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Still Life: una natura morta fra solitudine e poesia

Still Life: una natura morta fra solitudine e poesia My rating: 4 out of 5

John May è il tipico funzionario abitudinario, scialbo, incolore. Giorno dopo giorno attraversa un’esistenza sempre uguale, una vita che sembra più una natura morta, una Still Life; eppure, la dedizione che mette nel suo lavoro è senza pari. Lavoro che consiste nel ritrovare i parenti dei tanti morti in solitudine che affollano i sobborghi inglesi, e a cui John affianca la scrittura di sermoni celebrativi, la scelta delle musiche preferite dal defunto, la raccolta di fotografie e ricordi. Tutto scorre pacifico finché, a pochi giorni dall’annuncio di un prossimo licenziamento a causa del ridimensionamento dell’ufficio, il piccolo impiegato si imbatte nel caso di Billy Stroke, anziano alcolista abbandonato molti anni prima dalla figlia, Kelly (Joanne Froggatt). Sarà proprio l’incontro fra John e Kelly, tanto platonico quanto dolce, a ridare colore ad ore grigie e solitarie.

Quando fu presentato, nel 2013, alla 70sima Mostra di Venezia, Still Life si accaparrò, fra gli altri, il Premio Orizzonti per la miglior regia, il Premio Pasinetti per il miglior film ed il Premio CICAE per il cinema d’arte e d’essai. E, a vederlo, stupisce che non abbia fatto un’incetta di premi più vasta: la regia di Uberto Pasolini è asciutta, scarna, e proprio per questo ancora più potente, mentre Eddie Marsan mette a disposizione il suo viso da uomo comune per dare corpo a delicatezza e sensibilità, qualità che sembrano essere state accantonate dal resto del mondo, ma non da lui, non da Kelly, non dai suoi morti dimenticati.

Per certi versi, il protagonista di Still Life può ricordare lo scrivano di Melville: dignitoso, taciturno, apparentemente senza altro al di fuori del lavoro – un lavoro che farebbe morire di noia chiunque, ma non lui. Perché, a differenza del Bartleby letterario, John May ama la vita, seppure a modo suo; seppure, forse, più la vita altrui della propria. La fotografia nitida e i colori freddi contribuiscono a creare un senso di solitudine che si fa quasi co-protagonista di un film che non ha avuto il successo che merita; forse perché, proprio come John, Still Life si muove silenzioso, discreto. Caratteristiche che accompagneranno tutta l’esistenza del piccolo impiegato, e che in un certo modo la segneranno, fino all’ultimo istante.

Caratteristiche che però non rendono questo film un’opera minore, al contrario: il rigore e la semplicità di questa natura morta, di questa vita cristallizzata, fanno di Still Life un’opera di grande cinema. Una poesia sull’uomo, sulla pietà, sulla morte, che non è più dramma, ma naturale conclusione di quel misto di tragedia e commedia che siamo soliti chiamare vita.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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