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Io, Daniel Blake: commuoversi, indignarsi, reagire secondo Ken Loach

Io, Daniel Blake: commuoversi, indignarsi, reagire secondo Ken Loach My rating: 5 out of 5

C’è crisi, il lavoro scarseggia, i poveri sono sempre più poveri e la fine del mese sembra un miraggio. Situazione irritante, non è vero? Bene, allora se siete già giustamente arrabbiati per come stanno andando questi anni non guardate Io, Daniel Blake. Brutto film? Tutt’altro: però potrebbe farvi definitivamente andare il sangue al cervello.

Io, Daniel Blake porta la firma di Ken Loach, e non potrebbe essere altrimenti viste le tematiche trattate: Daniel Blake, che ha il volto di un umanissimo Dave Johns, ha fatto il carpentiere per tutta la vita, ma ora in seguito a un attacco cardiaco non può più svolgere il suo lavoro. Fa quindi domanda per ricevere un sussidio statale, ma indovinate un po’?, viene respinta. Parallelamente Daisy (Hayley Squires) viene catapultata da Londra a Newcastle insieme ai suoi due bambini: non ha un lavoro, non conosce la città, e i funzionari che dovrebbero aiutarla tutto sono fuorché empatici. Lo Stato è assente, per non dire canaglia; non così il prossimo, sembra dirci Ken Loach, capace di tirar fuori le ultime gocce di solidarietà proprio nei momenti più bui.

Io, Daniel Blake  è uno di quei pochi film in grado di commuovere nonostante, o meglio, grazie a una regia scarna, quasi asettica, che getta una luce fredda e impietosa sulla società odierna: dove lo Stato pare voler acuire le tensioni anziché smorzarle, dove i suoi impiegati sembrerebbero una caricatura se non fosse che tutto ciò che vediamo accade davvero – “Siamo digitali di default”, dice un vigilante che probabilmente non riconoscerebbe un modulo nemmeno se se lo trovasse nudo sotto la doccia. E dove i pochi che cercano di aiutare i clienti, ché ormai l’idea di cittadini è passata di moda, vengono ripresi da superiori ingrigiti e strafottenti.

Non lasciatevi però ingannare dal dramma di Daniel e Daisy: Io, Daniel Blake fa piangere e ribollire le interiora, ma è anche straordinariamente ironico; una su tutte, la scena che dà il titolo al film, dove l’esasperazione del protagonista viene ribattezzata da lui stesso “un’installazione artistica”. Paradossalmente, i più sfortunati piangono, urlano, si arrabbiano, ma sono anche quelli che ridono di più; mentre i dirigenti dal posto fisso e dai ruoli altisonanti grugniscono, scattano, denunciano e in qualche caso tremano, come i poliziotti nel sentire la folla dichiarare “tanto ora privatizzano pure voi”.

Siamo nel 2016, ma Ken Loach non tradisce lo stile delle sue prime opere: lieve, delicato, e allo stesso tempo un pugno nello stomaco. Gli ultimi, dimenticati dal loro Stato e dalla società, con lui diventano primi attori: non è un caso che in quasi tutti i suoi film il nome del protagonista compaia nel titolo. Perché se il mondo non è disposto a dar loro la parola, ci deve pensare l’arte. E tutto sommato, ma grazie al cielo che esistono ancora film capaci di indignare.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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