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La leggenda della valle addormentata: una spaventosa ballata per un Disney d’antan

La leggenda della valle addormentata: una spaventosa ballata per un Disney d’antan My rating: 3.5 out of 5

Ognuno ha i suoi personalissimi traumi infantili: chi ha visto la Barbie preferita brutalmente decapitata dal fratello maggiore, chi ha desiderato ardentemente l’uovo di Pasqua della Kinder e invece ogni anno si è visto recapitare quello della cooperativa equosolidale, chi si è rotto un arto la prima volta che è salito in sella ad una bicicletta. Io, oltre a far parte dell’ultima categoria, posso orgogliosamente raccontarvi dell’incubo che ha popolato i miei sogni di gioventù: signori e signore, ecco a voi La leggenda della valle addormentata.

O meglio, ad essere precisi il primo titolo con cui questo film è stato presentato alle masse è Le avventure di Ichabod e Mr. Toad: si trattava infatti di uno di quei cosiddetti film collettivi, di quando la Disney non aveva il budget sufficiente per un lungometraggio e risolveva la faccenda girando tanti brevi corti, facendoli poi uscire in un colpo solo. Il primo dei due episodi che compongono Le avventure di Ichabod e Mr. Toad è Il vento tra i salici e narra le avventure di un rospo spendaccione; ma evidentemente chi all’epoca mi regalò il VHS de La leggenda della valle addormentata pensò bene che per una bambina di sei anni quella fosse robetta. Molto meglio la storia di un cavaliere senza testa che va in giro ad ammazzare la gente, non siete d’accordo?

Procediamo con ordine: corre il lontano 1949 quando Jack Kinney, Clyde Geronimi e James Algar decidono di prendere in mano il racconto di Washington Irving – che, per chi ancora se lo stesse chiedendo, è lo stesso che ha ispirato Il mistero di Sleepy Hollow – e di farne un film. I soldi scarseggiano, ma non al punto di privarsi di una voce narrante come quella del celeberrimo Bing Crosby; ottima scelta, considerando che quasi tutta La leggenda della valle addormentata viene tramandata cantando. In breve: in un imprecisato diciannovesimo secolo, Ichabod Crane si ritrova ad essere il nuovo maestro della scuola della valle addormentata; allampanato e maldestro, ciononostante è un inguaribile donnaiolo, ed ha pure successo. La cosa naturalmente non sfugge a Brom Bones, tipico bulletto di paese con mire neanche troppo velate su Katrina Van Tassel, bellissima fanciulla e per di più figlia del più ricco agricoltore della zona. I suoi tentativi di ridicolizzare Ichabod agli occhi della donzella sono immancabilmente vani, finché Brom non scopre il tallone d’Achille dell’avversario: il maestro più che un cervello illuminato è un inguaribile superstizioso. E che c’è di meglio per spaventarlo della leggenda del cavaliere senza testa, fantasma maligno che si aggira in sella al suo cavallo nero in cerca di vittime innocenti? Un racconto così non lascia indifferenti, specie durante la notte di Halloween. E specie se, mentre stai caracollando verso casa, un tizio in sella a una bestiaccia ti lancia un Jack-o’-lantern infuocato. Il finale non lo si svela, ma è facilmente intuibile.

Ecco: ora immaginatevi una mocciosa, peraltro già affascinata dal mondo proibito di horror e dintorni, che si vede regalare la videocassetta de La leggenda della valle addormentata – perché, notate bene, in Italia questo film è arrivato solo nella versione home video, e solo negli Anni Novanta. Cosa farà la bimba in questione, se non guardarlo e riguardarlo fino a saperlo a memoria? E cosa mai si sognerà, durante la notte, quella stessa bambina? Dovrà aspettare l’adolescenza e il bel faccino di Johnny Depp per ridimensionare l’importanza della leggenda nella sua vita privata, e per interporvi la giusta distanza.

Paturnie d’infanzia a parte, La leggenda della valle addormentata è un gran bel film, soprattutto se si considera l’epoca in cui è stato girato. Romantico come una ballata, capace di incollare allo schermo grandi e piccini, incredibilmente ironico e spaventoso: perfetto per quando siete in vena di brividi made in Disney. A patto che non coinvolgiate i vostri poveri, inconsapevoli nipotini.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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