Film

La spensieratezza nera di “Diabolik”

Indovina chi…?

Un ladro senza scrupoli, anche se con una sua certa etica da criminale, con una compagna che gli sarà sempre fedele, un grande rivale nella polizia internazionale sempre alle costole (come si confà ad ogni grande criminale) e con un armamentario sempre a disposizione (tra mezzi di trasporto, accessori, travestimenti, informatori).

Potrebbe essere chiunque, detto così. Ma parliamo del protagonista di un fumetto italiano. Chi altri potrebbe essere? È Diabolik.

Emozioni mordi e fuggi per lavoratori e studenti

C’è davvero qualche italiano che non lo conosce? Che non conosce il suo stile, l’atmosfera divisa tra James Bond, Fantômas e il noir che si respira nelle sue avventure?
Diabolik è il fumetto dei pendolari, come fu più volte definito. Una lettura semplice, ma intrigante il giusto, perfetta per chi ha una finestra di tempo assai limitata. Chiunque abbia un minimo di fascinazione per l’immaginario noir e giallo può divertirsi con queste avventure. Magari chiuso il “volumino” non sentiremo il desiderio di rileggerlo, e magari non ci sarà rimasta così impressa l’avventura.
Ma saranno elementi chiave come una storia intricata, immersa in un’atmosfera noir plastica (perché fumettosa) e con dei personaggi, a parte l’incorruttibile ispettore Ginko, marci e meschini al punto da spingerci a stare dalla parte della coppia Diabolik-Eva Kant, che ci spingeranno sempre a leggere la nuova storia dello spietato ladro di Clerville.

Chiunque può leggerle, anche partendo dal numero che trova in vendita in edicola, anche perché la serie è a serialità debole; ovviamente tralasciando i vari progetti collaterali, che sono fioriti dalla serie regolare, quali i vari remake, rivisitazioni, tra le quali quella della geniale Silvia Ziche, “DK”, “Grande Diabolik” e via dicendo.
Nelle storie del ladro non c’è trama orizzontale di sorta, ogni avventura è auto conclusiva, non c’è passato e non c’è futuro. Sembra quasi un eterno presente (come nelle storie di Topolino o del Detective Conan). Una volta venne affrontato il passato di Diabolik dalle sorelle Giussani, nel numero Diabolik chi sei?, e tanto bastò per loro. Nessuno, a parte gli appassionati di ferro, se lo ricorda davvero; primo perché non è poi così necessario conoscerlo e secondo perché, in fondo forse non è mai importato davvero a qualcuno saperlo, come alle stesse autrici probabilmente non è mai interessato molto stabilirlo.

Diabolik secondo Silvia Ziche e Tito Faraci

È curioso come una serie così di successo trovi il suo adattamento più fedele in un film come il Diabolik dei Manetti Bros. (attualmente nelle sale). Curioso perché, di logica, dovrebbe venire facile il successo ad un’opera che riesce a catturare lo spirito di un fumetto così amato dal pubblico italiano. Eppure guardando questo film è chiaro che non sarà così.

“Diabolik” secondo i Manetti Bros.

Lasciamo fuori i difetti di questo Diabolik dal nostro breve discorso. Non vale la pena evidenziarli, sarebbe anche ingiusto per il bel risultato raggiunto; sia chiaro, come sarebbe una bugia definirli minimi e di poco conto. Ma per amor dell’economia, vorrei concentrarmi su altri aspetti.

Perché, pur non avendo letto le storie di riferimento del film, ovvero il terzo episodio, L’arresto di Diabolik, e il suo remake, a cura di Tito Faraci, Mario Gomboli e Giuseppe Palumbo, Eva Kant entra in scena: L’arresto di Diabolik, so per certo che l’adattamento è stato riguardoso nei confronti dell’opera di partenza.
Perché in questa curiosa piccola avventura noir ho trovato esattamente quello che ogni lettore del criminale dovrebbe voler trovare, ovvero, quel tocco di spensieratezza nera che ho cercato di descrivervi all’inizio.

Tutto questo, in mezzo ai difetti che molti del pubblico e della critica si stanno prodigando a segnalare, ingigantire o inventare, c’è ed è forte. Ma non c’è solo questo. Ci sono luoghi da sogno tipicamente italiani (dalle baite di montagna, agli alberghi, alle lussuose cittadine marittime del nord), episodi di tensione ben realizzati e sequenze di indagine, azione e da “film di rapine” realizzate con gusto, in puro stile Manetti bros. (e chi ha visto almeno una puntata di Coliandro sa a cosa mi riferisco).

Questo film è rimasto nella testa di chi scrive, i suoi momenti migliori riemergono piacevolmente e quelli meno riusciti o mediocri rimangono nell’angolo della vergogna, semi dimenticati.
Diabolik che studia la voce di chi deve sostituire. L’inseguimento iniziale. Svolte prevedibili per chi conosce un minimo le dinamiche di questo genere di avventure, ma che faranno sorridere e non irritare il conoscitore, perché familiari. I montaggi alternati, ideati con parsimonia e gestiti con grazia. I furti di Diabolik. Le indagini di Ginko. E tanti altri bei momenti davvero ben ricostruiti dalla coppia di registi e ben recitati dagli attori.

Una nota di merito ai Manetti, poi per averci dato un’Eva Kant finalmente valorizzata, risoluta, dallo sguardo tagliente e determinata (al contrario dell’Eva del classico di Mario Bava interpretata dalla bellissima Marisa Mell).

Ma chiudiamo il discorso chiedendoci, “ma se gli ingredienti ci sono, perché questo film non piacerà a tutti?” Perché Diabolik non solo non viene pubblicizzato in modo da far chiaro al pubblico il tipo di film che andrà a vedere, ma non viene confezionato in modo tale da farsi amare subito dal pubblico dei cine-fumetti e dall’amante della serie (oltre ad essere stato tenuto un anno sospeso solo per poi venir rilasciato, con poca lungimiranza, sotto il periodo del nuovo attesissimo capitolo di Spider-Man).
Chi si aspetta un cine-fumetto italiano à-la Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot; Freaks out), come chi se ne aspetta uno hollywoodiano giocoso o serioso (come un Marvel qualsiasi o come un Joker), o chi se ne aspetta uno grafico e “fumettoso” (come Sin City, 300, Dick Tracy o il nostrano 5 è il numero perfetto) vedrà le sue aspettative disattese.

Diabolik prima di Diabolik

I Manetti provano una strada propria, ponendosi in contropiede con un’identità, un ritmo tutto loro, che non sono facili da comprendere e incanalare subito, soprattutto per chi è digiuno del loro lavoro. Ci vuole tempo per farsi prendere.
Il motivo? Chissà, forse perché i Manetti non intendono ancora raccontare il Diabolik “post-Eva Kant” che tutti conosciamo, di conseguenza si vive un clima strano di transizione e semi-sconosciuto, come se mancasse qualcosa. Questo Diabolik è già un criminale famigerato, spietato e forte, che però diventerà davvero invincibile grazie al più importante incontro della sua vita. L’incontro con l’unica donna che un cuore così spietato potrà mai davvero amare. Il film è la storia di questo incontro. Quasi una storia di origini, quindi.
E con Ginko ad investigare e con Eva e Diabolik in movimento insieme, tutto appare finalmente chiaro, smagliante, familiare. In quel preciso istante il film fiorisce, facendoci cominciare a sognare i suoi due seguiti in cantiere.
È una sensazione strana, come la chiusura di un cerchio; come quando, leggendo vecchie strisce in ordine cronologico, un personaggio a fumetti finalmente raggiunge la sua evoluzione grafica definitiva, quella con cui noi lo riconosciamo (non leggete mai le prime strisce dei Peanuts o di Lupo Alberto senza essere preparati, potreste avere uno shock, fidatevi).

Forse è questa identità in trasformazione, unita a difetti che possono dar fastidio e appesantire la visione, che rendono questo Diabolik un film spigoloso e non per tutti.

Marco Moroni

Nato nel maggio del 1995 a Terni, città dell'acciaio e di san Valentino. Dovete sapere che vicino alla mia città si erge, spettrale, un complesso di capannoni abbandonati. Quando eravamo bambini ci veniva detto che quelli erano luoghi meravigliosi, in cui venivano realizzati film come "La vita è bella" o "Pinocchio". Questo fatto ci emozionava e ci faceva sognare una Hollywood vicino casa nostra. Come il castello transilvano di Dracula, tutti cercano di ignorare quei ruderi ma, ciononostante, tutti sanno benissimo cosa siano e non passa giorno senza che si continui a sognare quel Cinema che nasceva a casa nostra. Chiedendomi cosa mi faccia amare tanto la settima arte, e perché mi emozioni così tanto al solo pensiero, potrei rispondermi in molti modi, ma sono sicuro che quel sogno di tanti anni fa abbia un ruolo più che essenziale.
Back to top button