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The Greatest Showman, il musical che parla del musical

The Greatest Showman, il musical che parla del musical My rating: 3.5 out of 5

Ogni tanto abbiamo bisogno di ricordarci del perché guardiamo film.

Stabilire cosa scrivere di questo film è stato davvero difficile, perché so già che molti di voi andranno al cinema e storceranno il naso ai primi 5 minuti di The Greatest Showman. Tanto per cominciare perché – ho voluto chiarirlo sin dal titolo – è un musical, e se già per questo risulterà poco digeribile a molti, ci dobbiamo aggiungere che dal trailer non era propriamente chiaro che lo fosse.

La ricetta del musical

Senza dilungarsi troppo: il film racconta l’ascesa al successo di P. T. Barnum, che fondamentalmente è l’uomo che ha inventato il circo. Gli ingredienti della “trama da musical” ci sono tutti: il protagonista ambizioso e sognatore, un grande progetto perseguito fino al rischio di perdere tutto, la perdita del controllo, altri intrighi amorosi, i fatti tragici, il lieto fine. Di più, ci sono anche delle discrete canzoni, delle ottime voci e altrettanto ottime coreografie.

Qualcuno può far smettere Hugh Jackman di saper fare tutto? Recitare, cantare, ballare, avere un culo pazzesc… ehm, insomma, smettila.

Come in molti musical però, ci sono anche molti difetti.

Il paciugo

Per usare un termine genovese che ben sintetizza, quel che spesso accade ai musical è di diventare dei paciughi, ovvero degli intrugli di roba – anche valida – ma confusa. The Greatest Showman non fa eccezione: la trama, pur se classica, funzionerebbe, ma a tratti scade nel banale anche laddove sarebbe evitabile, complici i dialoghi non proprio ottimi. La vicenda scorre tutta troppo, troppo in fretta, lasciando eccessivo spazio ad alcuni avvenimenti di poco rilievo e approfondendone troppo poco altri, anche a discapito di alcuni personaggi.

No Zac, non ti vogliono proprio togliere la patina da Troy Bolton, anche con la metà dei capelli e il doppio dei pettorali.

Quello di cui ogni tanto abbiamo bisogno

Però… c’è un grosso però, che ha reso difficile la stesura di questo articolo. Qualcosa che mi ha fatta riflettere a lungo e che mi spinge a chiedervi scusa, lettori del MacGuffin. Io semplicemente penso che ci siano cose, nell’arte, su cui non è giusto essere oggettivi, razionali. E The Greatest Showman è una di queste.

Fermo restando che vi piacciano i musical probabilmente mi capirete guardandolo. Questo film ha tante pecche, probabilmente più di quante io ne abbia elencate qui sopra. Il fatto è che ciò di cui sceglie di parlare, e quello di cui parla implicitamente, rende necessario soprassedere e andare oltre.

The Greatest Showman ci ricorda perché guardiamo film, anzi, perché necessitiamo dell’arte intera. Perché siamo tutti uguali di fronte alla necessità di evasione. 

La prima ragione per cui facciamo arte, o per cui assistiamo a una qualsivoglia espressione artistica, è perché in quell’arco di tempo in cui abbiamo a che fare con l’arte siamo da un’altra parte. Un luogo dove la nostra vita è quella dell’opera. La ragione per cui guardiamo un film è perché per un tot di tempo, che va da un’ora a salire, ci sentiamo accanto ai cowboys, ai mostri, alle spie, alle principesse. Ridiamo, piangiamo, vinciamo e perdiamo con loro. Il cinema ci insegna a scappare dalla realtà, nel modo più bello possibile, fin dall’infanzia.

I valori del musical nel musical

Beh, The Greatest Showman fa questo. Non brilla per realizzazione tecnica, anzi. Ma dall’inizio alla fine tu che guardi sei accanto a P. T. Barnum, vivi quello che vive lui, lo senti. E personalmente, pur notando tutti i difetti, non ho vissuto mezzo secondo senza la bocca aperta, gli occhi lucidi e anche un po’ di pelle d’oca.

Non solo: lo stesso film parla di quello che il musical fa. Perché se ci pensate è proprio il genere cinematografico che si fa portavoce dell’enfasi, rendendo tutto, attraverso le canzoni, esageratamente tragico, comico, epico, romantico. E io credo che ogni tanto ci sia bisogno di un pretesto per poterci sentire eccessivi nelle nostre emozioni. Se quel pretesto poi è un bel film, tanto meglio, no? 

Tecnica o meno, qualità formale o meno, The Greatest Showman ci ricorda che, in un mondo dove ci viene spiegato così spesso perché è importante rimanere equilibrati, composti, non sbilanciarsi, abbiamo bisogno che ci spieghino anche quanto è importante perdersi, dimenticarsi di se stessi, aggrovigliarci in quello che sentiamo e diventare un po’ esagerati, un po’ stupidi, un po’ troppo emotivi. Anche quando significa chiudere un occhio sulla forma. Questo è l’insegnamento che tutta l’arte, tutto il cinema, ci danno da sempre. Quindi forse che un film riesca a trasmetterlo non è poi così male, no?

Insomma, a voi starà il giudizio, il darmi della fanatica, dell’infantile o più semplicemente dell’idiota. Io ringrazio The Greatest Showman, per avermi ricordato che il cuore senza forma non lo esprimi, ma la forma senza cuore non è nulla. Per avermi ricordato che tantissima arte è nata dal trascurare la tecnica. E che la tecnica sui libri la trovi e si impara… il cuore non lo impari da nessuna parte.

The Greatest Showman

Ora torno a fare la cinica e fanatica del cinema dell’est, che fa decisamente più figo. Scusate.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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