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Un affare di famiglia: se a Cannes la tristezza fa parte del dress code

Un affare di famiglia: se a Cannes la tristezza fa parte del dress code My rating: 3 out of 5

Dopo aver visto le palme d’oro di Cannes di una qualsiasi edizione, non si può non essere assaliti dal sospetto che i critici siano propensi a stilare le loro classifiche in modo direttamente proporzionale alla sofferenza provocata dai film in concorso. Prendete Pietà, per esempio, rivelazione del 2012: uno strozzino si aggira nelle periferie di Seoul a gambizzare la gente, viene raggiunto da una donna che si spaccia per sua madre quando in realtà è la mamma di una delle sue vittime, tra i due si instaura un legame, ovviamente finisce male. Un’iniezione di spensieratezza, non c’è che dire. Ecco, il vincitore dell’annata 2018 non fa eccezione: siamo sempre in Asia, Giappone per la precisione, i toni sono meno truculenti, ma la joie de vivre rimane inalterata. Allora, siete pronti per Un affare di famiglia?

Approdato nelle sale italiane con il consueto ritardo, il film racconta la storia, o meglio, fotografa le dinamiche, ché in un’ora e mezza succederanno all’incirca tre fatti rilevanti, della famiglia Shibata: una famiglia sui generis, per usare un eufemismo. Il padre Osamu (Lily Franky) passa da un lavoretto all’altro e nel tempo libero rubacchia nei negozi del quartiere, non senza insegnare l’arte al figlioletto Shota (Jyo Kairi); la madre Nobuyo (Sakura Andō) tira a campare in fabbrica, mentre Aki (Mayu Matsuoka), quella che sembrerebbe una sorta di zia/cugina/sorella, si dedica suo malgrado alla professione più antica del mondo, però nel modo infantile e alienante tipico dei giapponesi. Fortuna che c’è nonna Hatsue (Kirin Kiki) a mantenere tutti con la sua pensione. Ah, è quasi superfluo dirlo: tutti quanti vivono uno addosso all’altro in una baracca di lamiera. Però si vogliono bene, e parecchio.

E si sa, dove si mangia in due si mangia anche in tre, dove si sta in tre si sta anche in quattro e così via, e allora perché non strappare alle grinfie dei genitori ricchi, assenti e violenti la piccola Yuri, un’adorabile Miyu Sasaki, e accoglierla nel clan? Certo, a voler fare i pignoli si tratterebbe di rapimento, ma la bimba non sembra soffrirne, tutt’altro. Tra furtarelli, lezioni da autodidatta, sconosciuti “signor numero quattro” e struggenti giornate al mare, Un affare di famiglia ci ricorda che, più che i legami di sangue, contano quelli che si creano con un abbraccio.

L’intento è nobile, il risultato meno: si tratta senza dubbio di un bel film, ma non memorabile. E soprattutto, ogni singolo minuto è intriso di una tristezza e di una lentezza quasi insopportabili. Il regista Hirokazu Kore’eda ha dichiarato di essersi ispirato a Ken Loach; peccato però che nel paese del Sol Levante lo humour britannico non sia mai approdato. I ragazzotti che si improvvisano esperti di whisky o i pensionati disoccupati di Loach riescono a ridere, e cosa più importante a farci ridere, anche nelle situazioni più disperate; non così la famiglia atipica di Kore’eda.

Goffredo Fofi ha scritto che Un affare di famiglia ha il pregio di aver sganciato il cinema giapponese dalla sua storica, doppia tradizione, e che suvvia, non se ne poteva più di vedere botte da orbi oppure ciliegi patinati in ogni cosa girata ad Est. Ecco, io non dico che non sia giusto variare; però un pelino di azione o un accenno di sorriso ogni tanto non avrebbe fatto male. E sì, gli americani saranno anche dei buzzurri, però quanto a coinvolgimento non c’è confronto con Un sogno chiamato Florida: storia molto simile, il Pacifico di mezzo, e una macchina da presa, un ritmo e delle battute senza paragoni, il tutto senza perdere in drammaticità.

Per il resto, Un affare di famiglia resta un’opera delicata, malinconica, e da vedere per darsi un tono. Ma siete avvisati: quando per lo stesso film vengono usati gli aggettivi “importante”, “necessario” (argh!) e “sentito”, il macigno è dietro l’angolo.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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