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12 Soldiers: non avevamo bisogno della solita americanata

12 Soldiers: non avevamo bisogno della solita americanata My rating: 1.5 out of 5

12 soldati americani dopo gli attentati dell’11 settembre vengono mandati in Afghanistan a combattere e… ok è una storia basata su fatti realmente accaduti, è stata sicuramente una grande impresa militare, ma non serviva questo film.

Rappresentare la guerra come una scampagnata a cavallo più che un omaggio a John Wayne e al cinema western non mi è sembrata una grande idea. Si sa che gli americani sono uno dei popoli più guerrafondai al mondo, potrebbero bombardarti casa se li superi in fila al McDonald’s. Hanno un ego un tantino smisurato che va a nozze con il potere Hollywoodiano. Un po’ come la moda di mettere l’avocado nell’insalatina.

“Dai ma quanto è bello portare sullo schermo questa storia, piena di eroismo e patriottismo a stelle e strisce” avrà pensato Nicolai Fulgsig il regista (danese) di 12 Soldiers.

Partiamo subito da una cosa che mi ha fatto incazzare parecchio: i soldati sono 12. Sì, quelli americani a terra. Chissenefrega dell’aiuto dato dagli eserciti locali o dai bombardamenti aerei. È un po’ come dire di essere stati a letto con una ragazza perché si è andati a dormire alla stessa ora in due posti diversi.

Chris Hemsworth, Thor per gli amici, è inquadrato nel 99% delle scene mentre gli altri, ogni tanto, spuntano fuori come a dire “hey ragazzi sono ancora vivo”. Nonostante ciò nel cast figurano anche Michael Shannon, Trevante Rhodes e Michael Peña che sono un pochino riconoscibili.

L’unico personaggio ad avere un minimo spessore morale è il generale Abdul Dostum (Navid Negahban). Il suo modo di parlare usando solo frasi fatte non sarà il massimo, ma almeno è l’unico che prova a dire la sua.

Secondo questo tipo di cinema le guerre si vincono perché c’è la moglie bionda e bona che ti aspetta a casa. Non si può essere un bravo marito se non si torna sani e salvi dall’Afghanistan. La cosa divertente è che qui la cosa più difficile non è sopravvivere, ma trovare il giusto regalo per gli alleati. Caro regista, amico mio, la vodka dovevi berla tu invece di girare questa americanata.

Le scene sparatutto sembrano uscite da un vecchio videogioco, c’è un gran casino, non si capisce chi spari a chi. Si nota solo che gli americani possono sparare a caso e fanno colpo, mentre gli altri avrebbero bisogno di qualche lezioncina.

Il super potere occidentale è glorificato così tanto da risultare irritante e stucchevole già prima della metà film. I titoli di coda arrivano troppo tardi, dopo due ore di niente, ma sono la parte più realistica. Con poche fotografie ricordano e celebrano, sicuramente meglio, la vera storia di questi 12 soldati.

I war movies sono stati spesso enfatizzati come quella cosa divertente che fa guadagnare tanti soldi, bene, però stavolta si esagera. Questo film sembra stato pensato solo per vendere biglietti e popcorn. Non c’è un minimo coinvolgimento emotivo. Gli aspiranti eroi diventano odiosi e irritanti. Il capitano Mitch Nelson, quello che fa il fenomeno per tutto il tempo, è il simbolo perfetto di un’America testarda e orgogliosa.

Il cuore non serve solo per vincere le guerre, ma anche per fare un bel film, o almeno provarci.

Speriamo che Donald Trump non si diverta a lanciare qualche bomba a casaccio, così, oltre a salvare vite umane, salverà anche futuri poveri spettatori cinematografici davanti a nuovi film di questo genere.

Article written by:

Nicolò Granone

Simpatico, curioso, appassionato di cinema, sono pronto a esplorare l'universo in cerca di luminosi chicchi di grano da annaffiare e far crescere insieme a voi, consigliandovi ogni tanto film da scoprire qui alla luce del Sole.

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