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Cosmopolis: l’Odissea in una limousine, lenta e scintillante

Cosmopolis: l’Odissea in una limousine, lenta e scintillante My rating: 2 out of 5

Erick Packer, generico mago dell’alta finanza, un bel mattino si sveglia e decide che deve assolutamente andare a “far aggiustare il taglio” dal barbiere di fiducia, che sta dall’altra parte di New York, costi quel che costi. Inizia così un’Odissea cittadina, compressa come lo sono i tempi moderni, che porterà il nostro a incontri, riflessioni, azioni giusto un filino sconsiderate. Signore e signori, benvenuti a Cosmopolis.

È il 2012 quando David Cronenberg prende in mano l’omonimo romanzo di Don DeLillo e decide di portarlo sul grande schermo: scelta difficile, dato che la storia si svolge quasi sempre all’interno della limousine di Erick, ma trama claustrofobica, ermetica e pessimista quanto basta per solleticare l’animo del regista. Il quale ha la passione, oltre che per le distopie, anche per i giovani talenti, e abbandona quindi il feticcio Jeremy Irons, già protagonista di Inseparabili e M. Butterfly, per lanciarsi sull’ex vampiro Robert Pattinson. Accanto a lui si alternano Juliette Binoche, Sarah Gadon, Mathieu Amalric: amante, futura moglie, aspirante terrorista con velleità ironiche. Oltre a tanti altri, dalla collega bella e stressata, al piccolo genio dell’informatica, al medico incaricato del check-up quotidiano.

Cosmopolis non è affatto un film facile: lento, prolisso, scuro, autoreferenziale. Splendida fotografia e cast di altissimo livello, certo, ma sembra quasi che le cartucce di Cronenberg si esauriscano con questo. Packer lavora nella finanza, dicevamo, ma non è dato sapere esattamente cosa fa, se non che è potentissimo: un Gordon Gekko del nuovo millennio, meno sbruffone e più complesso. Peccato però che l’alone di mistero che lo circonda sia abbozzato in modo talmente grossolano da risultare approssimativo e vagamente complottista. I dialoghi, dal canto loro, toccano all’incirca ogni tema che vita e filosofia possano sviscerare, ma lo fanno con un tono allo stesso tempo saccente e superficiale: siamo di fronte a una massa di ricchi che vorrebbero darsi un tono, ma che non hanno argomenti per farlo.

Packer vuole comprarsi la cappella Rothko solo per poter dire di possederla, un po’ come Cronenberg lo cita insieme a Pollock rispettivamente nei titoli di coda e di testa solo per dire di conoscerli, e vuole sposare l’algida poetessa per riunire sotto lo stesso tetto le due famiglie più potenti della città; i suoi consulenti sono con lui solamente per poter brillare per un misero istante di luce riflessa, il barbiere di fiducia ricorda con molto più piacere il padre di Erick, le guardie del corpo sono asettiche, persino i terroristi lo prendono in giro. L’unico che davvero sembra entrare nella testa del protagonista di Cosmopolis è proprio quello che vorrebbe ucciderlo, il suo lato oscuro, l’archetipo del fallimento. Sullo sfondo, ratti in putrefazione affollano la città.

Cosmopolis è, insomma, un film dove la cornice prevale sul contenuto, e che al momento dell’uscita deve aver destato parecchio scalpore: probabilmente, all’epoca i manager deliranti e cocainomani non erano ancora così diffusi come lo sono ora. Non annoiavano, quindi.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi.
Ama l’arte, i viaggi, la letteratura, l’arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere “part of the conversation”.

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