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Che fine ha fatto Baby Jane? – Eleganza e follia negli occhi di Bette Davis

Che fine ha fatto Baby Jane? – Eleganza e follia negli occhi di Bette Davis My rating: 5 out of 5

Avete voglia di un bel thriller di quelli che ti incollano allo schermo, magari con qualche risvolto horror, però allo stesso tempo ambite a darvi arie da fini cinefili? Ebbene, non disperate: Che fine ha fatto Baby Jane? è ciò che fa per voi.

È il 1962 quando Robert Aldrich sfoglia l’omonimo romanzo di Henry Farrell e decide di portarlo sul grande schermo; già l’epoca in cui è stato girato, ormai remota, basterà a farvi apparire come profondi conoscitori della settima arte. Ma non è tutto: Che fine ha fatto Baby Jane? è in un elegantissimo bianco e nero, e vede contrapposte le due grandissime dell’epoca, non a caso rivali anche nella vita: Joan Crawford e soprattutto Bette Davis, qui in una delle sue interpretazioni più riuscite, se non addirittura la migliore.

E ora passiamo alla parte turbolenta: già, perché nonostante l’età questo film intriga, appassiona, terrorizza. Non è la paura dei fantasmi, di uno tsunami o di un’apocalisse zombie; è una cosa più profonda, viscerale, intima. E quindi molto più spaventosa. Com’è possibile? Beh, provateci voi ad avere una sorella con lo sguardo che cantano in Bette Davis Eyes, però con qualche venatura di follia pura, e a dover dipendere in tutto e per tutto da lei. È la triste sorte di Blanche (Joan Crawford), costretta sulla sedia a rotelle da un misterioso incidente avvenuto anni prima sulle scintillanti colline di Hollywood. Colline tra le quali è cresciuta con la sorella minore sin dagli Anni Venti, epoca in cui la piccola Jane (Bette Davis) era un’adorabile bambola di porcellana dai boccoli biondi e calcava i palcoscenici di mezza California, mentre Blanche se ne stava nell’ombra.

Questo almeno fino al decennio successivo, quando i ruoli si capovolsero: Jane da perfetto angioletto diventò un’adolescente viziata e ben presto dimenticata, mentre Blanche sbocciò in tutta la sua bellezza. La strada da diva del cinema sembrava spianata, quand’ecco il fatale incidente, che costringerà le sorelle ad una convivenza forzata e senza vie di uscita.

Se Joan Crawford è perfetta nel ruolo di vittima esangue, Bette Davis è una maschera di psicosi e crudeltà che raramente il cinema ha saputo rendere: grandi occhi bistrati di nero, boccoli platino che incorniciano un viso avvizzito, abitini leziosi sul corpo di una vecchia. Crudeltà, ma anche pietà: perché nei rari lampi di lucidità che le schiariscono la mente, Jane appare una creatura mite e fragile. Non così Blanche, razionale e calcolatrice fino all’ultimo: lati che nessuno, nemmeno la sorella, coglierà, perché non tutto è come sembra, ma non per questo la verità è destinata a venire a galla, sembra dirci Aldrich.

Che fine ha fatto Baby Jane? aveva tutti gli ingredienti per diventare il cult che è ancora oggi: due attrici superbe, che durante le riprese pare non abbiano disdegnato qualche tirata di capelli fuori copione, una trama avvincente e sorprendentemente moderna, un uso della luce e della fotografia magistrale. Tre le scene salienti: il piatto che Jane serve a Blanche, perlomeno inusuale; I’ve written a letter to daddy, la grottesca canzoncina che Jane, ormai completamente folle, decide di cantare per deliziare le masse; e la richiesta di un gelato sul lungomare. Alla fragola: il tipico gusto da bambina, non fosse che ad ordinarlo è una specie di strega dagli occhi vitrei.

Che fine ha fatto Baby Jane? è il film che tutti gli appassionati di cinema dovrebbero vedere, sia i cultori del noir, sia i nostalgici delle pellicole di una volta. E se le due cose coincidono, che dire: passerete le due ore più entusiasmanti della vostra vita.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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