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Wind River – La fredda e sanguinosa caccia all’uomo nel Wyoming

Wind River – La fredda e sanguinosa caccia all’uomo nel Wyoming My rating: 4.5 out of 5

Vi prego… fatemi un favore, non chiamatelo mai con il suo titolo italiano.

Wind River, di Taylor Sheridan, è pura estasi. Ebbene sì, l’ho detto. Recensione finita, andate in pace.

Vi piacerebbe… eh?! Oggi infrango la regola principale di ogni aspirante recensore cinematografico: “mai dire se il film ti è piaciuto nella prima frase”. A volte, le eccezioni, vanno fatte (che poi dai, avete già visto il mio voto…).

Partorito (e questa volta girato) dalla mente che ci ha dato Sicario e Hell or High Water, Wind River è la conclusione perfetta di questa ideale trilogia della frontiera da parte di Taylor Sheridan, o come ho voluto ribattezzarlo io, il Cormac McCarthy cinematografico odierno. Soprannome tanto insolito, quanto mai azzeccato.

Per quei 5/6 pischelli che non sapessero chi sia McCarthy, è solo lo scrittore di alcuni dei romanzi western (e non solo) più importanti e famosi del 20° e 21° secolo: The Road, Non è un paese per vecchi e l’originale/letteraria Trilogia della frontiera. Mica pizza e Michael Bay.

Se le premesse vi hanno attratto, venite con me; proverò a guidarvi nel rigido freddo del Wyoming.

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BENVENUTI NELLA RISERVA

Al solito, tenterò di essere criptico, breve e circonciso (semicit.) nel raccontarvi la trama, anche perché voglio tenervi il meglio per la visione: Il cacciatore Lambert (il più sfigato degli Avengers) trova un cadavere di una giovane ragazza in una riserva indiana; sul posto, arriverà ad indagare l’agente dell’FBI Banner (l’ultima delle Olsen ancora sobria) e i due si addentreranno in una caccia all’uomo violenta, cupa e misteriosa.

Wind River si presenta, con questa premessa, come il più classico dei thriller. Niente di più sbagliato. La visione è molto più ampia: Sheridan tocca tutti i punti giusti per darci un quadro articolato e mai distaccato di un dramma famigliare che si mescola perfettamente allo spaccato sociale e all’investigazione pura. Un western moderno ambientato nel mare di neve che ricopre la riserva e che rende Wind River una gioia per gli occhi e per il cuore.

Tutto è più facile poi, se hai un cast eccezionale, con Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen che giganteggiano. Il buon Occhio di Falco dimostra di essere un attorone e non solo uno dei tanti eroi in calzamaglia; forse, questa è la sua miglior prova di sempre. Lambert e tutti i personaggi hanno un chiaro spessore e ruolo chiave nella vicenda, così come ogni loro sfumatura del carattere non verrà lasciata al caso.

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QUANDO LE PAROLE SANNO DI CINEMA

Il merito di tutto questo va dato a una sceneggiatura che avrebbe potuto (e dovuto) vincere ogni premio sul pianeta; il legame spirituale con i suoi due altri scritti di Sicario e Hell or High Water si sente eccome, eppure qui si sfiora la perfezione. Sheridan amalgama gli elementi migliori dei suoi precedenti lavori, quali la tensione del film di Villenueve e l’empatia per i personaggi del film di Mackenzie e ottiene una miscela esplosiva. Questa non è di certo una stoira per i deboli di cuore. In ogni senso, credetemi.

Dopo il Messico e il Texas, è il turno del nord degli USA e il neologismo che più calza per descrivere Wind River è “mccarthyniano”. Freddo, essenziale e allo stesso tempo profondo. Sentito. In ogni minuto di questo film si percepiscono l’odore e il rumore delle pagine di un libro mentre viene sfogliato; un racconto che vi entrerà sotto la pelle senza mai lasciarvi.

NICK CAVE E SPIRITI ANTICHI

Ora è tempo di paragoni. Come DiCaprio chiama un qualsiasi film di Scorsese, o come il sottoscritto va a nozze con la più malfamata delle birrerie di quartiere, niente da più l’idea di un vero Western dei nativi americani. Sarà pure uno stereotipo, ma qui, senza odiosi perbenismi, la comunità viene descritta in maniera perfettamente realistica: radicata al proprio credo e non dipinta come un semplice branco di selvaggi, ma come una “normale” famiglia di oggi. Sono visibili le cicatrici e le sofferenze di un popolo ferito, ma sorretto da una splendida forza spirituale.

Goduria antropologica.

Motoslitte al posto dei cavalli, tormente di neve e momenti che vogliono il bagno di sangue; per farvi calare nella giusta atmosfera, niente è “più perfetto” delle strazianti musiche di Nick Cave. Non stiamo parlando di un neofita del genere.

Dopo aver firmato la colonna sonora, tra gli altri, de L’assassinio di Jesse James e The Road (coincidenze? Io non credo), eccolo prendersi gioco dei vostri sentimenti ancora una volta con un motivo che vi morderà lo stomaco manco il più pericoloso dei lupi. In soldoni, tanta roba.

APOTEOSI DEL GENERE (E NON SOLO)

Ogni elemento di Wind River rende grande ancora una volta un genere tornato prepotente in auge negli ultimi anni, il western, aggiungendoci messaggi attuali e mai retorici. Un film potente e avvincente, una caccia ai fantasmi del passato e ai mostri del presente. Ho fatto pure la rima, che bimbo simpatico.

Vorrei stare qua ore a scrivervi di questo film, ma vi rovinerei un’esperienza che merita di essere vissuta appieno. Wind River va scoperto, raccontato e tramandato; è la giusta conclusione di una ottima trilogia e un’opera che conferma le doti di sceneggiatore di Sheridan e che ci mostra la sua maestria nel dirigere. Non vedo l’ora di rivederlo.

Targato 2017, il film per noi italiani diventa automaticamente, “grazie” alla distribuzione, uno dei migliori del 2018. Difetti? Non ne ho trovati, giuro. Ma come il più stronzo dei professori non metto 5 stelle. Voglio sfidarti, caro Taylor. Vediamo se riuscirai a strapparmi un dieci in pagella.

Nel frattempo, aspettate insieme a me il suo prossimo film… leggendo MacGuffin.

 

Article written by:

Davide Casarotti

Antipatico e logorroico since 1995. Scrivo di Cinema da quando ho scoperto di non saper fare nulla. Da piccolo volevo fare il cuoco, crescendo ho optato per il giornalista; oggi mi limito ad essere pessimista, bere qualche birra con gli amici e andare al Cinema da solo. Giuro, non sono una brutta persona.

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