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Perfetti Sconosciuti

Perfetti Sconosciuti My rating: 4 out of 5

Paolo Genovese prova a ispirarsi a Polanski e al duo Delaporte – de La Patellière, e almeno in parte ci riesce. Sette amici, tre coppie e uno spaiato, si riuniscono a cena. La psicologa del gruppo (una Kasia Smutniak in formissima) ha un’idea: perché non mettere i cellulari sul tavolo, rendendo partecipi tutti quanti di telefonate, messaggi e dintorni? Partito come uno scherzo innocente, il gioco avrà conseguenze sconvolgenti nella vita di tutti.

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Racconto teatrale e corale, Perfetti Sconosciuti può vantare un cast di tutto rispetto – su tutti, Valerio Mastandrea e Giuseppe Battiston – capace di tenere banco per un’ora e mezza di film girato quasi solo nella stessa stanza, un salotto della media borghesia romana. E proprio questo è il limite dell’ultimo lavoro di Genovese: rispetto a Carnage o a Le Prénom, decisamente snelli e atletici nell’impostazione, questo ha un andamento poco incalzante, romano per l’appunto, soprattutto nella prima parte, cosa che poco si addice al genere di film.

Intendiamoci, si tratta comunque di un faro nella notte nel panorama delle commedie italiche: il crescendo di tensione è palpabile nonostante i numerosi aspetti comici della faccenda. Riso amaro, insomma, tipico di questi tempi in cui tutti sono “frangibili” (l’Accademia della Crusca ha accettato “petaloso”, chissà che anche Genovese ce la faccia). Frangibili come i cellulari, appunto, ormai diventati veri e propri diari privati. La morale? Li usiamo con troppa leggerezza – tutti i fini analisti dell’ultima ora diranno che c’è un piacere perverso nel rischio di farsi scoprire e blablabla, però tant’è.

Comunque, Genovese & co. mirano molto più a farci divertire, che non a girare l’ennesimo trattato sociologico; e, a parte qualche annaspo iniziale, ce la fanno egregiamente. Uno su tutti: Battiston nella scena finale riesce a suscitare nello stesso tempo applausi ed abbracci, non è mica da tutti.

Oltre al brindisi di Anna Foglietta al grido di “perché già che qualcuno scopa è una notizia”, ça va san dire.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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