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Waves – RomaFF14: amore e odio secondo Trey Edward Shults

Waves – RomaFF14: amore e odio secondo Trey Edward Shults My rating: 4 out of 5

La famiglia è sempre al centro dei film di Trey Edward Shults che accerchia, schiaccia e indaga con un’energia e un virtuosismo impressionanti. Famiglia che in Krisha e in It Comes at Night è sempre filmata all’interno di case labirintiche e asfissianti, utilizzate spesso come specchio delle condizioni psicologiche di chi vi abita. Al contrario dei due film precedenti con cui Shults è stato più volte riconosciuto, Waves si affaccia su un mondo quanto mai più vasto e articolato: un universo fatto di vedute sconfinate e naturali, dove gli unici vincoli sono all’interno dei personaggi che lo vivono.

La prima parte di film delinea una semplice e ritrattistica famiglia americana, con un padre oppressivo e rigido nei confronti del figlio maggiore dedito al wrestling. Tyler (Kelvin Harrison Jr.) è in costante ricerca di apprensione da parte della figura paterna che gli afferma più volte di non potersi permettere il “lusso di essere mediocri.” Prima parte di film dove i corpi e i continui scontri verbali tra padre e figlio contribuiscono, oltre che ad accentuare il dualismo maschile, a stratificare una fisicità e una corporeità tattile e percepibile.Corpi che si contorcono e spezzano, che sudano e sanguinano lottando in continuazione per il proprio spazio nel mondo. Shults girà intorno ai suoi personaggi in continuazione, racchiudendoli e delineandoli in uno spazio immaginario fin troppo stretto per contenere la rabbia e la frustrazione che portano dentro. Ci sono Harmony Korine,  Andrea Arnold e Barry Jenkins, c’è l’elettrizzante colonna sonora pop (Tame Impala, Frank Ocean, Kanye West), un montaggio nevrotico, colori saturi e vibranti.

C’è l’acqua e il fuoco, il blu e il rosso tutti elementi che generano un contrasto visivo e simbolico. La rabbia dei personaggi tenuta sotto controllo da antidolorifici, alcol e droghe esplode sotto forma di odio, trasfigurato poi in un atto di violenza incontrollata e reazionaria da parte del protagonista. Come in ogni film di Shults si arriva ad un punto di non ritorno dal quale è difficile redimersi o poter andare avanti.Questa volta però, laddove il film sembra finire abbandonandosi esclusivamente al caos e al disprezzo, il regista opta per una direzione totalmente differente sia stilistica che narrativa. Da qui il film prosegue inarrestabile, libero di mutare in qualcosa di inaspettato con lo scorrere del tempo. Waves rimane fedele alla sua prima parte liberandosi però di tutta l’oppressione iniziale, divenendo un canto libero ma non meno spensierato. Un canto sulla vita e sulla morte, sull’odio e sull’amore. Una melodia disperata e a tratti straziante ma soprattutto libera, eterea e frammentaria volta a mostrare e collezionare momenti vitali.

L’amore copre ogni odio” è questo il messaggio fondamentale di Waves che sprofonda e riemerge continuamente con un movimento ondulatorio, tra momenti di gioia e momenti di dolore, tra prime volte e ultime; l’importante è saper rinascere, cambiare prospettiva, voltarsi all’amore laddove l’odio non può dare risposte. Fermarsi, parlare e continuare ad andare avanti. 

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