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Vice – L’uomo nell’ombra, o altrimenti detto il figlio di puttana fatto uomo

Vice – L’uomo nell’ombra, o altrimenti detto il figlio di puttana fatto uomo My rating: 4.5 out of 5

Quello che sta succedendo ad Adam McKay negli ultimi anni è folle. Un personaggio come lui, che veniva da pellicole comico-demenziali – quali Anchorman, Ricky Bobby (dall’immenso sottotitolo L’uomo che sapeva contare fino a uno) e I poliziotti di riserva – dal 2015, con La grande scommessa, si è “inseriosito” iniziando a dedicarsi a temi di carattere politico. La fase finale ed esplosiva di questo processo di cambiamento è il suo ultimo Vice. Certo, i suoi due ultimi film mantengono comunque lo stampo comico che lo aveva contraddistinto nelle prime pellicole, ma rinunciando al demenziale e producendo una commedia che ha più della satira ed è un elemento fondamentale della sua poetica e della sua critica.

adam mckay

“You don’t fuck with me”.

Per chi ha visto Vice mi sembra inutile rimarcare l’essenzialità di questo film nel nostro periodo storico: una pellicola che se ne strafotte di tutto (in pieno stile McKay) e lancia una critica esplicitissima dritta in faccia a tutta l’America, a Donald Trump (o forse una scimmia arancione?) e praticamente a tutte le faccende internazionali sviluppatesi post-torri gemelle. Questo però potrebbe essere troppo didascalico e, come dire… scontato? Nel senso, a chi non è capitato di insultare l’America negli ultimi 20 anni? Ma il punto è che McKay non è un coglione e conosce veramente molto bene il suo mestiere e soprattutto ha saputo fare tesoro delle esperienze passate per produrre un capolavoro che è la somma di tutta la sua produzione.

La “falsa” premessa biopic

dick cheney

Grazie per tutto quello che hai fatto.

Il faccione di culo che vedete qua sopra è Dick Cheney, ex vicepresidente degli Stati Uniti nell’era Bush junior. Ecco, il film si presenta come un biopic su di lui. Ma poi in realtà un biopic lo è per davvero: la storia di Cheney è raccontata ottimamente, ben documentata e ne delinea la figura in modo dettagliato e preciso. Ed è proprio questo il punto: perché il film fosse potente e potesse giungere al suo vero obiettivo (che non è sicuramente quello biografico) era necessario rendere ben chiaro chi fosse Dick Cheney. Quindi la premessa/promessa di un biopic è sì una mezza paraculata (perché sicuramente attira pubblico) ma è anche essenziale per costruire il discorso che McKay aveva in testa. In questi termini il titolo Vice è davvero ottimo.

 La costruzione “epica”

christian bale vice

Semplicemente straordinario.

Come un biopic che si rispetti, il soggetto biografico viene costruito quasi spettacolarizzandolo, imprimendo al suo percorso di vita quello stampo tipicamente “epico”, nel senso che assume un tono trionfale e trasforma il protagonista in una sorta di eroe.

Seconda premessa essenziale per questo Vice, in quanto questo elemento dà l’illusione di immedesimarsi nel personaggio di Cheney e fino a un certo punto di approvarne e condividerne le scelte. Essenziale perché, quando poi si produrrà il rovesciamento, quest’ultimo sarà infinitamente più potente e il suo messaggio ne risulterà mille volte amplificato; in più darà conferma allo spettatore di non essere impazzito. Sì, perché dopo un po’ inizierete a dubitare delle scelte di Cheney (ovviamente per chi non conoscesse già il personaggio prima di visionare la pellicola) e vi scatterà una vocina in testa che recita “ma io non so se sono d’accordo con quello che sta facendo”. Meno male che non siete d’accordo!

Seconda premessa comica

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Sam Rockwell che ricorda a Christian Bale di essere ingrassato di 150 kg per interpretare un figlio di puttana.

Subito, nella didascalia iniziale, viene reso chiaro sia che si parlerà di Dick Cheney, ma anche che ci sarà una comicità che aleggerà attorno alla pellicola per tutto il tempo. Calcolate che la didascalia suona tipo “abbiamo cercato di raccogliere più informazioni possibili sul conto di Dick Cheney, ma è stato difficile vista la sua indole riservata. Però almeno ci abbiamo provato, cazzo!”. Quindi, a suo modo, McKay stava già avvisando gli spettatori che Vice sarebbe stato una presa per il culo, ma loro non erano ancora pronti per capirlo. E questo, di nuovo, amplifica la forza del rovesciamento. In questo senso il momento in cui McKay crea il falso finale buonista è da incorniciare nella storia del cinema. E da lì in poi (se non prima) il film subisce un’impennata critica come poche.

La rivelazione critica

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E a questo punto McKay inizia a fare ciò che vuole. Più Vice avanza più il regista diventa feroce e tramuta il suo biopic in un simbolo che si erge contro l’immoralità americana, contro i suoi falsi miti e idoli, contro il falso perbenismo e le belle facce, mettendo a nudo un intero percorso di corruzione, di funzionari politici senza scrupoli che ci proiettano nella contemporaneità come svegliandoci da un brutto sogno. Infatti la critica di Vice non vuole essere solo a Cheney, o al suo staff, o alle presidenze succedutesi in quegli anni, ma anche e soprattutto a Donald Trump e allo stato attuale dell’America. Memorabile la scena post-crediti in cui Trump viene definito senza censure né accortezze di sorta “scimmia arancione”. Quando un Adam McKay incontra una scimmia arancione, Adam McKay deve correre perché rischia la vita.

Il lato tecnico

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Ovviamente Vice sarebbe un’accozzaglia di cose, di stili e di toni se non fosse amalgamato nel modo giusto. Ma vi ripeto che McKay non è un coglione. Infatti, grazie a una straordinaria capacità nel gestire i tempi narrativi, egli può permettersi di cambiare continuamente tono e registro della rappresentazione, passando da una scena quasi demenziale a una super seria con una nonchalance come se stesse parlando con un amico.

E forse è questa la forza principale di Vice: si prende in giro da solo. Per tutta la durata del film McKay non si lascia mai andare in un eccesso di criticismo o nell’ostentazione della cattiveria morale del protagonista; o meglio, se lo fa, lo fa giocandoci, utilizzando delle invenzioni narrative stupide sulla carta ma geniali nei fatti, garantendo così un tono leggero e una presa sul pubblico di gran lunga maggiore. E se è vero che fare comicità è più difficile del fare una tragedia, allora abbiamo di fronte un capolavoro.

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Amy Adams approva.

Non ho menzionato il discorso Oscar, ma se siete interessati all’argomento mi sono già espresso a riguardo qui.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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