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Lo Squalo, ovvero i blockbuster quando non lo erano

Lo Squalo, ovvero i blockbuster quando non lo erano My rating: 3.5 out of 5

Grosso problema la stanchezza: quella cosa che arrivata a sera ti fa crollare sul divano, buttare una pizza surgelata in forno e gettare gli occhi su opere dal dubbio impegno intellettuale; capolavori à la Sharknado e filmoni catastrofici con grattacieli che crollano e grandinate su tutto il globo terracqueo, per intenderci. Siamo un gradino sotto la commedia romantica, che per quanto scarna prevede una bozza di trama; il film con mostri non meglio identificati e disastri naturali dalla dubbia valenza scientifica si limita a far scorrere immagini sullo schermo per un’oretta, e il plot rimane immediatamente comprensibile a prescindere dal momento cronologico in cui ci si sintonizza. C’è però un vantaggio in questo crogiolarsi nel disimpegno: a forza di scavare nel filone in questione, si finisce per imbattersi in cose che capolavori lo sono per davvero. Cose come Lo Squalo, ad esempio.

Lo Squalo è proprio il film che ha dato il la al genere, nel lontano 1975; ma è quanto di più distante ci sia dai suoi discendenti. Tanto per cominciare, una trama ce l’ha: d’altronde si basa sull’omonimo romanzo di Peter Benchley ed è diretto nientemeno che da Steven Spielberg. La ridente e immaginaria cittadina di Amity si prepara, come ogni anno, alla stagione estiva, non fosse che un grandissimo e cattivissimo squalo bianco si diverte a terrorizzare i bagnanti. Sarà compito del capo della polizia locale Martin (Roy Scheider), del biologo marino Matt (Richard Dreyfuss) e del lupo di mare Quinn (Robert Shaw) riportare la pace sull’isola.

Nulla di nuovo, dite? Beh, innanzitutto erano gli Anni Settanta: i blockbuster non esistevano, chi voleva divertirsi con gli effetti speciali doveva buttarsi sui kolossal storici e la dicotomia tra cinema d’autore e filmaccio sgangherato e nazional-popolare era nettissima. Lo Squalo cambiò le carte in tavola: la storia era da B-movie, ma non la regia, che riuscì nell’ardua impresa di mantenere la tensione alta per ben due ore, impresa oggi quantomeno ardua, e di coniugare humour e splatter. Altra peculiarità: per almeno metà del film la bestiaccia non si vede, anzi, le riprese sottomarine sembrano fatte in soggettiva; bisogna aspettare un bel po’ prima di vedere qualcosa di più di una pinna che sbuca dall’acqua, eppure un banalissimo squalo appena intuito risulta ben più spaventoso di un tornado di pescecani.

Altra peculiarità: se questo genere di film oggi ha un andamento che potremmo definire eufemisticamente semplice, Lo Squalo può addirittura essere diviso in due parti: la prima, ambientata sulle spiagge di Amity e con poliziotti integerrimi, burocrati locali e turisti ignari come protagonisti, e la seconda, ben più interessante e oggi difficilmente replicabile. I nostri eroi decidono infatti che il pescione non si può catturare stando a riva, e decidono così di imbarcarsi su una bagnarola e sfidarlo in casa: è qui che Lo Squalo si trasforma in Moby Dick. È soprattutto il personaggio di Quinn, tanto stereotipato quanto adorabile, a sembrare un misto tra caricatura ed esaltazione del capitano del romanzo, disposto a impegnare la vita nella sfida con l’animale e con la natura. Ed è anche qui che vediamo finalmente lo squalo come mamma lo ha fatto, per la gioia dei fanatici del genere: gigantesco, preistorico, e incredibilmente realistico per le tecnologie dell’epoca. Gabbie che si spaccano, barche che rischiano di affondare, mascelle che azzannano qualsiasi cosa capiti loro a tiro: Lo Squalo da thriller accennato si trasforma in splatter, ma sempre con una certa classe.

Il finale è naturalmente scontato, ma non è questo il punto: il punto è che una quarantina d’anni fa Steven Spielberg ha compiuto il miracolo, riuscendo a mescolare i generi e a coniugare il successo di pubblico e critica. E, paradossalmente, a decretare la fine della New Hollywood, l’epoca dorata in cui i registi potevano davvero girare ciò che volevano, e al diavolo la produzione. La quale, dopo un simile successo al botteghino, non poté più non interessarsi a quello che succedeva dietro alla macchina da presa; peccato solo che, per uno Squalo, oggi giorno ci siano un po’ troppi Sharknado.

Che voi siate amanti dell’uno o dell’altro troverete pane per i vostri denti su Horror Italia 24.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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