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Settembre: Woody Allen cala la maschera

Settembre: Woody Allen cala la maschera My rating: 4 out of 5

Woody Allen il divertente, Woody Allen lo spiritoso, Woody Allen il brillante, quanto ci si sbellica dalle risate a guardare un film di Woody Allen. Tutto vero. E se Woody Allen fosse solo questo, potremmo anche fermarci qui. Ma Woody Allen è molto di più, soprattutto nell’era pre Duemila&Europa, e non si limita alle barzellette yddish. La prova? Guardatevi Settembre, annata 1987, poi ne riparliamo.

Settembre è quanto di più lontano ci sia dalle commedie chic e sofisticate a cui ci ha abituato Allen nel corso degli anni; Settembre è dramma, passioni, sofferenza. Ma sotto a un tappeto elegantissimo. Prima di tutto, si svolge in Vermont e non nell’adorata Manhattan: che resta comunque un sottofondo costante alle vicende dei protagonisti, la terra promessa dove ricominciare, un oceano di possibilità tanto allettante quanto lontano. In Vermont, dicevamo, e più precisamente a casa di Lane, una fragile e petulante Mia Farrow: depressa, nevrotica e disperatamente in cerca di uno scopo nella vita, ha deciso di passare l’estate nella vecchia casa di famiglia per riflettere e recuperare le forze. Accanto a lei transitano la migliore amica Stephanie (Dianne Wiest), il fascinoso e timido aspirante scrittore Peter (Sam Waterston), il devoto Howard (Denholm Elliott), l’ingombrante madre Diane (Elaine Stritch) e il di lei compagno Lloyd (Jack Warden).

L’architettura sembra perfetta per un film leggero e spassoso in pieno stile Woody: equivoci, intrighi, nevrosi. Solo, questa volta non c’è nessuna luce a rischiarare questa commedia umana, nonostante l’aria dorata del Vermont. Lane si è ovviamente invaghita di Peter, che però è tormentato dai sentimenti, ricambiati, che prova per Stephanie, la quale tuttavia ha a Philadelphia un marito e dei figli ad attenderla; Howard a sua volta è perdutamente innamorato di Lane, ma questa è frenata dalla differenza di età. Su tutti troneggia la matrona Diane, ex diva del beau monde esuberante e leggermente patetica.

Settembre è forse uno dei più bei film di Woody Allen: perché c’è tutta l’essenza del regista, tolta la patina ironica, o la suspence di certi suoi gialli. Lo si vede nello sguardo terrorizzato che Diane rivolge allo specchio mentre parla della paura di invecchiare, nell’aria rassegnata di Howard, nel dialogo, l’ultimo, tra Lane, impersonata da una delle muse di Allen, e Stephanie. “Vuoi davvero morire?” – “No, ho sempre voluto vivere, è proprio questo il problema”.

Vite che si sfiorano sull’orlo di un’estate che svanisce, una casa ingombra di ricordi che per due giorni si trasforma in un teatro, una campagna, si intuisce, da cartolina, ma soffocante. Tutte le storie dei protagonisti di Settembre sono simili, eppure tutte lottano per affermare la propria unicità, per diventare più di quanto non siano e non vogliano rassegnarsi ad essere. Per sfuggire all’autunno dell’anima.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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