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Dancer in the Dark: Björk e Lars Von Trier per andare oltre il musical

Dancer in the Dark: Björk e Lars Von Trier per andare oltre il musical My rating: 4 out of 5

Il connubio fra cinema e musica è stato una costante sin dai tempi dei Fratelli Lumière. Anche all’epoca del cinema muto, le orchestrine erano solite accompagnare le immagini di dame evanescenti, pagliacci malinconici e inquietanti vampiri con le loro note. A partire dagli Anni Cinquanta, poi, il musical ha cominciato a farla da padrone: basti pensare a capolavori come Singin’ in the Rain o American Graffiti, poi citati dai vari Grease o rivisti en travesti come in The Rocky Horror Picture Show. E ancora, Jesus Christ Superstar nel pieno del fermento hippie degli Anni Settanta, o le spietate descrizioni americane di Altman.

Tuttavia, negli ultimi anni questo genere sembrava diventato appannaggio esclusivo di Bollywood; ci voleva un’accoppiata come quella tra Lars Von Trier e Björk per risollevare le sorti di questo genere.

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Naturalmente, date le premesse non poteva che trattarsi di un’opera non convenzionale: Dancer in the Dark è tutto, fuorché il classico musical dai colori pastello e traboccante di entusiasmo e felicità, tanto che alcuni critici e lo stesso regista lo hanno definito un anti-musical, un rovesciamento degli stereotipi propri di quel filone.

Girato all’inizio del nuovo millennio, questo film è stato notato al Cinquantatreesimo Festival di Cannes, dove Björk è riuscita a portarsi a casa la palma d’oro come migliore attrice, cosa niente affatto scontata per una cantante. Dancer in the Dark, a differenza degli altri due capitoli della cosiddetta trilogia del cuore d’oro (Le Onde del Destino e Gli Idioti, deliri del peggior Von Trier assolutamente dimenticabili), è un film che vale davvero la pena vedere.

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Siamo negli Anni Sessanta sullo sfondo di una squallida America di provincia: l’islandese Björk è Selma, cecoslovacca di umili origini che si guadagna da vivere lavorando in una fabbrica, ma che non smette di immaginarsi protagonista di grandi musical, sua passione fin da bambina. Selma vive in una roulotte in affitto sulla proprietà del poliziotto Bill (David Morse) ed ha una malattia che progressivamente la porterà alla cecità. La stessa malattia affligge anche Gene (Vladica Kostic), il figlio adolescente: Selma si spacca la schiena in fabbrica proprio per garantire, almeno a lui, le cure mediche necessarie per non perdere la vista.

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Le premesse sono già sufficientemente drammatiche, ma Von Trier non si ferma qui: Bill, saputo dei soldi che Selma sta mettendo da parte per il figlio, decide di derubarla per evitare la bancarotta in seguito ad alcuni investimenti sbagliati. Selma lo scopre e Bill la supplica di non denunciarlo – piuttosto la morte, ma il disonore mai. E Selma, desiderosa di garantire a Gene un futuro migliore del suo, lo uccide. Potrebbe avere tutte le attenuanti del caso, ma spendere i soldi per il processo le impedirebbe di donare a Gene la vista; la donna accetta così, serenamente, la condanna a morte.

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Se Lars Von Trier si è divertito ad esasperare il tono melodrammatico di quest’opera, Björk ci regala un’interpretazione perfetta: soave e leggera, proprio come le sue canzoni, tratteggia una figura traboccante di bontà d’animo, ma non per questo scontata o irritante. Anzi, con i suoi volteggi nel mezzo di una fabbrica o sulle rotaie di un treno – magistrale, a tal proposito, il pezzo I’ve Seen It All -, riesce nell’impresa di ritornare allo spirito originario dei musical, nonostante la drammaticità di quest’opera.

Un discorso a parte merita poi Catherine Deneuve, grandiosa nel cameo di Kathy, migliore amica di Selma: elegante e materna anche nei panni di un’operaia incattivita, mai ci si sarebbe aspettati di vederla recitare in un musical, o in un film di Von Trier.

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Nonostante gli artifici nel solco del manifesto di Dogma 95 che tanto piacciono a questo regista e che riescono a infastidire qualunque tipo di pubblico, non ultimo l’utilizzo di una traballante e sfocata camera a mano e il ricorso alla noise music per introdurre ogni canzone del film, Dancer in the Dark è una piccola perla, a partire dal ritmo incalzante dell’Ouverture e di Cvalda, con gli sbuffi e i suoni della fabbrica a scandire le giornate di Selma, passando per l’angoscia di 107 Steps, quelli che separano la protagonista dalla forca, fino ad arrivare alle note sognanti di New World, la canzone che chiude il musical. Perché Selma, che tutto ha visto del mondo, ci saluta ricordandoci che una realtà diversa, che valga la pena di vedere, è possibile. Soprattutto se ci sono balli e musica a mitigarla.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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