev-9 portato in scena da Gabriel Luna (il Ghost Rider di Agents of SHIELD) è abbastanza minaccioso, però a conti fatti parecchio anonimo, al punto da far quasi rimpiangere il John Connor cyborg di Genisys. Per quanto riguarda Schwarzy invece… beh, diciamo che se già non avevate apprezzato il Guardiano (Pops per gli amici), allora non impazzirete per Carl, bonario tappezziere texano con famiglia al seguito. Per carità, Arnold è sempre un mito e (si) diverte tantissimo anche qui, ma quello non è più il Terminator che noi tutti conosciamo e amiamo.

Gabriel Luna

Da scheletro infuocato a scheletro di metallo il passo è breve.

Certo, non mancano gli aspetti positivi. Nonostante un calo di ritmo notevole nella parte centrale, la regia è piuttosto buona. Miller mette a segno delle ottime scene d’azione (su tutte, l’inseguimento in autostrada e lo scontro sull’aereo) e, libero dai vincoli del PG-13, può pure permettersi di mostrare un po’ di sana violenza (anche se meno di quanto mi aspettassi). Inoltre Destino Oscuro affronta tematiche interessanti, come la possibilità per una macchina di provare sentimenti umani e l’indistinguibilità tra corpo reale e artificiale. Peccato solo che tutte queste suggestioni non siano approfondite a dovere e si perdano nel marasma di cattive idee che è il suddetto film.

Perché alla fine di questo si tratta. Terminator: Destino Oscuro avrebbe dovuto rilanciare la saga (e magari portare alla produzione di altri due film), invece è la prova che tutto quello che si poteva dire è già stato detto. Non a caso al box office non sta facendo faville e presto andrà a formare, insieme a Salvation e Genisys, la trilogia dei “primi-capitoli-di-trilogie-mai-realizzate” all’interno della serie madre. Stavolta però spero che chiudano definitivamente, senza rebootare di nuovo tutto. Continuare sarebbe solo una sofferenza inutile, un accanimento terapeutico. Credo sia giunto il momento di terminare la saga una volta per tutte.

Article written by:

Fabio Ferrari

Classe 1993, laureato al DAMS di Torino, sono un appassionato di cinema (soprattutto di genere) da quando sono rimasto stregato dai dinosauri di "Jurassic Park" e dalle spade laser di "Star Wars". Quando valuto un film di solito cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma talvolta so essere veramente spietato. Oltre che qui, mi potete trovare su Facebook, sulla pagina "Cinefabio93".

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